“UNA COSA SEMPLICE E FATTA BENE” …

peppa-pig-620-jpg-942592681-3249976“Leggendo il post “CANTONATE ROMANE” mi sono fermato sui seguenti capoversi degni a mio parere , più di altri di essere approfonditi …
 
“La vera architettura è sempre stata, al fondo e soltanto «una cosa semplice, fatta bene», ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate.
Così è nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private.
La semplicità e la chiarezza di un buon lavoro diventano oggi la soglia inattingibile di un mitologico approdo, quasi mai, neppure, sfiorato.
Ed ecco perciò l’importanza di una riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo e nella abitudine edilizia da intere generazioni rimaste talvolta e per intero sconosciute, ma che hanno lasciato segni profondi nella fisionomia della nostra città attraverso la fatica di un esercizio quotidiano fatto di artigianalità e di amore per il proprio lavoro, di rispetto dei ruoli, delle regole, delle persone, delle competenze e delle personalità.
La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.”
 
Colpito e stupito nel leggere  con quanta “serena convinzione” si affermi  che  la vera architettura è soltanto, in fondo, “una cosa semplice fatta bene” …
… e ce ne sarebbero di cose complicate che almeno fino ad adesso sono  state ritenute “vera architettura” …
“Ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate” …. un “quel che è perso è perso” … quasi un grido di inutile dolore nella convinzione che tanto oramai quella retta via non potrà  più essere percorsa … o forse si?
Un disperato ululare alla luna nel disperato tentativo di ? … boh?! …
 
Ed ancora  ….  se oggi sappiamo che “ è così nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private” , allora riflettiamo e diciamocelo che francamente questo che accade  nella architettura non è altro che la più ovvia conseguente  espressione di una società , quella italiana, che corre sempre più velocemente verso la propria  inesorabile discesa negli abissi …
 
E per quanto se ne voglia … per quanto qualcuno , anche tra i “dotti”, si agiti facendo credere che non è per tutti uguale … oggi una certezza ce l’abbiamo … la certezza è che quello che produciamo come risultato della più importante manipolazione del territorio da parte dell’uomo , cioè il costruire , che qualcuno provvederà immediatamente a distinguerla dall’edificare,  in un disperato e ridicolo tentativo di tirarsene fuori …
 
… ecco dicevo … quei risultati non sono altro che il prodotto della nostra società … ma in  modo speciale  di chi la insegna l’architettura e chi attraverso lo strumento della politica (leggasi Ministero dell’Istruzione e quindi noi ), fa che le cose marcino in un modo piuttosto che in un altro …
 
… in questa situazione , per quanto apprezzabile sia l’elogio della cornicetta e del lavoro artigianale che anche io prediligo, mi sembra piuttosto banale stare li a parlare di queste stronzate  con un mondo intero che va da tutta altra parte … un mondo nel quale  certo alla lunga la cornicetta probabilmente non sopravviverà … o se ne resterà qualcosa  … resterà per il piacere di qualche futuro visitatore che passeggerà tra quello che rimane   dopo aver attraversato un tornello a lettura ottica …  di fatto inesistente …
 
