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L’ipostatizzazione della categoria dell’Arte: «But is it art?» …
“Non avrò mai il tempo di farlo ma prima o poi dovrò decidermi a mettere
sul web l’audio (e le trascrizioni) delle lezioni di Emilio Garroni
che registrai quindici anni fa seguendo il suo ultimo corso di
Estetica a Villa Mirafori.
Per intanto vi trascrivo un estratto della lezione del 20 novembre il
cui tema, introduttivo alla lettura della Critica del Giudizio di Kant,
era su “Contingenza e necessità dell’Arte”.
Per caso ho anche ritrovato il fumetto citato seppure con qualche
imprecisione, a meno che il professore non faccia riferimento a un’
altra tavola di Schulz con una variante sul tema , cosa frequente nei
Penauts come ben sa chi li conosce.
Sono sicuro del vostro interesse visto l’accanimento sul tema degli
ultimi post, alcuni dei quali, per dare una mia opinione personale,
trovo eccessivi per toni polemici reazionari.
Portate pazienza per le ripetizioni,
il testo è abbastanza fedele alla registrazione
[le parentesi quadre sono mie],”
Giancarlo Galassi
EMILIO GARRONI, 20 11 1995
Occorre considerare la distinzione tra la categoria di Arte da una
parte e il principio estetico dall’altro.
Per principio estetico noi intendiamo un qualche principio
preintellettuale, prelogico per così dire, che è richiesto dallo stesso
esercizio delle facoltà conoscitive.
Ma allora non facciamo più un estetica come teoria dell’arte,
facciamo un’estetica come riflessione su questa CONDIZIONE ESTETICA
dell’esperienza e questo non toglie che una riflessione di questo tipo
possa avere, anzi, debba avere, ha avuto di fatto, referenti esemplari
in quegli oggetti che noi chiamiamo opere di arte bella […].
Nella contingenza delle opere d’arte si rivela qualcosa di necessario
che tuttavia può andare al di là del loro contingente occasionale.
Oggi la situazione delle belle arti è molto più confusa che nel ‘700,
non saremmo più in grado di istituire un vero e proprio sistema delle
belle arti [e dire]: «Quelle sono le Belle Arti dalle quali ci
aspettiamo opere d’Arte Bella». La situazione è cambiata radicalmente.
Mi viene in mente una famosa striscia di quei fumetti che a suo tempo
sono stati gloriosi di Schulz, i Penauts, in cui c’è Linus che disegna
con il dito nell’aria delle forme. E si impegna appassionatamente
nella costruzione di queste opere e la sorella Lucy – se avete
esperienza di questi fumetti vi ricordate che Lucy è l’antipatica, è
quella che mette sempre in crisi le certezze anche un po’ visionarie
del fratello – si domanda: «Ma è arte questa?»
Ecco, è la tipica domanda insensata che non si rivolge soltanto Lucy
ma tante persone di, diciamo, cosiddetto buon senso – il buon senso è
una cosa orrenda in generale – quando vanno a vedere per esempio, una
mostra di arte contemporanea: «Ma è arte questa?»
Ecco, è una domanda questa che indica precisamente il pregiudizio
fondamentale che l’arte sia qualche cosa.
Che sia in qualche modo definibile e che la possiamo confrontare con
qualche oggetto.
Chiedersi «Ma è arte?» «Rientra o non rientra in una data categoria?»
non ha significato.
La domanda non ha significato.
L’arte è il prodotto che è.
Bisogna vedere quali sono i suoi rapporti con i prodotti precedenti
ma probabilmente è cambiata anche la funzione o il senso dell’
operazione artistica e dei suoi esiti oggettuali.
La domanda «Ma è arte?» come tale è improponibile se non alla
condizione di supporre che esista una categoria come l’arte.
Io ci tengo abbastanza che questo tema sia ben chiaro perché mi pare
che un approccio corretto anche ai classici del pensiero estetico esiga
innanzitutto una distinzione [tra contingenza dell’arte e necessità del
principio estetico].
[…] La parola [Arte] come tale non è l’etichetta di una classe di
oggetti istituiti in modo pacifico […]. Contingentemente ci si
riconoscono degli oggetti che ricadono sotto una CONDIZIONE ESTETICA,
ma è a questa condizione cui dobbiamo mirare, non alla definizione del
tratto pertinente per cui esisterebbe una classe delle opere d’arte
bella. […]
E.G.
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