TRALICCIONIROMANI …

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L’Arte Di Insegnare L’Arte


Da Giancarlo Galassi: …

“Una miscellanea solo apparentemente eterogenea. Si intravede in
filigrana una facoltà  di sintesi di poesia arte architettura didattica
non autoreferenziale.”
G.G.

P.S. da allievo invecchiato: tra Caniggia e
Michelucci, tra il cioòcheimporta della storia di tutti e il
chisseneimporta della libertà del singolo, la laicità sacra dell’umano
e dell’architettura. E dell’insegnarla.

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COIMATTONIECORCIMENTO …

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POCOPRIMADELCASINO …

Da Isabella Guarini …

“Sono entrata nella Facoltà d’Architettura di Napoli, negli anni sessanta, proveniente dal Liceo classico, uno di quei licei in cui all’ultimo anno arrivano solo quattordici alunni, tanto per superare il numero tredici. I corsi si frequentavano dalle otto e trenta alle sedici e trenta, con l’intervallo di un’ora per la colazione. A casa c’era da studiare per rendere proficua la frequenza, altrimenti si accumulavano nozioni su nozioni indiscriminatamente. Non tutte le lezioni erano teoriche. Le esercitazioni e i corsi pratici si svolgevano in aula, all’esterno il Disegno dal vero. Perciò non fu traumatico per me il passaggio dal Liceo ai Corsi universitari, abituata com’ero a studiare classicamente. A quel tempo si toccava con mano lo scontro tra i docenti delle materie scientifiche, matematici e ingegneri, e quelli delle materie storiche e compositive. Scelsi il male peggiore e mi dedicai allo studio delle materie scientifiche e storiche che costituivano l’ostacolo più resistente al superamento del biennio, per poi dedicarmi alle tanto agognate materie compositive. Detto fatto e mi trovai nel bel mezzo della prima contestazione pre-sessantottina, messa in atto da studenti e docenti in ascesa. Partendo da una proposta di legge, di far iscrivere i geometri all’albo degli architetti dopo non so quanti anni di professione, i contestatori di allora, socialdemocratici, rimisero in discussione la separatezza delle varie discipline, la supremazia delle materie scientifiche e storiche, a favore di quelle compositive che sono lo specifico fondativo dell’Architettura. Avvenne che si formassero nella Facoltà di Architettura di Napoli due “Atelier”cui afferivano le altre discipline scientifiche e storiche intorno al nucleo delle Discipline Compositive: l’Atelier di Giulio De Luca e l’Atelier di Carlo Cocchia. In tali Atelier i corsi erano, se ben ricordo, verticali, nel senso che su un tema si aggregavano i Corsi di Composizione ai vari livelli e quelli delle materie affini.
Non dico dei duri scontri specialmente tra gli storici dominati dalla figura di Roberto Pane che a sua volta era in contrasto per le metodologie di restauro con Ezio De Felice e insieme erano contro gli architetti compositivi che professavano l’architettura “moderna” contro la “storia”. Mi parve accomodante iscrivermi all’Atelier- De Luca, titolare del corso di Elementi di architettura e rilievo II, che aveva lasciato le redini al suo assistente avanguardista, Aldo Loris Rossi. Il tema scelto era il Rione Sanità nel Centro Storico di Napoli. Che bisognava fare? Gli studenti del primo e del secondo operavano nella fase preliminare con indagini storiche, rilievo, plastici della zona ed elaborazioni su basi visive, seguendo le teorie di Rudolf Armhein,che poi erano utilizzate dagli studenti dei corsi superiori, terzo quarto e quinto, per le proposte progettuali. In sintesi, si trattava di simulare l’attività di uno studio professionale d’architettura.
“ Lei farà un rilievo per l’esame di storia, un altro per Caratteri stilistici dell’architettura e un altro ancora per l’esame di Restauro.” Sic, il prof Venditti quando mi presentai con il mio rilievo della Chiesa barocca di Sant’Antonello ai Vergini, rilevata per l’esame di Elementi d’architettura nell’Atelier De Luca-Loris Rossi. Sic, intrapresi la strada del rilievo e ricostruzione del “pistrinum” di Modesto in Pompei. Le ricerche che avviai mi apppassionarono e leggendo i giornali di scavo nella polverosa Biblioteca Nazionale la mia immaginazione si proiettava nella vita pompeiana prima dell’eruzione Mi sembrava di sentire il rumore delle macine, il vociare dei pastai, l’acre odore della legna bruciata e il profumo del pane di casa mia, così lontana dalle teorie dell’Armhein. Gli Atelier durarono quanto le lucciole sotto la scure del sessantotto, ma questa è un’altra storia!”

