NEPPUREINCOMINCIATOGIAFINITO …

rovine contemporanee

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ANTONIOVALENTEASANTARITA …

Valente, il Futurista che disegnava con …

Corriere della Sera Roma di domenica 17 ottobre 2010, pagina 16 …

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Asterix e il Regno degli Dei …

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Milano … “dall’esterno e da lungi” …

Sergio Brenna (a cura di).La Strada Lombarda

Progetti per una Milano città madre della propria cultura insediativa, Gangemi, Roma 2010.

“Il titolo del libro riprende quello che Giuseppe de Finetti – singolare figura di studioso della città e del territorio, architetto, urbanista e pubblico amministratore – enfaticamente diede nel 1944-’46 ad un suo progetto di ricostruzione delle aree attigue alla Galleria e al Corso Vittorio Emanuele di Milano, colpite dai bombardamenti aerei del 1943, con edifici commerciali di limitata altezza attorno ad un nuovo tracciato pubblico pedonale. Allusivamente ciò indica l’attualità della sua visione di una Milano concepita “dall’esterno e da lungi ” anche nel l’attuale fase di grandi trasformazioni indotte dai mutamenti economici, produttivi, infrastrutturali e funzionali in corso negli ultimi decenni nella città in assenza di quella visione generale.”

……..

finalmente … ancora qualcuno che riesce a ragionare sulla città di ieri, di oggi e di domani …

 

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Capolavori … hard … addio …

Fai clic per accedere a demolireXrigenerare.pdf

DALLA PERIFERIA SUBURBANA ALLA ECO-CITTA’ GIARDINO

DEMOLIRE PER RIGENERARE
Seminario sulla Trasformazione delle Periferie in Eco-Città Giardino Casi di Studio Statunitensi e Europei. Il Corviale.

21 ottobre 2010 Università degli Studi di Ferrara, Facoltà di Ingegneria Via Saragat 1, aula 2 ore 15

“Ogni città italiana ha visto sorgere negli anni 70 del secolo scorso la sua periferia Hard. Le sue stecche e le sue torri simbolo del Brutalismo architettonico allora tanto in voga. La lista è lunga. Ci sono le Lavatrici di Genova, il Gallaratese di Milano, il Pilastro di Bologna, il Laurentino Q38 di Roma, le Vele di Napoli, lo ZEN di Palermo. Ogni città ha la sua periferia e sono centinaia di migliaia, se non milioni, i cittadini italiani costretti a vivere all’interno di scatoloni di conglomerato cementizio armato in ossequio a una sperimentazione finita male.  Il dramma della periferia italiana è tutto in questi “mostri” cementizi, simbolo più che mai di un fallimento architettonico, ambientale, e, prima di tutto, economico, sociale, culturale. Un fallimento che genera ogni anno enormi costi di gestione di edifici non concepiti per durare nel tempo ed enormi costi sociali derivanti dal sentimento di alienazione dei poveri abitanti inscatolati, loro malgrado, in esperimenti urbanistici completamete tramontati.  Altrove, negli Stati Uniti, in Europa, si è iniziato da molti anni a demolirli. Uno dei primi interventi fu la demolizione del famigerato Prutt Igoe di St Louis, poi venne il grattacielozzo della Tour Bleue a Bruxelles, poi le torri di Paternoster Square a Londra, poi le stecche di Marsham Street sempre a Londra, poi le centinaia di stecche e di grattacielozzi che l’ANRU, l’Agence Nationale pour la Renovation Urbaine, demolisce ogni anno in Francia e sostituisce con quartieri urbani a misura d’uomo. Ma, fino ad oggi, nulla è stato fatto in Italia. Si era iniziato a demolire le Vele di Scampia a metà degli anni 90, poi più nulla. Ora, finalmente, arriva una buona notizia da Roma. Si ricomincia a parlare del Corviale.  Simbolo internazionale di quella che in termine tecnico si chiama Slab-Urbia -la periferia “hard”, quella costruita con pesanti lastre -slab- di cemento- il Corviale è una stecca lunga 1 km dove vivono dalla metà degli anni 70 del secolo scorso circa 6000 abitanti. Concepito come un esperimento di Unità d’Abitazione in ritardo di circa 50 anni dalle teorie lecorbuseriane, era già nato “vecchio” e l’obsolescenza dei suoi pannelli cementizi è, più che mai, la metafora dell’obsolescenza di un brutalismo architettonico oggi abbandonato in tutto il mondo.  La demolizione del Corviale e la sua sostituzione con una Eco-Città Giardino, concepita come un quartiere urbano compatto, integrato, accessibile pedonalmente e ricco di spazi pubblici a misura d’uomo, può davvero segnare una nuova fase nella Storia della città italiana. Dopo il lento declino degli ultimi 60 anni una nuova stagione di Rinascimento Urbano può aprirsi anche in Italia proprio con un’operazione di alto valore sociale e ambientale. Dimostrare che si può riparare un errore, che si può invertire una tendenza negativa e offrire ai cittadini la possibilità di scegliere di vivere in un ambiente urbano armonioso, dotato di piazze e piazzette ispirate alla tradizione della città italiana, ricco di spazi pubblici e di corti verdi dove i bambini possono giocare tranquilli. La demolizione del Corviale può inaugurare una grande stagione di RINASCIMENTO URBANO, migliorando le condizioni di vita degli abitanti della periferia e contribuendo ad elevare il livello della città italiana. Sviluppando un notevole circolo virtuoso, offrendo lavoro a giovani architetti, ingegneri, piccoli e medi imprenditori, artigiani, artisti, commercianti.  DEMOLIRE IL CORVIALE e COSTRUIRE UN ECO-QUARTIERE INTEGRATO rappresenta la sfida per avviare uno sviluppo ambientale, sociale ed economico che costituisca un modello da imitare in centinaia di luoghi simili in tutto il paese. Trasformare la PERIFERIA in una serie di nuove Eco-Città Giardino può diventare la nuova politica urbanistica italiana contribuendo a riqualificare l’ambiente degradato e ad avviare un autentico sviluppo economico, sociale e culturale.”