Il recupero dei ” valori lentamente stratificati nel tempo“ ma soprattutto i valori insiti in una certa “abitudine edilizia”  è un recupero da tempo ostacolato dai problemi importanti accollati all’architettura dell’economia (mercato) e da chi può decidere … due attori importanti che, se qualcuno non se ne è accorto, continuano ad essere sempre più aggressivamente quei  mostri che volgono la propria attenzione, con modalità sempre più spietate, alla implementazione della ricchezza e dello stesso potere decisionale come mezzo di sopraffazione anche economico su questa nostra società …
Chi di noi non sa che  FARE L’ARCHITETTURA significa sempre  immissione di grandi quantità di capitali nel mercato ….  Con tutto quello che ovviamente ne deriva e che per brevità non trattiamo … tanto lo sappiamo tutti di che cosa stiamo parlando …
Tanti soldi anche quando si vuole costruire una piccola casetta!
… e questo si che  è un bell’argomento …
Ma cosa significa oggi fare una piccola casetta , magari di campagna … di cosa si tratta veramente ?
Di una casetta con i valori di Valori?
Se si  … perché allora per esempio non si insegna più nelle facoltà come si fa una casetta con i valori di Valori?
Perché non si insegna.. che ne so … come si fa un bel cancello in ferro? Che se anche fossi capace di disegnarlo ma dove lo troverei un fabbro oggi, che al contrario mi opporrebbe “pe’ sbrigasse” una delle tante  vomitevoli produzioni industriali?
Certo … forse qualcuno c’è di artigiano … ma vi assicuro che son rarissimi  e ve lo dice uno che “di queste cose se ne intende” …. Cosa vuol dire progettare e costruire una casa o qualsiasi altro edificio  in maniera artigianale nel pieno rispetto di quella necessità di “riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo?
E’ vero …. certo …  qui non parliamo dell’artigiano … bensì parliamo dell’architetto artigiano … o artigiano nell’idea … nel pensiero … in quel sentimento particolare di approccio al metodo della progetto … sicuramente è una cosa bella  … ma dove sta? Chi è? … Quanti tra i giovani e più adulti architetti tra i 150.000 d’Italia sanno di cosa si sta parlando  …
Quasi nessuno … o pochissimi …
La stragrande maggioranza non sa niente! Vecchi e giovani … E basta farsi un giro nella rete per avere i segnali di una cultura dell’ architettura che nel mercato degli architetti Tavernello , quelli di tutti i giorni … che sono quelli che la città la fanno davvero … da segni di un cedimento avvenuto oramai da tempo e con caratteristiche tali da poter essere classificata come condizione irrecuperabile …
 
Ma andatevi a fare un giro …  la dove la città cresce … nei piani di zona … sui bordi di Roma … e ne vedrete delle belle  …
Li i professori dovrebbero portare i propri studenti  …
Di quello bisognerebbe parlare invece che fossilizzarsi come ebeti sulle cazzate dell’una od altra star dell’architettura …
Proprio li …  li dovrebbero portare … a fargli capire cosa succede mentre in giro si parla di cose inutili o si fanno le Nuvole … oppure a fare un bel tour negli istruttivi edifici delle amministrazioni pubbliche anche romane dove all’ombra dei navigatori e dei pensatori e degli architetti, nei corridoi, puoi trovare appesi disegni … progetti realizzati internamente dagli scienziati dell’urbanistica … che definire ridicoli è poco …
Ma come si può pensare che in un mondo come questo ci sia posto per una progettazione fatta  “di un esercizio quotidiano di artigianalità ed amore per il proprio lavoro”?
Ma di cosa si parla? … ecco … fatevi la domanda e rispondetevi da soli  … ma fatelo  senza troppi onanistici esercizi intorno ad un teorico “doversi fare nell’architettura “ che non troverà più nessun riscontro nella società  finché  non si comincerà a parlare in maniera un poco più centrale di come “rimettere in forma” (e chi è artigiano sa cosa vuol dire) il professionista medio italiano, ma più in generale e ancora più importante, tutta una società di uomini che a definirli tali ci vuole un bel coraggio.
Ma chi controlla i controllore?
Ma chi insegna a chi deve insegnare?
Solo allora potrete capire perché  ”La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.”
Tutto il resto sono chiacchiere inutili all’interno delle quali ci piace saltellare come Peppa Pig nelle pozzanghere piene di fango …
 
Distinti saluti,”
Sergio De Santis

…………………..

Grazie per una così attenta lettura di un vecchio testo di tanti anni fa …

La frase: “l’architettura dovrebbe essere una cosa semplice e fatta bene” …

è di Francesco Fariello …

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13 risposte a “UNA COSA SEMPLICE E FATTA BENE” …

  1. stefano nicita ha detto:

    Bravo Sergio, mi piace e l’ho postato su twitter (scusate la volgarità). Sicuramente qualcuno lo “retweetterà” ai suoi follower e ne nascerà un bel dibattito…
    A proposito di questo mi sembra proprio che Roma abbia un patrimonio incredibile da scoprire e riscoprire, soprattutto dal punto di vista dell’abitare, ben al di fuori quindi dei soliti circuiti “antichi”, ma anche di quelli moderni e contemporanei.

