ILPIUGROSSSSOPOLLAIOVERTICALEDELLUNIVERSO …

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3 Responses to ILPIUGROSSSSOPOLLAIOVERTICALEDELLUNIVERSO …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Scusa Galassi se stasera ti “balzello” ma il nostro padrone di casa che, come sai, è un noto seminatore di zizzania, sembra quasi averla messa a bella posta questa foto:
    anche Hilberseimer rientra nel canone della “irriducibile e meravigliosa complessità della situazione”?
    La stessa domanda, del tutto retorica, vale anche per il post DOPOLABAUHAUS
    https://archiwatch.wordpress.com/2011/09/28/dopolabauhaus/

    E potrebbe valere per mille altri esempi a noi molto più vicini, in quelle periferie che non ha senso definire brutte, dato che ricorreremmo ad un giudizio pre-intellettuale, bensì ricche di meravigliosa complessità.
    E poi lo sappiamo: le periferie “sono il prodotto che sono”.

    Ciao e non ti arrabbiare, oggi ho solo avuto una buona giornata
    Pietro

  2. giancarlo galassi ha detto:

    @ Pietro

    Mi dispiace per te ma occorre fare i conti con Hilberseimer, con Mies, con Le Corbusier, con Fiorentino ecc…

    Per quell’ometto lì, in posa accanto ai modelli impilati della sua utopia, come per tanti altri, dio non era morto. Quel dio della ragione di cui era stata scoperta la carogna puzzolente una quarantina di anni prima.
    Il pozzo della metafisica era per loro ancora una sorgente da cui attingere un’acqua così fresca da essere fresca in assoluto e non invece il pozzo senza fondo che da Platone porta fino a Heidegger che ce ne ha svelato l’abisso.

    In cui siamo.
    Da cui è impossibile risalire.

    Quindi: nella ragione fino al collo sapendo che non è risolutiva dei nostri bisogni.

    E’ una prospettiva paradossale, dura, ma non è in questione se mi piaccia o no, accettarla o no.
    E’ questa. E’ la realtà.
    Un tumore al cervello da cui non posso guarire.
    Resto in attesa della prossima recidiva.

    Quindi la risposta alla tua domanda, che hai fatto per dileggio, è

    Però, Pietro mio, se non fosse uno scherzetto il tuo, ma che domanda capziosa sarebbe! e anche in mala fede! Perché, conoscendo la mia formazione, sai bene che non costruirei una città del genere, anche se alcuni dei miei maestri, tra cui Rossi e Grassi e Passi e e e anche Giorgio Muratore l’unica volta che ho visto la sua firma in calce a un progetto – il concorso per il Beaubourg o per il Forum Les Halles che ricostruiva dei casermoni parigini – l’hanno citata (non ricopiata) nella seconda metà del ‘900 a partire anche loro da Hilberseimer [anche Caniggia in un concorso per Bologna].

    Allo stesso tempo credo anche che, nei nostri progetti, ancora, la possibilità di quella città debba restare.
    Un fantasma sullo sfondo.
    Affiorare come talvolta in un palinsesto si intravede una scrittura abrasa per lasciare il posto a un testo nuovo.
    E per quanto ti possa sembra strano quella metafisica, trascendentale, tabula rasa della realtà, il suo rifiuto fino alla cancellazione, che ne è l’errore fondamentale alla base, è del tutto omologabile alle fondamenta ‘rigenerative’ della città che auspichi.

    Ed è questo inganno all’intelligenza che la cultura contemporanea non può accettare e non accetterà mai (spero) delle vostre intenzioni architettoniche.
    Sareste più sinceri a dire, come centocinquant’anni fa: siamo eclettici, facciamo le cornicette rinascimentali e ce ne freghiamo di quelle che fanno gli altri fossero gotiche o razionaliste, e non ammantare tutto con toni escatologici di salvezza dell’ orbe e da maledizioni ridicole che condannano all’indice senza nessun senso della storia delle idee.