………….

comunque … Corviale è bellissimo …

un vero capolavoro Hard …

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NIENTEPECOREPERILPECORA …

Corviale e l'idea di città-giardino Masterplan per Tor Bella Monaca

Corviale e l’idea di città-giardino
Masterplan per Tor Bella Monaca

Il DIBATTITO

Tor Bella Monaca

Risanare anziché demolire.
La discussione sulla controversa periferia


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Muratori … I «sei errori»…

“Due motivi per trascrivere un brano vecchio di 25 anni. Il primo è per poter dire “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Dai sodali del “Lexicon of the New Urbanism” di Duany Plater-Zyberk (per non citare sempre l’architetto del Principe) a chi, me compreso, deve la sua formazione alla scuola di Franco Purini. Ma c’è un secondo motivo. Le «sei critiche» mi sono sempre sembrate, fin dalla prima lettura, una sorta di outing in cui Gianfranco Caniggia ritrova in sintesi il suo debito alla scuola di Muratori ma definisce, allo stesso tempo, la sostanza del suo prenderne le distanze, addebitando al maestro, con quella «modestia» che aveva scelto quale stile, anche qualità originali che invece gli sono proprie come teorico e progettista.”

Giancarlo Galassi

 

“La maturità e la produttività dell’opera teorica di Saverio Muratori viene dopo la massima parte delle sue realizzazioni progettuali: dopo, soprattutto, la progettazione dei quartieri del ’50. […]

Possiamo infatti riconoscere che l’apporto teorico, e di conseguenza didattico, avrebbe poi battuto su quelli che possono considerarsi tuttora [i «sei errori» canonici,] gli errori tipici, o le remore tipiche, che impacciano l’opera dell’architetto contemporaneo, allora come ora […]. Proviamo a elencare tali remore:

1)     Il ritenere necessaria l’importazione di modi esterni alla continuità dell’esperienza edilizia della cultura civile, maturati altrove […].

2)     Il ritenere «quartiere unitario» una quantità indeterminata di case in un’indeterminata quantità di area: o meglio, quantità determinate dall’occasionalità di programmi economico-burocratici indipendenti dalla misura dei sub organismi «quartieri» che una città spontaneamente attua […].

3)     L’avvalersi di un morfema astratto, costituito da accostamenti di volumi e da elementi geometrici relativamente indifferenti alla scala dell’oggetto che si vuole progettare […].

4)     Il porsi il problema dell’«ambiente», del «contesto» in termini astraenti, così da ritenerlo risolubile attraverso motivazioni e suggestioni morfologico-psicologiche, partecipando all’intorno soprattutto mediante una geometria fatta di assi, direttrici, allineamenti assunti dal margine e portati all’interno del quartiere […].

