Testimonial affidabile …

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OSOLEMIO …

Dopo San Remo …

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ECHISEMOVE?

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Lavori in corso …

dallo Städel di Francoforte

 

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Architetture a seccatura …

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Campos … su ZEN e Corviale …

Da Stefano Serafini: …

“Caro Professore,
riordinando un po’ di appunti giacenti da mesi sulla scrivania, ho ritrovato un brano che mi piacerebbe sottoporre agli archiwatchiani. Concetti piani e misurati, anche se talvolta un po’ perifrastici, che fra dieci anni brilleranno per la loro semplicità, ma che oggi paiono i primi sforzi per risalire le profonde chine di un’ubriacatura lunga a smaltirsi. Vengono dall’ultimo libretto di Giuseppe Campos Venuti, Città senza cultura. Intervista sull’urbanistica, a cura di F. Oliva, Laterza, 2010, pp. 9-12.
(Il curatore chiede di chi siano le responsabilità della brutta situazione in cui versano le nostre città, e l’autore risponde)
“Di tutti, le responsabilità sono di tutti: dei politici, degli operatori, dei tecnici, ma anche dei cittadini, di tutti i cittadini. … Credo … che tutti i cittadini siano responsabili di questo stato di cose, con il proprio comportamento quotidiano di individui singoli che mal sopportano le regole.
Con questa affermazione non voglio certo assolvere tutti accusando tutti, ma, piuttosto, attribuire una corresponsabilità alla cultura, alla società nel suo insieme. E ciò mi fa pensare che è questa cultura che dobbiamo cambiare. Certo, architetti e urbanisti hanno la propria parte di responsabilità. Cito due casi emblematici, scelti appositamente fra i miei amici – uno scomparso, l’altro in ottima salute e ancora impegnato in prestigiose attività – perché la mia valutazione possa considerarsi non polemica. Penso a due architetti che hanno progettato due importanti pezzi di città, i quali, mal realizzati, contribuiscono a far giudicare brutta la città nel suo insieme. Parlo del Corviale romano, progettato da Mario Fiorentino, e del quartiere Zen palermitano, progettato da Vittorio Gregotti. Il problema è che i due progetti sono stati affrontati con un approccio molto ambizioso ma sottovalutando l’incapacità della società italiana di realizzare interamente un disegno così complesso, e di questa sottovalutazione i progettisti sono indubbiamente responsabili.
D. E quale errore è stato commesso?
Proprio quello di non aver tenuto conto che la società italiana non era pronta all’attuazione di progetti tanto ambiziosi e complessi, sicché la loro realizzazione ha creato una cattedrale architettonica nel deserto urbano. Una più realistica e severa riflessione avrebbe dovuto suggerire un progetto ben diverso. Se non avesse sottovalutato la situazione, Mario Fiorentino non avrebbe progettato un palazzo lungo un chilometro, nel quale c’era tutto quello che serve a una città, una “città di fondazione”, creata cioè per intero dal nulla, concentrata in un solo edificio. Una concezione utopistica, ideologica e proprio per questo sbagliata, in quanto la società non era in grado di accogliere un simile prodotto; e forse era anche sbagliato che lo accogliesse. Il quartiere Zen di Gregotti non è fuori misura, come il Corviale, ma anch’esso è un progetto complesso e ambizioso e, in questo caso, è la sua qualità molto articolata a essere fuori misura per la società italiana.
D. Lo Zen è un quartiere che inventa un tessuto urbano completamente nuovo, fuori dal solco della tradizione del Movimento Moderno, molto diverso da quello di Fiorentino.
Non sto a discutere se il progetto di Gregotti fosse o meno nel solco del Movimento Moderno, ma credo non fosse realizzabile nel tessuto urbano nel quale era destinato a calarsi. Il vero problema di un nuovo insediamento è quello di inserirsi nel contesto urbano, economico, sociale e istituzionale destinato ad accoglierlo, con la capacità di qualificare il suo intorno, senza compiere necessariamente un’azione dirompente, ma con la sicurezza di realizzarsi per intero. Io apprezzo molto i due architetti che ho citato, ma forse dovevano abbandonare la pretesa di progettare un super-quartiere, o un brano di super-città, che la società italiana non era in grado di accogliere.
D. Rinunciare anche a essere super-architetti…
Forse sì, fermo restando che sto parlando di due fra i migliori architetti italiani. A me non piace il “super”, quartiere o architetto che sia. … Nelle loro diverse funzioni, gli uomini svolgono un ruolo che consiste nel contribuire, insieme ai propri simili, alla gestione delle cose, e quindi sono tutti responsabili, anche gli architetti, ma non più degli altri. Gli architetti hanno dato spesso contributi negativi, ma non possono essere considerati capri espiatori, come per comoda polemica si è spesso fatto. Archistar non è certo un complimento, ma è la società che vuole essere star e non ha la forza né la capacità di esserlo.
Le condizioni oggettive vanno comunque sempre ricordate, perché anch’esse sono un fatto con il quale misurarsi per affrontare il problema.”
Cordiali saluti,

S. S.

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Desolate Gospel … [era saltata una riga] …

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A secco …

Pandochéion,

Tourmanin (Siria), da De Vogué …

in: Alireza Naser Eslami, Architetture del commercio e città del Mediterraneo, Milano-Torino, 2010.

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