MACRO … cosa bolle in pentola …

L’ultimo numero di “Bauwelt” 3.10 ospita alcuni servizi sui nuovi spazi museali romani …

qui di seguito una mia breve nota sul MACRO …

Macro, equilibrio instabile.

Tra la via Nomentana e la via Salaria, al centro di un triangolo costituito dalla michelangiolesca Porta Pia, dalla Villa del Cardinal Albani e dall’edificio della Rinascente di Franco Albini, si colloca il complesso della ex Birra Peroni oggi, in parte, occupato del Macro, il Museo di Arte Contemporanea del Comune di Roma. Le tre importanti preesistenze architettoniche costituiscono un riferimento fondamentale per la definizione storico culturale del sito che si colloca quindi in diretta continuità con le stagioni fondamentali della Roma “moderna”. Da un lato la presenza michelangiolesca del frontale interno della Porta che funge da sfondo ad uno degli assi storici della città, quello che dalla via Nomentana conduce direttamente al Quirinale innestandosi nel sistema urbano sistino e che rappresenta, peraltro, anche l’ultima testimonianza, costruita, del maestro toscano, vero punto di snodo tra manierismo e barocco; luogo simbolo, peraltro, anche dell’ultimo capitolo della Roma pontificia che vide proprio attraverso quella Porta l’ingresso delle truppe piemontesi e la conseguente capitolazione della città a conclusione dell’unificazione nazionale il 20 settembre del 1870. Altro elemento capitale nell’area in oggetto la presenza della villa Albani e del suo storico giardino all’italiana; si tratta di uno dei luoghi che più hanno significato nella definizione di un rinnovato rapporto tra l’antichità classica e la cultura contemporanea; edificata nella seconda metà del diciottesimo secolo dall’architetto Carlo Marchionni per il Cardinal Alessandro Albani, ospita al suo interno il celebre affesco del Parnaso, vero e proprio manifesto del neoclassicismo, dipinto da Anton Raphael Mengs, su probabili suggerimenti del Winkelmann a quei tempi ospite della villa e, in quegli stessi anni, intento alla catalogazione della smisurata collezione di statue antiche raccolte dal Cardinale. Altra preesistenza significativa nell’area, l’edificio della Rinascente, il grande magazzino realizzato da Franco Albini alla fine degli anni cinquanta alla confluenza tra la via Salaria e piazza Fiume. Si tratta di uno degli edifici più significativi dell’Italia dei quegli anni ove gli argomenti del razionalismo internazionale si incontrano e si contaminano con le ragioni della storia e del contesto; ove Albini che già aveva dato il meglio di sé a Milano e a Genova trova modo di dialogare in profondità con l’anima barocca della città restituendoci attraverso un linguaggio che attinge alla tecnologia, alla storia e a Borromini insieme, ma anche a certe contaminazioni più esotiche, magari di marca nipponica, un’architettura che se, da un lato, chiude definitivamente con l’esperienza pregressa, dall’altro apre verso ulteriori progressi neomanieristi e già palesemente post-moderni.
E’ in questo contesto che negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e nei primi del secolo scorso l’area andrà assumendo la fisionomia attuale attraverso una progressiva metamorfosi insediativa che ne modificherà radicalemnte la morfologia.
Da una zona caratterizzata dall’insediamento paesaggistico di alcune straordinarie ville “fuori porta” che facevano delle prospettive panoramiche verso i Colli parte integrante del loro programma simbolico e funzionale, si passa nel giro breve dei primi anni successivi all’Unità Nazionale, attraverso quella che già fu definita “febbre edilizia” alla costruzione selvaggia “fuori” piano regolatore di interi quartieri che portarono alla repentina scomparsa di alcune delle pagine più straordinarie del “paesaggio” di Roma storica. Nell’area compresa tra la Salaria e la Nomentana venne così avviata un’edificazione di scarsa qualità, sostanzialmente edifici residenziali di reddito ad alta densità cui nei primi decenni del novecento si aggiunsero gli impianti industriali Peroni per la produzione della birra e del ghiaccio. Sostanzialmente, suddivise in tre isolati principali tali funzioni industriali restarono attive fino agli anni settanta quando, in virtù della loro dismissione, se ne progettò un’articolata forma di recupero e di riuso. Le diverse architetture residue, in larga parte dovute al progetto iniziale di Gustavo Giovannoni, uno dei protagonisti della vicenda architettonica ed urbanistica del novecento romano, creatore tra l’altro, della nuova Facoltà di Architettura di Roma e la prima in Italia, caratterizzate da un certo pregio architettonico furono quindi riconvertite alle nuove funzioni terziarie, direzionali, commerciali e di servizio e il lotto compreso tra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari pervenne, in virtù della convenzione urbanistica stipulata tra la proprietà e il Comune di Roma, di proprietà pubblica e quindi destinato ad ospitare quelle attività culturali di cui la città aveva più urgente bisogno.