  2. E QUINDI NOI ???

    «… quei risultati non sono altro che il prodotto della nostra società … ma in modo speciale di chi insegna l’architettura e di chi attraverso lo strumento della politica (leggasi Ministero dell’Istruzione e quindi noi ), fa che le cose marcino in un modo piuttosto che in un altro …»

    Scusa per il necessario quote che è sempre antipatico, però la prossima volta che prendi per le orecchie quel grafomane di Di Martino (così prolisso da confondere persino Muratore che lo posta in prima confondendolo con altri, ma, non si preoccupi!, lo riconosciamo, ), ti rinfaccerò a sangue questo mega PIPPAPIGGONE!

    …e quindi noi ?

    “E quindi noi” inteso come professori (per quel poco che abbiamo fatto/facciamo all’università) oppure “e quindi noi” in quanto siamo stati studenti di quell’università e quindi arcicomplici del sistema? perchè, soprattutto in questo secondo caso, mi fai rutilare d’adrenalina e adesso ti rinfaccio un bel: – Ma tu dov’eri??

    Dov’eri, bellezza, quando sceglievi il professore per l’esame di composizione? ché ai nostri tempi (vaglielo a spiegare alle matricole di oggi che due tre scelte) si girava tra una decina di docenti con un cartellino da firmare pietendo un iscrizione in competizione con un altro mezzo migliaio di scalmanati (mi ricordo resse da rugby per Melograni).

    E dov’eri, amore, quando sceglievi chi frequentare? Ti intruppavi nella massa (era un criterio pure quello!) oppure sceglievi? non certamente dopo aver consultato le scarse bibliografie in biblioteca (allora solo Gibson si immaginava la Rete) ma dopo essere andato da quei coattoni del 5° anno a sentire pareri di prima mano sulla professionalità dei professori: – Non
    impari un cazzo, le lezioni sono una perdita di tempo, ma l’esame se svorta facile! (Mischia con altri 400).

    E dov’eri, passerotto-non-andare-via, quando sceglievi chi inserire nel tuo Piano di Studi (ché uno se lo progettava persino con docenti di altre facoltà romane e io, pivello ignorante, ne approfittai per buttarci dentro Emilio Garroni e Tullio Gregory – che seguii per due anni a Villa Mirafiori – il primo anno non c’avevo capito niente di niente tanto ero assuefatto dalla scuola di Valle Giulia che era tutto un guardar figure sulle riviste o sui libri di Zevi e non uno spaccarsi la testa sul significato di “domanda fondamentale”); perchè a Valle Giulia, non alla Giulia Quaroni odierna. grazie a quella Fiat500 precipitata dalla scalinata contro i celerini, venti anni prima di Oxford, si poteva definire il propro piano di studi! E tu, trottolino amoroso, l’hai svoltato con qualche materia extradisciplinare facile a
    Sociologia o ti suicidavi (come me) con Estetica a Filosofia o, come un mio amico, con Scienza delle Costruzioni a Ingegneria?

    E chi ti ha impedito, fiorellino-tra-il-telefono-e-il-cielo, di studiare tutti quei docenti che, cresciuti a valle Giulia, erano costretti dalla damnatio memoria zeviquaroniana a insegnare a Firenze, a Genova, a Reggio Calabria, sparendo dall’orizzonte culturale romano? Anche se assenti dalle cattedre di Valle Giulia i loro libri, come i libri di Giambattista Milani, di Vincenzo Fasolo, di Gustavo Giovannoni, “L’Architettura” di Piacentini, erano/sono tutti in biblioteca… pensa! ci sono pure persino le difficili lezioni sbobinate dell’Innominabile…

    Insomma, romo-capoccio-der-monno-nfame, avrai ben capito, e te ne ringrazio, che quell’“E quindi noi” ti è riuscito bene perchè mi ha sfricuriato assai e mi ha fatto vedere, che accanto ai parametrici di Rhino, vicino ai pupazzari passatisti, c’è anche l’arci-quaronian-disperante Stinco De Santis, il Flagellatore dei Flagellatori: b>l’Archilagnoso!!

