Da Eduardo Alamaro: …
“ROMA – Fantomas di Pasqua. Museo con sorpresa. Vola colomba coi gioielli archeologici. Le guardie giurate non hanno visto i ladri, la notte del venerdì santo nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. I ladri d’antichità, utilizzando dei fumogeni per neutralizzare le videocamere di sorveglianza, hanno rubato gioielli ottocenteschi della collezione ”Castellani”, uno dei più importanti nuclei antiquari del Museo Etrusco.
La Collezione Castellani, e’ composta da più di 6000 oggetti interi e da frammenti, comprese oreficerie antiche e moderne. E’ un corpus colossale, tra ceramiche, bronzi e oreficerie, che vennero donati allo Stato italiano nel 1910 da questa famosa famiglia di gioiellieri romani, notissima per aver lanciato in Europa la moda del “gioiello archeologico”, popolarissimi quanto i Bulgari oggi.
Come pagine di un libro, otto vetrine si fronteggiano nella “sala Castellani” del museo Etrusco. Da un lato, la collezione archeologica, dall’altro quella moderna, pari e patta. La prima, l’antica, ordinata secondo criteri cronologici, spazia dal VII secolo avanti Cristo all’Alto Medioevo. Dal lato opposto, raffinatissimi nella loro semplicità, splendono i gioielli della “bottega Castellani” dell’800, così presentati per decisione della famiglia che fece annotare, nella donazione, le modalità di esposizione.
Le creazioni originali della triade dei Castellani – Fortunato Pio, Augusto e Alfredo – sono presentate secondo l’originario ordinamento dei periodi primigeni: tirreno, etrusco, siculo, romano, medievale, rinascenza e moderno: repliche di originali famosi e creazioni ex novo, riconoscibili per monogramma delle due C intrecciate sul retro. Sono gioielli affascinanti nella loro linearità arcaica, duecento capolavori ordinati su velluti speciali “antistress”, capaci di sostenere il metallo senza che si possa piegare. I carabinieri indagano.
Fin qui le notizie di agenzia.
Dire Castellani per me significa però dire Museo Artistico Industriale (MAI) di Roma e Scuole Officine. Cioè il perno di una catena di musei-scuola d’arte pratica post/unitari che indicavano (dal basso) anche una linea di sviluppo d’Italia artigiana e “senza strapp”. Augusto Castellani a Roma se ne fece gran sostenitore, e fu uno dei fondatori di quel Museo-Officina romano di rinascita delle arti.
Le cose sono andate diversamente, come sono mal andate, si sa: questa linea di sviluppo economico “dolce” fu prima amata, poi sopportata e infine annullata nell’arco di un trentennio, infine fu distrutta dalla modernità.
Muratore talvolta ne ricorda simpaticamente qualche lacerto su questo blog. Però mai dire MAI, non si sa MAI.
Nel novembre del 2005 vidi le sale oggetto del furto odierno. C’era in corso una mostra interessantissima sui Castellani. E legata ai Castellani c’era Napoli, che sul tema del “gioiello archeologico” da “gran tour” non poteva mancare.
Vado nel mio diario elettronico 2005 e ritrovo un appunto da una scheda in mostra. Copio e incollo per Voi muratorini: I Castellani non si dedicarono mai a tempo pieno all’attività di laboratorio in prima persona ed assunsero numerosi orafi che coadiuvavano all’opera, lavorando sia nell’atelier sia in casa. L’arte-industria è lavoro di equipe. Nel 1860 la bottega, al culmine dell’attività produttiva, contava 17 lavoranti. Il loro seguace (e poi concorrente) più importante fu il napoletano Giacinto Melillo, allievo di Alessandro Castellani (1823 – 1883), che, negli anni del suo esilio a Napoli, eseguì alcune delle creazioni più belle in granuli d’oro, suscitando pero l’ira e la gelosia di Augusto Castellani (1829 – 1914), fratello di Alessandro; quest’ultimo, ricordiamolo, s’era rifugiato a Napoli, per essere stato arrestato a Roma per attività repubblicana ed poi esiliato fino alla breccia di Porta Pia e Roma Capitale, 1870.