I.G.

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Il Motore Delle Iniziative Culturali …

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Flammini Vince A Rouen Nel ’76 … FATELO SCENDEREEE !!! …

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CHICAZZE’STOFLAMMINI? …

Eur, Gran Premio dei palazzi
costruzioni anche al Velodromo

 

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La Biblioteca Dell’Architetto Colto …

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“Ca staga ben” …

Da Sergio Marzetti: …

“Si, caro E.M. Mazzola! D’accordo su tutto! Però rimango dell’avviso che, per quanto riguarda l’Architettura Moderna, non si debba buttar via tutta l’acqua sporca col ragazzino. Io tutte le mattine mi debbo fermare al semaforo di Via Tuscolana e traguardo tra le facciate dei palazzi, dignitosi certo, il palazzo a V di Piazzale Spartaco di S. Muratori. Quella immagine mi dà sempre il calore di più antichi prospetti popolari, quelli di chi, soprattutto vissuto nelle nostre italiche province, li ha assorbiti come un imprinting, dettati dal giusto più che dal gusto. Su Venezia che si può dire? L’immagine d’insieme all’arrivo è quella di una città sempre ben governata dalle sue magistrature. Poi scendi, ti avvicini sempre più e, come nel “Blow Up” di Antonioni, ne scopri i dettagli, fino ai più minuti. Percorri il Canale e di fronte a te si sciorinano policromi palazzi veneto-bizantini, regge in fiorito gotico-veneziano, imponenti edifici rinascimentali, facili a essere misurati con la sezione aurea, ogni tanto qualche più semplice e popolare stesura, poi, a seguire, un decorativo barocco fino all’esplosione della Chiesa della Salute con le volute dei suoi arricciati contrafforti che, come frangenti schiumosi, sembrano spingere verso l’alto la bianca cupola (da una non dimenticata lezione di Bruno Zevi). Anche il neo-classico ci mise del suo e, con la dovuta attenzione al “ca staga ben”, anche l’Ottocento non è banale come è accorta e saggia la moderna Casa alle Zattere di Ignazio Gardella. Quasi mille anni di storia, di trasformazioni economiche, sociali e artistiche tutte lì, gomito a gomito. Il nostro tempo può aver anche lui il diritto ad esprimere se stesso in questi contesti? Penso di sì anche se viviamo con un di più di morbosa sensibilità e di infantili incertezze. Mah! Come diceva Alberto Sordi: “A noi c’ha rovinato la guerra! Noi c’abbiamo la malattia” Eppure, ancora subito dopo la guerra, chi veniva da noi, in questo caso a Venezia, si accostava con rispetto. F.L. Wright progettava il suo Memorial, ascoltando la lezione di John Ruskin, sulle Pietre di Venezia, Le Corbousier progettò l’ospedale tenendo conto della particolarissima città sulla laguna (d’altronde a Venezia anche la morte viaggia in gondola verso l’isola di San Michele), e Louis Kahn, nel suo Centro Congressi, si ispirò al sistema delle cupole bizantine. Adesso, in questo inizio di secolo, siamo teneri come il burro, indifesi come donzelle, chiunque ci può penetrare senza nessuna delicatezza. Roma, città sputtanata per come l’ha governata una classe che non sarebbe stata degna neanche di reggere le staffe delle mule di Papi, Signori, Dogi e Gonfalonieri del nostro passato, ha lasciato che Meier ci portasse il suo Bay Region Style in Via Ripetta “a miracol mostrare”. Quando passo per di là, il calore che mi dà S. Muratori a Piazzale Spartaco, si trasforma in massima freddezza e rimpianto. Per fortuna sull’altro lato della via c’è l’artista di strada Fausto delle Chiaie (uno che Pio Baldi non inviterà mai al MAXXI) che, trasformando i colonnotti della ringhiera sull’Augusteo in basi per irridenti gesti verso la monnezza in cui viviamo, mi dice che quello che conta è mantenere la voglia di arrabbiarci.”

