Vi ricordate com’era?

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5 Responses to Vi ricordate com’era?

  1. Lloyd Marcus Andresen ha detto:

    appena appena, per me la stazione è stata sempre un bazar… mi ricordo però la vista delle Mura Serviane e di come la “pensilina” ne incorniciava il profilo. Pensavo: “che bel biglietto da visita per Roma”. Ora si vedono solo gigantografie di giovanotti sudati e scarpe di gomma.

  2. Isabella Guarini ha detto:

    Preferisco ricordare la stazione di Roma per come l’ho conosciuta, rispondente al progetto originario. Le modificazioni attuali in termini globali la rendono, dal punto di vista del frettoloso passeggero-pedone, simile a tutte le altre che s’incontrano viaggiando per ferrovie. Ma la stazione di una capitale come Roma meriterebbe una connotazione particolare, che, del resto, aveva e che ha perso. I tempi che corrono sono densi di contraddizione. Da una parte si fanno leggi per la difesa dell’architettura moderma in Italia, si organizzano convegni per proclamare degna di conservazione questa o quella opera in disfacimento, dall’altra si stravolgono riconosciute opere d’architettura moderna , appunto la Stazione di Roma, che ha superato il vaglio del concorso, presieduto da severe commissisoni giudicatrici.

  3. Giorgio Nocerino ha detto:

    Si mi ricordo perfettamente come era la Stazione Termini della Capitale. Oggi quasi non la riconosco più, quando sono a Roma l’attraverso frettolosamente pensando che un “monumento” di Architettura moderna, debba essere conservato con le stesse modalità con cui si conservano gli altri monumenti di epoche passate.

  4. Michele Fatigato ha detto:

    Fermarsi un attimo. Sorprendersi e poi conservare il ricordo di quelle pietre, di quel luogo, nella luce del giorno. E’ sempre più difficile che ciò accada. Non è sbagliato intervenire sulle grandi architetture del passato, anche recente. E’ sbagliato trasformarle in anonimi contenitori, sempre più uguali nei loro non-sense, nei loro capricci di vetri ed acciaio. Le grandi Stazioni ferroviarie, dall’800 agli anni ’60, celebravano il “viaggio”. Le città più importanti le avevano “di testa”, quasi a segnare che lì, in quel posto aveva termine o inizio il “gran viaggio”. Correvano i bambini, inseguiti dalle mamme verso i binari che li portavano al mare, gli emigranti piegavano il capo seduti sulle loro valigie. Era un luogo “dell’umanità”. Ora le Stazioni non son più quello. Chi viaggia lo fa in aereo, in macchina; solo pochi usano il treno per viaggiare. Tale mezzo è il trasporto/tradotta dei pendolari o il veloce Eurostar per muoversi da città e città e tornare subito dall’affare compiuto al proprio luogo di vita. E, allora le Stazioni divengono sempre più solo luoghi di passaggio. In esse diviene lecito, così, realizzare Malls e Gallerie commerciali, facendole sempre più simili ad aeroporti, espellendo la varia misera umanità di clochards che le usavano per dormire al caldo delle sale d’attesa. La trasformazione della Stazione Termini non sfugge a questa logica.

  5. massimo mazzone ha detto:

    La Stazione Termini, ce la ricordiamo perfettamente.
    Per quello che è stata nel bene e nel male… Un capolavoro Moderno, una gran bella stazione ed anche un monumento.
    Ma è stata anche un “buco nero”, una zona degradata, un luogo trascurato per decenni nel tessuto urbano di Roma, con un bisogno reale di intervento, magari con materiali pertinenti.
    Adesso è resa indimenticabile da un conglomerato omogeneo di vetri, trasparenti per la vista quanto impenetrabili per il corpo, metafora di una via mestruale all’architettura, fatta di “flussi”, promesse di felici e facili consumi, popolata da schiere di liberi cittadini in libero mercato, bar e chioschi di dubbio gusto, fast food, musei così così, librerie, pubblicità e negozi con prodotti d’ogni genere.
    Appena fuori, l’impossibile parcheggio, tassisti abusivi, traffico e la città vera.
    L’interno, uno shoppin center, in definitiva; nulla in contrario, in linea di principio, solo che l’identità del luogo sopporta male questa mercificazione dove convivono a fatica, mura serviane e scarpe da ginnastica.
    La stazione subisce la stessa sorte di molti altri luoghi, la continua ridefinizione banalmente commerciale, di spazi e tempo libero, spazi pubblici, ossia dei consumatori, che hanno preso il posto dei cittadini.
    Secondo la mentalità corrente, il monumento la mattina, deve andare a lavorare, deve “guadagnarsi il pane”, così la Stazione, il Colosseo, il Foro Italico… Se potessero, manderebbero al lavorare Marco Aurelio…
    Riqualificazioni urbane le chiamano… Di gran moda in tutta Europa, con una gara a: chi la fa più strana vince… Io, preferisco chiamarle deportazioni di cittadini dal centro città, verso l’urbanalizzazione infinita delle periferie… Prendi un’area, dimenticala con metodo, lasciala cadere a pezzi, togli servizi e spazi pubblici, degradala, comprala a quattro soldi, fai atterrare un’astronave mall-auditorium-museale, coi nani le ballerine, i bookshop, pubblicità e la riqualificazione all’amatriciana è servita!… Area pronta a tornare sul mercato parassitario dell’immobiliarismo italiano…
    Il monumento si sa, deve essere tutelato, restaurato, reso vivo e fruibile, ma ovvio che prima deve essere valorizzato… Ossia, deve produrre reddito per qualcuno?!
    Se l’orizzonte culturale delle amministrazioni, di destra e di sinistra, rimane all’interno dell’estetica pop, del postmoderno più idiota, dell’omologazione al peggio dei parchi tematici, non ci sono molte possibilità di aspettare qualcosa di diverso. E questo blog di Muratore ha il merito di indicare dove, si forma questo “gusto”, nelle Università.
    Massimo Mazzone

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