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PECORINORUMENO …
Pubblicato in Architettura
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DACAVALLODETROIAAFOJADEFICO …
L’annosa telenovela dell’Ara Pacis si sta arricchendo di un’ennesima, stucchevole, puntata.
Ridotto ormai a contenitore-omnibus-tuttofare, il discusso edificio commissionato da Francesco Rutelli a Richard Meier nei primi anni novanta resta al centro di un imponente complesso di affari e di iniziative che potrebbero, nel giro di qualche tempo, mutare radicalmente il volto della città nell’area compresa tra i Tevere e il tridente barocco.
Ha ripreso infatti piede l’iniziativa che prevede la costruzione del grande parcheggio interrato che, in contiguità con il progettato sottopasso, dovrebbe servire l’area compresa tra piazza del Popolo, piazza di Spagna e piazza Augusto Imperatore consentendone la relativa pedonalizzazione.
Obiettivo questo non certo trascurabile, soprattutto, considerando il pregio di questo settore urbano attualmente penalizzato da una terziarizzazione a dir poco selvaggia.
Si tratta quindi di un’iniziativa che da parecchi anni vede le diverse amministrazioni capitoline, e le variegate forze economiche e imprenditoriali che ne fungono da riferimento, impegnate in una continua messa a punto di un disegno strategico avviato, almeno fin dai tempi della famigerata legge Tognoli, e che ha visto l’occasione del progetto Meier quale punto di snodo negli anni immediatamente susseguenti la stagione di Tangentopoli.
Nata sull’unda di un diffuso quanto malinteso cedernismo, fiore all’occhiello dell’ammistrazione Rutelli, prima, di quella Veltroni, poi, la nuova faraonica, ipertrofica e sostanzialmente inutile sistemazione meieriana, denuncia, alla distanza, passate le stagioni delle fanfare, delle passerelle e delle plurime inaugurazioni, il suo vero volto di Cavallo di Troia per un più diffuso piano di “valorizzazione” del suo intorno. Non è così un caso che la più osteggiata opera pubblica romana caparbiamente promossa dalle amministrazioni di sinistra e diventata quasi un vessillo di progresso e di modernizzazione culturale e civile della città, sua divenuta, ancora una volta, e questa volta sulla spinta di un’amministrazione antagonista (che peraltro aveva ben esordito con la cancellazione della sciagurata ipotesi del superparcheggio al Pincio) che con la scusa di una correzione risibile e del tutto insignificante del progetto realizzato (la cancellazione di pochi metri di un misero muretto), fa passare nella sua interezza l’originaria proposta del parcheggio e del sottopasso. L’ammistrazione Alemanno si pone così in diretta, organica e funzionale continuità con quelle che lo hanno preceduto spacciando per una conquista epocale il sì strappato all’architetto sulla grottesca questione del “muretto”.
Questione che, a ben vedere, conclude nella maniera più squallida una vicenda già male impostata dalle origini, fin da quando l’ancor giovane Rutelli degli esordi incappò, durante un suo viaggio di formazione elettorale nella Barcellona post-olimpica, in una delle opere meno riuscite di Richard Meier e ne rimase, letteralmente, folgorato.
Da allora è stato tutto un susseguirsi di ipocrisie e di astuti contorcimenti politico-amministrativi in cui giunte e governi, assessori, consulenti, sindaci e ministri hanno dato il loro meglio per ingarbugliare una situazione che poteva essere risolta, all’origine, con poche lire e un po’ più di lungimiranza culturale e politica. Come scrisse, a suo tempo, Alberto Arbasino, uno dei pochissimi che osarono contestare l’operazione Ara fin dai suoi esordi, sarebbe bastato aggiustare il tetto e lavare i vetri alla vecchia teca per raggiungere il duplice obiettivo di salvaguardare un reperto significativo del recente passato novecentista e per evitare l’inizio di un’avventura insensata di cui ancora oggi a quasi vent’anni dal suo sciagurato esordio, non si scorge una ragionevole fine.
Per concludere, pur avendolo combattuto invano e per tanti anni, vorrei spezzare una lancia in favore del progetto originario di Meier, quello per intenderci che prevedeva la presenza di un muro monumentale al posto dell’attuale “muretto” residuale, “muro” inibito da un tartufesco “no” preventivo della sovrintendenza che, non avendo impedito tutto il resto (cosa che peserà per sempre sull’operato di quell’organo appiattito, da sempre, sulle ubbie del politico di turno), si accanì senza eccessive resistenze su quel muro che, però, nella sostanza era la vera anima di un progetto che affondava, magari non senza ingenuità, nel repertorio formale delle avanguardie storiche del Novecento (segnatamente di De Stijl e del Costruttivismo sovietico attraverso evidenti tangenze con l’opera di Van Doesburg e El Lissitsky) calandosi, quasi un’astronave della modernità, nel cuore storico della città eterna. Si può quindi ben dire che, perso quel gigantesco “muro”, il progetto Meier cominciò a perdere, anche, la sua anima.
G.M.
Pubblicato in Architettura
4 commenti
Kill Monza …
Perchè non se lo punta alla tempia sto GP di Monza???
(tra l’altro uno dei circuiti più noiosi di tutto GP)
buddy 977
Pubblicato in Architettura
1 commento