    Concludo declinando altrimenti la domandina:
    e adesso dove sei?
    Per carità, su questo blog c’è sempre posto per tutti, e il tafazzi di turno è una maschera che ci fa scompisciare!

    Ma soprattutto: dove sarai?

    Decidi A GRATIS, di contribuire a modificare la situazione seppure con quelle quattro poche idee da prestinanzapuglioso di serie B che sei in grado di produrre?

    Lo so che a GRATIS per te, come per molti, è dura, che il Ma chi me lo faffà è sempre in “nota a margine”. Magari domani, quando le bambine saranno grandi e avranno meno bisogno di me, verrà il tempo per Architecture Sans Frontières adesso c’ho tempo e modi solo per il pietoso archiwatch.

    Ma a pensarci bene, Archiwatch a gratis non è. E’ un pezzo di mondo a cui rifilare la tua parziale/erronea risposta/alternativa, forse è un buon esercizio di generosità politica, è un non-tirarsi-fuori, e sarà sempre meglio che sbottigliarsi in pubblico il punto X a vita (a gratis).

    Giancarlo :G

    • sergio de santis ha detto:

      E bravo er “filosofo” … lui sì che s’è schiantato de studio …

      Povero Giancarlo.
      Mi spiace averti pestato la cosiddetta “coda”, e mi spiace ancor di più averti spinto a dilungarti a testa bassa col tuo inviperito sproloquio, io ho solo espresso quello che penso, ma … quello che più mi fa piacere è l’averti “stanato”.
      Comunque sia, o tuttavia – se preferisci – con cortese pacatezza ti rispondo finchè su questo blog mi sarà consentito di farlo “a gratis” … o forse si dice gratis ?
      Al di la dell’interpretazione di quel “noi” che hai privilegiato e che non è assolutamente allineata a quella che era le mia intenzione , e considerando che mi sembra più che evidente che tu ti senta anche se di rimbalzo e non pienamente come vorresti, in quel ruolo …
      …a parte lo scusarsi per l’uso dell’albionico “quote” (in luogo di “citazione”) pur ritenendolo necessario, che rende palese e sfavillante tutto un certo mondo, fatto di quei cerimoniali borghesi che poi ti portano anche a sbarrare il titolo sulla propria b.c., in una azione sempre ridicola che è anche proiezione di appartenenza ad un “certo mondo” , spesso anche solo nell’immaginazione, l’acida risposta biliosa mi sembra fuori misura e leggermente “ sopra le righe”.
      Considerando che al giovane Di Martino, di cui apprezzo ogni volta i punti di vista originali sempre volti alla discussione di problematiche molto concrete ho, caso mai, attribuito a volte un eccesso di costruzione della frase , da cui il termine “piranesiano”… ma sempre in una sorta di scherno fraterno …

      Però, lasciando velocemente tutto questo, a te, che hai qualche anno in più, devo necessariamente chiedere:
      Cosa sono quei ridicoli riferimenti a testi di canzoni popolari che tutti conosciamo?
      Cosa vuoi aggiungere con questo linguaggio che solo la metà basterebbe per esprimere esattamente la stessa cosa e forse anche più chiaramente?
      E’ che non potendolo applicare in architettura ti accontenti di farcire di ornamento la parola?