    Quindi Pietro, caro Clown Bianco, anche se il tuo post rinnova una polemica sterile che dura da cento anni e magari sarebbe ora di smetterla oppure di dedicarci una cattedra alla Giulia Quaroni, ti amo così tanto che mi metto il naso rosso e le scarpe n.90 e scendo in pista per fare l’Augusto con te e non lasciarti solo.

    Tira la torta. Non mi abbasso.

    Buon divertimento a tutti gli altri.

    Però magari mi perdonerai se mi metto a fare anche qualcos’altro in cui mi diverto di più.

  3. Pietro Pagliardini ha detto:

    Caro Galassi, non sono in mala fede ma quello che dico è, non in buona fede perché in nome di questa si sono compiuti i più efferati crimini, ma frutto di piena consapevolezza. Credo di conoscere, almeno in parte, la tua formazione ed è proprio per questo, proprio perché so quanto quella grande esperienza e cultura si trovi ad essere, il più delle volte, estremamente “aperta” ad esperienze del genere Hilberseimer, forse a causa di quel rigore intellettuale di stampo calvinista che per credere alla verità assoluta della Scrittura impedisce duttilità di pensiero fino, nei casi peggiori, far perdere di vista le conseguenze effettive dell’applicazione rigorosa dei principi, proprio per questo, dicevo, ho scritto quello che ho scritto.
    Quindi niente mala fede, credimi, semmai una possibile errata valutazione. Possibile ma non probabile.
    Purtroppo nella tua chiesa c’è un abisso tra la lettura dei processi di formazione dei tessuti urbani e la proposta progettuale, che è invece alquanto balbettante e spaesata.
    Ricordo una mostra di concorso con studenti di Maffei che, lui presente e molto convinto, avevano fatto di Arezzo una strampalata città modernista, o meglio, futurista, con sopraelevate che attraversavano la città in lungo e in largo.
    Da parte mia non c’è alcuna visione escatologica di salvezza del mondo attraverso l’urbanistica, ci mancherebbe altro, ma una visione politica, che parte da una facile constatazione della realtà, sì, c’è.
    E’ così folle o visionario desiderare una città migliore di quella che (non) c’è oggi? Tutti gli urbanisti non fanno altro che dare, o immaginare di dare, forma a città improntate alla propria visione della società.
    E guarda che ho idealizzato alquanto. perché il più delle volte, in verità, non c’è proprio niente dietro, solo formalismi grafici.
    La forma della città rappresentata sopra è un incubo, è la rappresentazione fisica di una società spersonalizzante in cui l’uomo è al servizio di un’idea di società totalitaria. E me ne frego assai se è una visione della realtà prossima ventura (in data di allora) che però, guarda caso, si è un buona parte inverata proprio con il contributo determinante di chi l’aveva prevista. Ed è diventata cult, scuola, anzi obbligo, di pensiero, prassi quotidiana, fortunatamente però, per paradosso, degradata nella sua applicazione dalla complessità dei processi decisionali che ne hanno impedito quella forma perfetta a vantaggio di un grande disordine che almeno lascia intravedere qualche brandello di umanità e che, alla fine, può essere anche recuperabile. Non è facile, per fortuna ancora, condizionare fino in fondo le persone alla volontà di pochi.
    Quando invece accade che l’utopia si realizza, solito esempio il Corviale, non resta che l’esplosivo.
    Quando capirai che l’architetto o l’urbanista hanno solo il compito di migliorare la città in funzione di chi ci vive, quando capirai che non esiste la città per la città, che poi vuol dire la città per il suo creatore, ma la città per chi ci abita, allora ne potremo riparlare con maggiore serenità, allora potremo anche discutere quanto e se sia stato il pensiero a influenzare la realtà o viceversa. Allora potremo anche discutere in maniera più problematica ma non oggi. D’altra parte, si sa, le dittature vengono rivalutate solo dopo molti anni che si sono esaurite, e non si può essere revisionisti di una dittatura imperante.
    E non dirmi che l’hai capito il ruolo dell’architetto, se nonostante tutto apprezzi o giustifichi o ti contorci in elaborazioni astruse per quella città per polli di allevamento con davanti quel signore dall’aria un po’ lugubre con cui francamente non vorrei andare a cena.
    Ciao
    Pietro

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