S.M.

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“Quello che avrei voluto” …

Quello che avrei voluto sentirmi raccontare all’Università

“Negli anni cinquanta entrai finalmente alla Facoltà di Architettura di Roma dove sostenni subito esami di analisi, calcolo, mineralogia, descrittiva, scienza e chimica, con docenti preparati, testi di studio e buoni risultati. Ma la mia aspirazione era arrivare agli esami compositivi: al secondo anno, il primo tema di architettura da svolgere riguardava “la casa del pescatore”; io attendevo le lezioni preparatorie.

Gli assistenti ci dissero di andare in biblioteca a sfogliare le riviste dove trovammo pubblicate le ville di Wright, di Le Corbusier, dei grandi dell’architettura moderna, che poco si erano occupati di architettura minore; ci concentrammo sul termine ‘pescatore’ e così producemmo tante casette, una diversa dall’altra con all’esterno il mare; quelli di noi che avevano letto di più e conoscevano l’architettura, fecero dei progetti tipo Alvar Aalto e andarono bene; io mi ricordo che portavo alle revisioni il mio lavoro, l’assistente lo guardava in silenzio e diceva: “tiri un po’ più su la finestra e la faccia più grande; ha presente quelle di Terragni?” Riuscii a passare l’esame solo per la mia capacità di disegno. Al terzo anno il professor Marino fece fare una proposta di ricostruzione di un palazzo a Roma, in Via del Tritone ; lì esplosero, solo per gli studenti più preparati (tre), le brillanti idee affermate dal neoliberty torinese.

Finalmente giunsi al quarto anno e cominciò il corso di Architettura degli Interni e Arredamento: mi aspettavo moltissimo; anche quella volta entrò un elegante signore: ci disse che il tema dell’anno era l’arredo della propria camera da letto e la riproposizione più moderna dell’atrio di un cinema molto noto. Poi si volse ai presenti e disse: “questi sono i miei assistenti, faranno i gruppi per lettera”. Rividi il Professore all’esame; anche allora i migliori presentarono soluzioni (alla moda del momento) razionaliste e neo liberty riprese da “Casabella” e chi come me aspettava delle direttive teoriche dovette rinunciare e sollecitare la propria fantasia attingendo agli spunti che si potevano trarre in biblioteca.

All’ultimo anno ci furono le lezioni teoriche di architettura del Professore Muratori, ma il suo argomentare sorretto dalla filosofia era poco capito da gran parte degli studenti, che peraltro sostenevano il suo esame senza capirne molto.

Questa è stata la mia facoltà di Architettura. Non ricordo che mi abbiano parlato della formazione della casa e della sua storia e le poche notizie sugli arredi partivano dal Bauhaus o talvolta dalle sedie Thonet esibite come primo modello industriale dell’elemento sedia.

Ci sono molte parziali storie specialistiche: la casa primitiva dell’Abruzzo, i trulli della Puglia e moltissime altre; ci sono bellissime storie dell’arredo quasi sempre riferite agli arredi dei palazzi e delle regge; questi studi non hanno un legame continuo nel tempo.

Inoltre il rapporto tra le abitazioni di base e quelle del potere è poco approfondito; questo è il tema che affrontiamo in questa ricerca; siamo consapevoli della vastità dell’argomento; il risultato potrà avere delle lacune ma è affidato agli studenti e ai futuri ricercatori il compito di ampliare e approfondire il lavoro.

Adelaide Regazzoni Caniggia

Novembre 2010

Sul numero 27, fresco di stampa, di “Abitare La Terra”, la rivista diretta da Paolo Portoghesi, compare un testo volutamente semplice e divulgativo: «Le Case Insieme» di Adelaide Regazzoni Caniggia e Giancarlo Galassi. Il brano che precede è pubblicato in appendice.

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