5)     Il porsi il problema tra «città pianificata» e «città spontanea» o per meglio dire tra tessuto realizzato simultaneamente e tessuto ottenuto da un sistema di stratificazioni e da una capillarità di interventi succedutosi nei secoli, come problema risolvibile attraverso una varietà precostituita. Supposta l’insufficienza dell’elementare importazione di «siedlungen» di stampo razionalista (d’altra parte «variate» spesso all’origine per le medesime ragioni) si vuole ritenere possibile l’immissione di «varietà» per correggerne la «monotonia»: fenomeno da leggersi come portato della coscienza del conflitto tra la «città simultanea» e la «città divenuta», tra progetto e stratificazione storica, appunto [….

6)     Il ritenere ovvio porre le case all’interno di un’area senza aver indagato sulla dialettica tra costruito e «vuoto»: soprattutto senza la chiara cognizione che nella città quel «vuoto» è ben lontano da esserlo, apparendo invece come componente intrinseca della struttura del costruito con una gamma di qualità (piazza, via, cortile, area di pertinenza) funzionalmente e soprattutto spazialmente differenziate. Le aree non costruite sono unificate, e appena se ne osserva la diversità più vistosa ed emergente conservando la nozione di piazza. ”

Gianfranco Caniggia

[Da GC, “Saverio Muratori e il progetto di tessuto”, in “Storia e architettura” a.VII n.1-2, gen.-dic. 1984, pp. 35-36]

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Studi Muratoriani …

“E’ stato affermato che «la questione del grande simbolo urbano è stata
posta chiaramente quando Loos ha disegnato la grande colonna dorica: i
significanti convenzionali sopravanzano i significati tanto più
decisamente quanto più critica è la funzione sociale e storica delle
istituzioni da rappresentare e slittano ambiguamente su due piani
diversi, quello della monumentalità e quello dell’ironia (Semerani)». A
nostro avviso palazzo Sturzo vive, nella sua presenza incongrua,
scomoda e dichiaratoria entro il quartiere EUR – e, più che ironica,
quasi tragica e irrisoria nell’adozione dei timpani arcuati alle
finestre: un messaggio ingannevole e polemico, rivolto a una società
con la quale Muratori avrebbe presto chiuso ogni rapporto.”

Luigi Pavan

Testo e immagine da: LP, “L’architettura organica secondo
Saverio Muratori” pp. 105 e sgg. in “Carattere Narrazione Variazione” a
c. di E. Mantese, Marsilio, Venezia 2005.

 

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Concorso Palazzo Sturzo …

“Dopo il consumo ottocentesco delle forme storiche, palazzo Sturzo
rappresenta un momento ricco proprio delle sue intime contraddizioni:
organismo che vive dell’ibridazione tra moderno e non moderno nel
tentativo di una loro vicendevole epurazione. Muratori cerca di
dimostrare che i nuovi quesiti relativi ai centri storici possono
essere soddisfatti attraverso una forma di straniamento a più livelli;
indubbiamente un’operazione fortemente intellettualistica. Testimone di
questa difficoltà è stato Ludovico Quaroni che, sottolineando la
propria incomprensione di fronte all’approccio dell’amico di un tempo
ha sostenuto che l’architettura è fatta di cose semplici, richiedenti
spesso un approccio logico tra i più bassi nel campo delle scienze
umane, insomma una spiccata intuitività.”

Luigi Pavan

Da: LP, “L’architettura organica secondo Saverio Muratori” pp. 155-156 in
“Carattere Narrazione Variazione” a c. di E. Mantese, Marsilio, Venezia
2005.

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COMESSEREMODERNI …

… “Ecco perché io sono ben contento di fare la storia di Venezia oggi, nel 1959; ciò è quanto di più moderno si possa immaginare.

 

Abbiamo sognato evasioni. Ecco la vera evasione: guardare le cose che ci circondano come una meravigliosa creazione, cercando di essere “veri” nel constatare, perché nella verità saremo attuali e personali.

 

L’ultima cosa di cui ci si deve preoccupare è quella di essere troppo personali e troppo moderni. E’ questo il grande equivoco di oggi: chi vuole essere deliberatamente personale, cioè in questo senso artista, è un pessimo artista, chi vuol essere deliberatamente moderno è un fallito.”

S.M.

 

Da: Saverio Muratori, Da Schinkel ad Asplund. Lezioni di architettura moderna 1959-1960, a cura di G. Cataldi e G. Marinucci, Firenze, Alinea editrice, 1990

 

 

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