      Che vuol dire “tu dove stavi? “

      Purtroppo io c’ero e ho subito, e in tanti siamo stati “derubati” di quello che sognavamo mentre cercavamo di formarci con serietà , ma non mi sono arreso, come chi oggi giustifica, chiedendo con sospetto “dove stavi? ”.
      Stavo dove potevo stare … e sto dove sono riuscito a mettere insieme qualcosa … vieni a cercarmi, mi troverai e vedrai …
      Il Dopoguerra è finito da un pezzo, ma forse c’è proprio bisogno di una Norimberga per la Cultura italiana e in special modo per l’architettura e gli accademici delle facoltà di architettura, e comunque certamente anche per tutte quelle “sottomisure” dell’insegnamento, dimensione, questa ridotta, che paralizza, inacidisce e frustra tanti tra quelli che sotto al tavolo dell’Ordinario stanno ad aspettare che cadano le briciole e, purtroppo ahimè per loro … mai , se non in alcuni rarissimi casi … le braciole … è un fatto! … e tu caro mio per primo lo sai benissimo …
      Comunque, sempre nella similitudine post bellica da resa dei conti, non sono mai stato tra quelli che raccoglievano da accattoni le sigarette lanciate dai camion stellati dei Vincitori.
      E qui spero, ma non ci conto, che in fondo, da qualche parte resista ancora quel minimo di fantasia che permetta al lettore di comprendere al di la del mediocre semplicismo delirante di ormai quasi tutta una intellettualmente evirata popolazione, quali siano i veri e più profondi motivi di una tale posizione che mi ha visto e ancora mi vede a non “spartire” nulla con nessuno in quella congerie di affaccendati che alla fine che ho sempre evitato in uno impegnativo slalom della professione.
      Vivo nel sottobosco dell’architettura italiana … con gli insetti dell’architettura … li c’è tutto un mondo dove le chiacchiere contano poco ed il lavoro, la passione, lo studio costante intorno a ciò che si fa giorno per giorno e non intorno a ciò che si racconta rappresenta una ricchezza sconosciuta ai più che è anche pienezza tecnica ed intellettuale.

      Oggi per te, ferito a morte da quel “noi” nel quale ti sei proiettato e per quell’Itaglietta che “difende” questo pantano gracidante di sottocultura, le cui degne città e “architetture”, denunciano il chiacchiericcio accademico di gente autoreferente asserragliata là dove mai avrebbe messo piede in passato proprio per l’inidoneità di trasferire conoscenza ma anche per chi, vero complice di questo sfascio, difende l’indifendibile, vale quel detto di inesorabile incontrovertibilità che suona (cito a memoria) : “ dove non sono gli dei, regnano gli spettri ”.

      Serpio de Santis
      alias
      Menicuccio Cianca

    • Andrea Di Martino ha detto:

      A parte er fatto che su Archivocce non conta il divulgatore ma la divulgazione (a ‘sto punto me permetto pur’io un minimo de retorica), c’è pure er fatto che la divulgazione non è solo “storia” e/o “controstoria” (entrambe fonte di fratture), ma, in particolari circostanze, può anche essere la ricerca di ciò che unisce (prima ancora di ciò che divide). Vedi, Giancarlo, quel commento cui alludevi tu (https://archiwatch.it/2013/10/28/una-rondine-nel-vento/), ‘na vorta tanto, voleva esprime un pensiero che forse (dico forse) ha un potere unificante: del resto è risaputo che certe automobili (un po’ come certe donne), possono unire molto più di quanto possano fare certe architetture. Il che è perfino confortante, se ci pensi (in tal senso, mi piace pensare che quel Salvatore Di Gennaro col quale sono stato confuso si sia riconosciuto pienamente in quel pensiero, altrimenti avrebbe avuto molte più ragioni di me per chiedere la rettifica dell’intestazione, già solo per il fatto di vedersi attribuito un pensiero non condiviso). Ciò premesso, a me pare che il sermone del De Santis si possa riassumere in pochissime righe (poi sarei io il prolisso!), ovvero (sintetizzando al massimo): l’artigianato è morto, e non c’è possibilità di resuscitarlo perchè manca la volontà politica, però, prima ancora di prendercela col “sistema”, dovremmo prendercela con noi stessi, che a quel “sistema” ci siamo in qualche modo adagiati, o per indolenza o per convenienza (foss’anche la convenienza di evitare quei grattacapi che insorgono ogni volta che si attacca il potere precostituito). Orbene, senza entrare nel merito, mi verrebbe da chiedere: cosa c’entra il pensiero del De Santis (beninteso, legittimo) con ciò che, in altra circostanza, è stato definito “elogio della cornice”? Detto in altri termini, l’elogio della cornice, così come non coincide con l’elogio dell’epidermide (per capirlo basta leggere quell’articolo che anch’io credo di aver letto attentamente), non coincide neppure con l’elogio dell’artigianato (indipendentemente dal contenuto dell’articolo, che pure condivido in toto). Non a caso, la citazione che rimanda a quell’articolo (e che costituisce l’incentivo stesso a leggerlo), è stata posta (non da me ma dal nostro professore-moderatore) a conclusione di un commento (il mio), che non parlava certo di artigianato. Nè si può dire che nelle mie parole vi fosse un qualche riferimento indiretto all’artigianato, visto che avevo parlato di “modanature stilizzate” (non a caso avevo fatto l’esempio di Zucchi), quindi, considerando che si tratta di modanature la cui conformazione non dipende certo dal lavoro di uno scalpellino, non possiamo certo considerarle artigianali (almeno non nell’accezione corrente del termine, che poi è quella che aveva in mente il De Santis quando faceva l’esempio (peraltro trito e ritrito) del cancello in ferro battuto). La mia precisazione sarebbe perfino superflua, se non fosse che proprio tu hai ipotizzato che il De Santis, nel commentare quell’articolo, abbia in qualche modo commentato anche il mio pensiero (“Scusa per il necessario quote che è sempre antipatico, però la prossima volta che prendi per le orecchie quel grafomane di Di Martino…”). Se fosse così, è evidente che è andato fuori tema (visto il reale contenuto del mio commento). Ma che non sia così, lo ha confermato lo stesso De Santis nel suo ultimo intervento. Del resto, andare fuori tema, sarebbe un errore troppo grave per chi, come il De Santis, sembra avere particolarmente a cuore il livello qualitativo del dibattito (specie poi all’interno der blogghe), tanto è vero che aveva rifiutato all’ultimo momento di recensire il mio progetto di composizione 3 in quanto non consono ad un livello “alto” di dibattito, appunto (in realtà qui entra in gioco un certo timore reverenziale nei confronti di Lenci, ma anche questo è umano, anzi, troppo umano, per dirla con Nicce)… Grazie per la cortese attenzione

