Da Eduardo Alamaro: …
“cari muratorini,
come lettore ed elettore (più o meno) assiduo e partecipe di questo vostro
bloggo, rimpiango talvolta la vecchia “Archiwatch”; quella che si apriva con la
foto-tessera del Muratore edilizio in maniche di camicia, ‘a sigaretta ‘mmocca
e l’accendino gangster tutto fuego! Una favola quell’Archiwatch antica che si
affidava meno, molto meno, all’immagine e di più, molto di più, alle tirate
critiche in romanesco architettonico, godibilissime. Tutto per iscritto d’alto
volgo, borgo e bordo .
Infatti, al contrario del mio illustre concittadino Erri De Luca, io non sono
tanto “abitante della lingua italiana”, piuttosto molto tosto dei suoi
dialetti; soprattutto quelli edilizi e-deliziosi ruspanti applicati,
segnatamente la lingua napoletana. Vivo, vedo e sento questa varietà nostra
dialettale come una grande ricchezza, a saperla coglierla, coniugarla e
costruirla ancora, web compreso e comprensibile. Così sia.
La questione letteraria nasce quando si deve scrivere questa parlata “locale”
… che è bella proprio perché è parlata … ed è in veloce continua
trasformazione bocca a bocca e bocchino, si sa). Prova ne sia l’ultima uscita
del Bossi val-padano. Come si scrive correttamente (si fa per dire) la sua
colorita e colorata espressione politica-geografica: “fuori dalle palle
(africani)”?
Riporto alcuni titolazioni di quotidiani odierni: “Foeura di ball” (Libero);
“Fora da i ball” (Liberazione); “Fora di ball” (“Il Mattino” di Napoli); “Fora
de ball” (Liberal), ecc. ; altre varianti che rapidamente leggo (e riporto)
sono: Fora de’ ball’; oppure la o di fora con la dieresi, … ed altre variazioni
ancora di accenti e apostrofi.
Son certo che si aprirà il dibattito e che ci saranno tante scuole di pensiero
(e di scrittura) per quanto sono le accademie della crusca padana, ben
foraggiata a Roma: c’avite fatta ‘a palla!!
Chiudo con un esempio alto e “culturale”. Il catalogo della mostra che si è
aperta nei giorni scorsi a Torino: “Il futuro nelle mani. Artieri domani” (un
“album rosso” a cura di Enzo Biffi Gentili, comitato Italia 150), a pagina 85
riporta la seguente titolazione in napoletano: “Nuie simm d’o Sud”. Ho scritto
al mio amico torinese-faentino che bisognava -forse- scrivere più
correttamente: “Nuje simme d’ ‘o Sud”; anzi, meglio, “Sudd”, perché si sa che
noi di Napoli calchiamo le finali. Qui da nuje il còmputer diventa così
computèrr … o c’è contrazione e abbreviazione di parole … per cui la “Cassa
Integrazione” diventa la “Cassa Integrale” (pre-cimiteriale).
Unica eccezione la si fece per Cavoùr, che andava bene pronunciata e accentata
così come al Nord, … ma per spirito di contraddizione (o forse per rifiuto
unitario inconscio della lingua, chi lo sa?) al “fine tessitore” i napoletani
gli spostarono (e gli spostano tuttora) l’accento … facendolo diventare:
Càvour.
Insomma: Noio italliani volevam savuar … che male avim fattò pe’ ce meritè
stu Boss accussì. … E’ solo una domanda serale, fatta così …. prima di
cena.
Saluti,”
Eldorado













