Andrea Di Martino su: TECNICA E GRADO DI COTTURA …
“No, su quest’ultimo punto ti sbagli di grosso. In realtà il mio cuore mi impone di schierarmi sempre e comunque con chi rivendica con orgoglio le proprie origini, giacchè ritengo che ognuno abbia il diritto (e finanche il dovere) de difendese (a casa sua) le tradizioni sue, non foss’altro perchè si tratta di un patrimonio di Storia e cultura la cui esistenza può essere garantita soltanto dalla continuità della memoria, non certo da un un qualche automatismo di natura ereditaria (tipo un titolo bancario, pe’ capisse). Sono dunque commosso di fronte al tuo senso di appartenenza ad un luogo, perchè, in fin dei conti, è proprio quello che detemina quel concetto di genius loci che è stato fin troppo travisato (ma solo da certi architetti). Al riguardo, basterà ricordare che anche la questione del come doveva essere la cosiddetta “casa di Adamo in paradiso”, ovvero un’altra di quelle questioni su cui gli storici dell’architettura si sono accapigliati (vedi la disparità di vedute tra Bianchi Bandinelli e il Giedion sulla precedenza dell’organico sull’astratto in epoca preistorica), a conti fatti, è una questione del tutto secondaria, perchè non tiene minimamente conto del fatto che l’omo servatico, prima ancora de costruisse ‘na residenza fissa, ossia ‘na casa propriamente detta (“astratta” o “organica” che sia), ha esplorato la natura alla ricerca del luogo più adatto. Ed è appunto in questa scelta (che viene prima dell’architettura), l’origine di quello che ho definito come il senso di appartenenza ad un luogo: proprio quello che hai espresso tu relativamente alla specificità di Ariccia, e quindi della sua porchetta, in quanto sublime interazione tra natura e cultura, prima ancora che mera espressione di arte culinaria (che è comunque parte integrante di una cultura). Ma allora che ciazzeca la (pur legittima) rivendicazione dell’IGP (per giunta ottenuto solo nel 2011) con l’italianità della porchetta? Non a caso, se vai a leggere la relativa voce su Wikipedia, è riportato che essa è un prodotto tipico dell’Italia centrale, ma la cui tradizione si perde nella notte dei tempi, quindi definirla italiana in senso lato, significa soltanto sottolineare il fatto che nessun luogo d’Italia in particolare può rivendicare la paternità della ricetta originaria. Nulla di più. Che poi la certificazione IGP sia garanzia di qualità superiore, non sarò certo io a negarlo, ma non vedo neppure come tale concetto si possa mettere in relazione con l’oggetto iniziale della mia replica, ovvero l’opportunità di aromatizzare la porchetta in un modo piuttosto che in un altro. Per quanto mi riguarda, dubito fortemente che questo sia il principale metro di giudizio su cui si basa la certificazione IGP della porchetta. Se fosse così, allora dovremmo riconoscere alla cittadina di Ariccia il monopolio della produzione, ma al di là di tutto, tale monopolio non lo abbiamo riconosciuto neppure ai milanesi nella produzione del panettone, pur sapendo (per certo) che lo hanno inventato loro. Buone vacanze (archicefaliche o no) :)“