  3. MAURO ha detto:

    Tra Falchi e Colombe
    Carissimi Gian Cralo e Sergio.
    Io vi adoro, i vostri commenti sono imperdibili.
    Siete come le “dichiarazioni” dei politici ai telegiornali della sera.
    Prima parla un “falco”, poi risponde una “colomba”.
    Poi rimbotta un “lealista” e, poco dopo, è pronto a controbattere un “governativo”.
    Ora ci sono i “falchetti” che riempiono i contenitori televisivi di dis-informazione, poi risponderanno i “piccoli governativi”.
    Ad ascoltarli (i piccoli Falchi e le giovani Colombe), e ad ascoltarvi leggendovi, sembra sempre che ti manchi un pezzo, che ci siamo persi qualcosa. Ma questo vuole la dis-informazione, così come questo esige la cultura del Blog.
    Devi contestualizzare tutto, per capire gli interventi del “Falco-Galassi”. Così come dovresti contestualizzare tutto per capire quelle dichiarazioni che i Tg della sera, ad arte, confezionano per aiutarti a non capre nulla. Dovresti – sempre pe comprendere il pensiero di “Dov’eri bellezza” (ma come diceva l’adagio. “E’ la stampa Bellezza…”, quindi è sempre una questione di informazione) – essere stato a Valle Giulia, per capire.
    Comunque a me, i riferimenti del tipo “passerotto – non andare via”, “fiorellino tra il telefono e il cielo” fanno piegare dalle risate…..
    Ora tocca alla Colomba-De Santis, saprà sicuramente come volare più in alto del Falco….
    Poi di nuovo il Falco, tanto per aiutarci a capire sempre meno….e a non farci rimpiangere i Tg.
    SALUTI
    MAURO

    • gianca ha detto:

      Grazie Mauro. Mi dispiace per i riferimenti all’università romana ma volentieri ne vorremmo sapere di più su quella di Firenze, dove hanno insegnato tanti che ho studiato, e se ti vuoi lanciare…
      Le canzoni erano lì per Saro-svegliati-che-è-primavera ma non le ha capite. Per scuotere l’anzianato Sergio “non bastano i discorsi; ci vogliono le bombe”.
      Vediamo se funzionano ma temo sia del genere Mister Fantastic.
      Ma io non volo oltre.
      E che tocca sempre a me?
      Prima Mazzola. Ora Stinco!
      Che poi alla fine crollo e mi convincono e come ora difenderei Mazzola (soprattutto dopo la questione di aver fatto costruire le case a schiera ai suoi allievi), domani mi ritroverò quaronian nichilistico come Stincus.
      Che tristezza.
      In tutti e due i casi.