Dopo qualche incertezza organizzativa e progettuale, nella seconda metà degli anni novanta furono avviati i lavori di recupero della parte prospiciente via Reggio Emilia, quella architettonicamente più connotata, più “antica” e linguisticamente più congrua con gli altri lotti già ristrutturati nel frattempo. Le scelte piuttosto confuse
dell’amministrazione capitolina portarono così alla realizzazione dell’attuale Museo che in buona sostanza risulta dall’ibridazione delle pur cospicue strutture preeesistenti con un progetto piuttosto invasivo che riconvertendo ed ampliando gli spazi funzionali a disposizione perviene a un risultato fortemente influenzato dalle più corrive derive linguistiche coeve. Nell’are di ingresso si demolisce, si ricostruisce e si scavano interi piani sottostanti per il deposito e lo stoccaggio delle collezioni, rinviando a successivi interventi la trasformazione definitiva delle altre parti intanto utilizzate per numerose attività e manifestazioni artistiche temporanee.
Visto l’esito piuttosto criticato e sostanzialmente discutibile del progetto avviato si perviene così, in un momento di forte accelerazione dei concorsi di architettura da parte dell’amministrazione comunale ai tempi del sindaco Rutelli, alla scelta di un concorso internazionale per il completamento definitivo dell’opera. Nonostante i lavori già svolti la Galleria soffriva infatti di una scarsa dotazione di spazi non essendo sufficienti i circa 1000 metri quadrati di esposizione e gli atrettanti di deposito a consentire un’attività espositiva, di conservazione, di studio, di valorizzazione, nonché di sperimentazione che una struttura come quella ipotizzata aveva come obiettivo di svolgere. Il Concorso internazionale bandito nel 2000 aveva quindi per scopo quello di “un intervento nella … parte del lotto, … interessata dagli edifici con fronte esterno su via Nizza e via Cagliari e che si affacciano sulla corte interna; … in questa porzione dell’area dovranno trovare posto attività dedicate all’esposizione dell’arte contemporanea ed attività ad essa connesse, funzioni didattiche e documentarie, oltre a spazi di servizio e supporto alla necessaria dotazione di parcheggi …”
Il concorso, previsto in due fasi, ha visto la partecipazione di un cospicuo numero di concorrenti tra i quali sono stati selezionati i cinque gruppi ammessi al confronto finale: Odile Decq-Benoit Cornette; Nicola Di Battista; Lambertucci, Cardone, Ciofi, Scogniamiglio; Efisio Pitzalis, PHR; Weinstein Vaadia Architects. Progetto vincitore risulterà quello di Odile Decq.
Il progetto si innesta con decisione nel contesto ridefinendo stutture, distibuzione, ambiti e linguaggi. Come scrive il progettista: “Il nostro progetto va per lo più ad inserirsi nel contesto urbano e architettonico. Il vecchio e il nuovo, le aree espositive e le altre attività ad esse connesse, le zone riservate al moderno e gli angoli dedicati alla contemporaneità … risultano nello stesso tempo articolate e specificamente distinte. Nel sistema di transizione in cui il nuovo contamina tutto ciò che lo circonda ogni singola parte acquisisce una trasparenza complessa e diventa attraente. La scoperta che ne deriva diventa un avvenimento”.
Effettivamente, ormai che il progetto si avvia alla sua conclusione e il percorso complesso e articolato che ne conclude l’esito figurativo comincia a decifrarsi se ne scoprono i frammenti e i punti di aggregazione; dal nuovo ingresso posto all’angolo tra via Nizza e via Cagliari in prossimità con il ninfeo di Villa Albani, si procede verso l’interno caratterizzato da un “cuore” costituito dalla sala convegni attorno al quale si svolge la vita del museo articolata dai grandi spazi espositivi e da un prcorso pensile che ne connette e ne dinamizza la sequenza fino alla passeggiata “panoramica” attorno alla fontana-lucernario che ne conclude e ne drammatizza, verso l’alto, il frantumato esito figurativo. Il colore nero costituisce lo sfondo cromatico dell’intero percorso.
Il tutto alla ricerca di un “equilibro dinamico” … “ Per trovare – come sottolinea l’autore – il punto di rottura, per mettere in conflitto, la trasgressione dei confini, una ricerca di instabilità: perché l’arte contemporanea è sempre in ballo, in modo permanente, esplorando nuove strade, nuovi contesti …
Una galleria d’arte è un’esperienza a livello di sensazioni. L’entrata, l’ingresso, i percorsi, le rampe, il giardino panoramico: tutto viene concepito come un luogo in cui i visitatori vengano invogliati a muoversi, ad entrare. Lo spazio non è accentrato. Le prospettive sono tangenziali e consentono punti di vista sequenziali e di congiunzione. L’area non è di tipo statico, bensì in tensione”

G.M. 12.09

auguri al nuovo direttore …

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