In mostra, su questo versante partenopeo, da segnalare una lucerna configurata a testa di bue, falsa opera di una cerchia di falsari attiva a Napoli dopo il 1870, cioè dopo che Alessandro lascia Napoli per ritornare a Roma, denominata “Naples Group”.
La scheda è un po’ partigiana pro-Castellani, che però ebbero tanti imitatori e falsari, ma non è il caso di Melillo. I
n verità Alessandro Castellani aprì attività a Napoli nel 1863 e la tenne fino al 1870. Era la mente, la firma, l’assoluto ideatore e organizzatore della linea, gran competente di tecniche, ma l’operatore primo pratico era Giacinto Melillo, al quale cedette l’azienda dopo il 1870. Carlo di Borbone quando divenne re di Spagna nel 1759 distrusse tutte le forme del suo “Capodimonte” e portò con sé gli “artefici primi” di porcellana, al fine di evitare la porcellona. Alessandro il liberale non poteva certo far questo atto assolutistico!
Il Melillo continuò perciò sulla linea della modellistica “Castellani a Napoli”, pezzottando innocentemente, “Naples Group”: s’adda campà, che s’adda ffa!!! Poi crebbe, s’organizzò, s’industriò, c’era mercato e clientela (famosa era a Napoli anche la “Casalta-Morabito”, a Cappella vecchia a Chiaia, specializzata in gioielli pompeiani): Melillo fu consacrato a Parigi, con il Gran Premio alla Esposizione Universale del 1900 e, nello stesso anno, gli fu conferito, sempre a Parigi, la Legion d’onore. Thiè Castellà, beccati questo!!
Sul punto controverso e fatale: originale-copia, vero-falso, antico-moderno, tradizione-innovazione, leggo che il collezionista conte Michel Tyszkiewicz (1828 – 1897), definì le copie dei gioielli antichi rieditati dal Melillo “di gusto raffinato e squisito”, superiori a quelle dei Castellani, aggiungendo che il Melillo è ”uomo onesto che cerca di non ingannare nessuno”.
“Gli articoli che produce”, aggiungeva, “anche se copiati fedelmente da modelli antichi, hanno un cachet moderno che non creano l’illusione d’antico, nemmeno in mano a un imbroglione.” Non vogliono cioè essere dei falsi, si ispirano invece all’antico per far oltre e altro. Si tratta perciò di studio ed evoluzione dell’antico, ossia, come ben dice il conte: “di una intelligente traduzione della più raffinata arte antica in linea moderna”, senza strapp!!
W Giacomo Melillo, w il conte Michel Tyszkiewicz (ce ne fossero!!)
saluti,”
Eldorado





Ho fatto un sogno. Salivo per una scalone regale verso un luogo dove erano custodite le meraviglie del passato. Salivo, salivo, ma le scale non finivano mai. Mentre stavo per accasciarmi, ho visto una luce filtrare da una porta, comparsa all’improvviso su un pianerottolo,più in alto. Sosto a osservare l’apparizione e pian piano procedo verso il fascio di luce. Mi sento rinfrancata, sicura di trovare il Museo delle meraviglie, e ora l’avrei visitato. Appena mi avvicino alla luce, ecco che si spegne. L’interno non è buio, vi è una luce diffusa anodina, prodotta dalle finestre oscurate dateli trasparenti, che non avrebbero potuto produrre un fascio di luce tagliente. Non ci penso, presa dall’emozione di vedere le meraviglie del passato, quelle meraviglie fatte da mani esperte di persone come noi. Ma accade qualcosa di strano, mentre osservo, le meraviglie cominciano a frantumarsi in ostrakon, di varia forma e dimensione. Inorridisco, per il dolore di vedere le memorie che scompaioni sotto i miei occchi impotenti. Improvvisamente raggi di luce, come aghi penetranti, investono gli ostrakon e riesco a leggere su di essi i nomi incisi. Come richiamate dall’appello, appaiono le anime bianche delle assemble nelle antiche polis, che raccolgono gli ostrakon, lanciandoli al centro della grande sala museale. Resto ferma, passandomi la mano sulla fronte madida di sudore, ma mi sveglio e l’elenco degli ostracizzati mi sfugge. Al prossimo sogno mi auguro di riprenderlo!