      Stavolta pensaci tu.

      Un abbraccio.
      :G

      • sergio 43 ha detto:

        ‘Na cosa semplice:

        Disse un giorno, in bona, Fariello:
        “Statte bbono e ascorta, fratello!
        Si te chiedi che d’e’ architettura,
        abbi fede! Nun e’ ‘na iattura!
        E’ ‘na cosa che, fatta con arte,
        te soddisa e concilia ogni parte!”

      • sergio de santis ha detto:

        Certo che quanno nu’ je la fai come ce vai però a piagne ai piani superiori …
        E se semo capiti … è chiaro che queste so l’uniche cartucce che te poi spará… che tristezza … in questo unico caso … e all’etá tua … sempre briciole e mai braciole … a Di Martino … ad Andreuccio… se me viene a trová a studio certo che je la faccio ‘na bella revisione ar progetto . .. e je faccio capì’ pure dov’è che ha sbajato… basta che la fa finita… deve cresce e deve capi’ che nun c’è timore reverenziale … l’eau de morpheme je dovrebbe ricordá qurcosa … c’è solo rispetto pe ‘na persona che, a prescinde dalle posizioni personali, il lavoro suo lo sa fare al di la delle chiacchiere … e de quer mondo de cazzeggio ner quale invece gianca sguazza non potendo fare altro … passo e chiudo gianca … divertete co clay regazzoni…. vai così che vai bene … mauro ride … in fondo ricordate che l’unico premio pe le mejo “chiacchiere” te l’ho dato io in tempi non sospetti …. ciao bello…

  4. sergio 43 ha detto:

    Mi mancano tanto la signorilita’ di Pagliardini, la finezza di Isabella, la concretezza di Ctonia, l’ironia di Eldorado e altri. Che fine avete fatto? “C’avete rimasto soli!”, sempre piu’ Vallocentrici! Sprovincializzateci!

  5. MAURO ha detto:

    Per Sergio & C, per tradurre sto facendo un corso (diresti “er corso”?) di Romanesco “spinto”. Sono partito da lontano: il Belli (dei Sonetti romaneschi, ho appena ritirato l’opuscolo in edicola, il primo numero intendo. Stava in vetrina a fianco della perdibilissima, come le precedenti, Nuova Domus); poi mi concentrerò sui Sonetti di Pascarella (la biografia è in arrivo dall’edicola romana che si trova lungo la strada che porta a Valle Giulia, dove uno di voi, non ricordo chi, si fermava sempre per l’acquisto di Casabella; vedi quanto detto circa la Nuova Domus). Dimenticavo Trilussa: mi è sempre piaciuto, fu nominato senatore a vita da Einaudi. Ecco Einaudi lo preferivo a Re Giorgio. Non pensate male, non è di certo a causa della recente nomina dell’altro Senatore a “Vita della Leggerezza”….Einaudi era un liberale, quanti ce ne vorrebbero oggi.
    Av salut (era bolognese).
    MAURO

    • sergio de santis ha detto:

