“La bella Architettura è un atto di civiltà” … “ogni costruzione brutta … è un insulto” …

Ettore Maria Mazzola commented on “E QUESTO SAREBBE” … EX REX …

“Grazie a Luca Rijtano e al prof. Muratore per averci raccontato questa squallida storia! Non sono ironico, lo dico davvero perché è giusto che certe cose si sappiano.

I fatti raccontati meriterebbero nomi e cognomi di questa gentaglia indegna che dovrebbe vergognarsi di aver realizzato una schfezza del genere.
Del resto si tratta di una banca, e di questi tempi un progetto senza cuore le si addice … ma non credo che il progettista volesse esprimere con l’architettura il modo di fare delle banche.

Guardando questo schifo (molto ricorrente in tutte le città) penso al senso di vergogna che dovrebbero provare progettista e costruttori passandovi accanto, così vorrei dedicare loro questa meravigliosa frase di Hassan Fathy, affinchè possano – se mai avessero un’anima – rodersi dentro fino alla fine dei loro giorni:

«io dico che la bella Architettura è un atto di civiltà verso chi entra nell’edificio; si inchina a voi ad ogni angolo, come in un minuetto … ogni costruzione brutta o insensata è un insulto a chi le passa di fronte. Ogni edificio dovrebbe rappresentare un ornamento e un contributo alla propria cultura. Avendo deciso di abbandonare il passato, in quanto irrilevante, sono andati perduti o distrutti elementi di valore incalcolabile. La conoscenza rivelata del saggio è ora sostituita dalla scienza analitica moderna, e la macchina ha rimpiazzato l’abilità della mano artigiana»

Ettore

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3 risposte a “La bella Architettura è un atto di civiltà” … “ogni costruzione brutta … è un insulto” …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    grazie professore,
    allora speriamo che come post lo leggano attentamente!
    Ettore

  2. Michele Granata ha detto:

    Ma chi ha dato i permessi di costruzione?
    Nomi, cognomi e foto per favore!
    Mg

  3. ELDORADO ha detto:

    “Avendo deciso di abbandonare il passato, in quanto irrilevante, sono andati perduti o distrutti elementi di valore incalcolabile”, leggo rapido dopopranzo dal post di Mazzola.

    In Campania ogni fine settimana c’è un convegno su questo tema della “perdita”. Talvolta completi di mostre d’architettura sub specie rurale. Una cosa frugale, tra osso e polpa. Che bello, che ballo!
    Particolarmente gradito e riuscito quello della scorsa settimana, nell’alta Irpinia. Nella famosa abbazia del Goleto a Sant’angelo dei Lombardi. Titolo: “Recupera / Riabita – Salviamo i piccoli borghi dell’Appennino”, animato da Angelo Verderosa, architetto-salvatore.

    Due giorni che poi, all’impronta, sono stati “arrotondati” a tre. Nel senso che … che il convegno vero e proprio (per me) è solo un’occasione di percorrenza fine settimana del territorio locale terremotato. Nonché di incontri a sorpresa con pietre, facce, performance, detti e contraddetti imprevisti.
    Cioè di suoni e stati d’animo del passato “a perdere” che aspettano di farsi parola scritta mia. O si sono già fatti per me espressione di senso comune e benecomunale.
    Come la voce popolare di tal Spiniello (un cognome, un programma) che cogita medita-bond post/irpino così: “Quel che avviene alla fine conviene” …; “Quel che è avvenuto è poi convenuto” …; “Ogni intoppamiento diventa giovamento”, … che, altrimenti detto, è il napoletano: “Storta va, ditta viene”, bel titolo per un libro d’architettura, o almeno un articolo. O no?

    Parole, parole, tante parole. Un’alluvione di belle parole su questi “paesi-presepe” terremotati da dentro il 23 novembre 1980. Poi spesso restaurati, ma poi non abitati: non ci sono le condizioni di permanenza di quel passato. ‘O passato è passato! I generosi piani hanno recuperato i pieni architettonici dei borghi (spesso di proprietà pubblica) ma poi si son dimostrati pieni-vuoti per una conveniente gestione e per attrarre investimenti.

    Il mitico “albergo diffuso” è la proposta più gettonata e forse abusata, ma son rimaste parole, parole e … e perciò se un malcapitato relatore capita verso la fine del convegno deve usare qualche astuto stratagemma per farsi sentire. Come ha fatto Mario Marciano, un abile comunicatore della TP pubblicitari professionisti. Questi ha (quasi) rinunciato alla parola e (performativo) ha aperto sorridente un boccaccetto di vetro contenente dei misteriosi dolcetti. Ha invitato il pubblico a prenderli, ad assaggiarli … e così ha girato tra le file delle sedie: i convegnisti sono passati dall’orecchio e dall’occhio all’apprendimento orale. E via bocca hanno capito all’istante il valore di gustare piccole storie vere d’impresa d’Irpinia mixata d’oggi. No al Mulino bianco, no alla nostalgia. No alle “cartoline dai morti”. Post dai vivi. ‘O passato nun è passato, è futuro!

    La storia nel boccaccetto è questa: alcuni giovani post/irpini si trasferiscono a Torino. Non all’università ma a bottega. Imparano una cosa concreta: come fare la cioccolata piemontese doc. Tornano poi nel luogo natio e cercano di industriarsi. Di far arte applicata al luogo. Si inventano così un curioso biscotto d’Irpinia alla cioccolata: dentro il locale peperone crusco, di quelli lunghi e rossi, e sopra la cioccolata imparata a Torino.

    La cosa funziona, il gusto finziona, il prodotto sperimentale ha qualche successo: si vendicchia. Ma bisogna distribuirlo meglio, far sistema …. Però la linea della post/IIrpinia pare quella: far “biscotti”, in tutti i sensi, anche quelli dell’Europa calcistica: l’Italia-cioccolata vincente sulla Germania. Col bianco di Cassano d’Irpina e il nero Balotelli di sfondamento.
    A domenica, a Kiev. Storta va, ditta viene!

    Saluti, Eldorado

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