      per Mauro
      Oss. ne n° 1)
      credo, anzi ne sono certo, che anche se il “romanesco” ha raggiunto, in tempi passati, importanti livelli in ambito poetico effettivamente non sia mai stato una lingua ne tanto meno un vero e proprio dialetto … diciamo che, soprattutto oggi, più che altro è quasi un modo di parlare … tanto per capirci non è una lingua come per esempio può essere considerata la lingua sarda anche se relativamente a questa sussistono molti dubbi sulla possibilità che possa essere oggi effettivamente riconosciuta una lingua sarda pura … ma … insomma diciamo che presenta struttura e regole grammaticali certe … il romanesco è facilmente comprensibile a tutti senza quella grande attenzione che necessita invece ancora oggi per i dialetti dell’italia del nord …. Ovviamente quello parlato fino a prima della guerra (più o meno) era comprensibile con maggiore difficoltà … ancora meno quello del Belli … Oggi però quel “dialetto” non esiste più … nel senso che non lo parla proprio più nessuno ed il romanesco è diventato di fatto un’altra cosa … un po la differenza che c’è ancora in grecia tra dhimotikì … romanesco de oggi … quello de Verdone e Mario Brega … e la katharévousa … romanesco de ieri … quello de Belli e tutti l’artri (e non so quanto possa essere definito “romanesco colto” … dei puristi … utilizzato per atti ufficiali della pura cultura romanesca ….sergio 43 ci potrà dire meglio … ammesso che se possa …) …. c’è da dire però che la katharévousa in grecia è la lingua dei “dotti” …quella ripudiata dar popolo. Ma insomma … in generale alla fine il risultato è lo stesso … è un dialetto che nella forma ottocentesca non si parla più … Il romanesco di oggi è in generale un po’ come tutti ‘sti dialetti dell’italia centrale … abbastanza comprensibile a chi parla un buon italiano … così non è per i dialetti del nord che resistono abbastanza … e che quanno li sento parlà’ nun ce capisco quasi niente …
      a tal riguardo propongo un esperimento … sarei curioso di sapere come è tradotto in bolognese “cittadino” o quello delle tue parti la seguente:

      Disse un giorno, in bona, Fariello:
      “Statte bbono e ascorta, fratello!
      Si te chiedi che d’e’ architettura,
      abbi fede! Nun e’ ‘na iattura!
      E’ ‘na cosa che, fatta con arte,
      te soddisfa e concilia ogni parte!”

      qui de “scivoloso” c’è solo “in bona” …

      ma se c’è un torinese … o un venete che può fare altrettanto …

      Ti aggiungo inoltre a sostentamento di quanto sostenuto da sergio43, anche una cosetta di G. Belli dove compare il termine “Loggetta”

      “Le chiamate dell’appiggionate”
      di Gioacchino Belli

      “Sora Sabbella”. “Ehe”. “Sora Sabbella,
      Affacciateve un po’ su la loggetta”.
      “Eccheme; che volete sora Betta?”.
      “Ciavete una piluccia mezzanella?”.

      “Cio’ quella de la marva”. “Ah, no, no quella”.
      “Eh, nun cio’ antro, fija benedetta”.
      “Be’, imprestateme dunque un fil d’erbetta,
      Un pizzico de spezzie e una padella”…

      “Mo’ ve la calo giu’ cor canestrino”.
      “Dite, e me date uno spicchietto d’ajo,
      Un po’ d’onto e una lagrima de vino?”.

      “Ma famose a capi’, sora Bettina,
      A poc’a poco voi, si nun me sbajo,
      Me sparecchiate tutta la cucina”.

      ….. adesso sulla questione della loggetta e del balcone secondo me qualcosa da di ce sarebbe pure … vista da oggi la questione … non so quanto appropriatamente in “senso filologico” … però da di ce sarebbe …
      ciao core …

      mi sembra però tutto un poco troppo azzeccato … me pare che sta su co’ l’elastichetti … dico er mio .. pe’ carità … er mio …

  6. maurizio gabrielli ha detto:

    Bello ! Sarebbe da capire come venirne fuori ma…

    • sergio 43 ha detto:

      Per Mauro:
      Lez. n1°):
      Il dialetto romano si divide in “romanoide”, comunemente parlato dopo l’urbanizzazione tumultuosa del dopoguerra e il “romanesco”, lingua dei grandi poeti del passato (Belli, Pascarella, ecc.) e dei moderni cultori ( Balzani, Dell’Arco, ecc.) ferocementi attenti alle regole del passato. Se un buon “latino” non puo’ essere che ciceroniano, un buon “romanesco” non puo’ essere che belliano.
      Traduzione di “Affacciati al balcone”:
      Romanoide: “AFFACCETE AR BARCONE”. Errore! Per un vero romanesco questo significa solamente: “AFFACCIATI DA UNA GROSSA BARCA”. E’ invece da tradursi correttamente: “AFFACCETE A LA LOGGETTA”. Eh! La correttezza linguistica e’ cosa dura assai. Se a Firenze hanno la Crusca, a Roma abbiamo il Farro.

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