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Il Prof è un vero birbante o un mago. Riesce, volontariamente o meno, a risvegliare, con le immagini che ci regala ogni giorno, pensieri corretti e scorretti, opinioni seriose e battute fulminanti, odierne querelle senza sbocchi e toccanti ricordi sopiti. Embè? Direte voi. Mò che te ricorda l’UNRRA?
Era da poco passata la guerra, mio padre ancora si raccomandava, quando andavo a giocare per strada, di non raccogliere penne o altro perchè potevano essere delle trappole esplosive. Già dei ragazzini, fosse leggenda o meno, si diceva essere rimasti mutilati. L’altro luogo canonico per i nostri giochi era logicamente l’oratorio della domenica. I ragazzini del mio quartiere andavano alla chiesa di Ognissanti sull’Appia Nuova. La mattinata in parrocchia era lunga: la messa dei ragazzi alle 9, il catechismo fino alle 10, colazione composta di una ciriola e, in tempi in cui la cioccolata era scomparsa dalle case e le cui uniche leccornie erano i “pescetti” di liquerizia che il lattaio ci dava come resto, una stecca di cioccolata con la scitta UNRRA e poi partitella a pallone fino alle 13 (io ero una schiappa a pallone e qualche anno dopo preferii entrare nell’Epiro Baseball Club. In quegli anni a San Giovanni il gioco americano se la contendeva con il football e spesso, per conquistare un campetto, si litigava, chi con i guantoni chi con gli scarpini).
Abitavo in una bella palazzina moderna di prima della guerra di via Ceneda che non sfigurava, nella sue linee semplici, con gli edifici vicini, decorati di cornicioni e timpani. Casa non era grande: una stanza da letto dove dormivano i miei genitori con le mie due sorelle più piccole, l’ingresso dove dormivo io, cucina e bagno. A me piaceva e soprattutto mi interessavano dei geometrici segni grafici a rilievo sul soffitto, rette e angoli retti, semicerchi o quarti di cerchi che, senza incrociarsi mai, si rincorrevano sopra la testa. Preferivo quei segni in gesso di cui non capivo la matrice ma che mi soddisfacevano più degli elaborati ghirigori di altri stucchi che vedevo nelle case più antiche dei miei compagni di scuola (anni dopo, in uno dei primi interventi nella ristrutturazione di un appartamento, estrassi dalla memoria e rielaborai, per legare gli spazi, quei geometrici segni grafici sul soffitto. Fu una buona cosa riproporre quel segno di “modernariato”).
Mio padre era comunista mentre mamma era una fervente cattolica ma questa differenza non era causa di discussioni in casa. Papà non andava a messa e mamma non ce ne faceva perdere una, novene comprese mentre lui, comprato il suo “Paese Sera” e il “Corriere dei piccoli” (aveva cercato di portare a casa “Il Pioniere” ma non c’era piaciuto), se ne andava a discutere al bar con gli amici o al campo Almas a vedere la partita. Un giorno mamma si impose di portare quell’uomo, che dopo il matrimonio, non era più entrato in chiesa, alla funzione convincendolo pure a confessarsi. Papà entra nel confessionale pronto con il suo elenco di peccati che poi si riducevano praticamente alle messe mancate e a qualche bestemmia. Rassegnato alla sicura lavata di capo si inginocchia e, con sua e nostra sorpresa, dopo due minuti esce assolto, un Padre, Ave e Gloria. Dopo di lui entra mamma e passa un quarto d’ora buona prima di rivederla accanto a noi. Il ritorno a casa fu tra un padre imbestialito e che sfogava tutto il suo anticlerecalismo. I due minuti di un peccatore e i quindici minuti di una bigotta non facevano altro che confermargli che i preti erano dei mascalzoni.
Mi sorprese molto quindi, quando oramai io e le mie sorelle eravamo abbastanza cresciuti per andare da soli in parrocchia e senza la sorveglianza di mamma, l’insistenza domenicale di mio padre perchè ci sbrigassimo ad andare a messa e tutto il resto, tentandoci specialmente con la cioccolata UNRRA che ci attendeva mentre fino a poco prima aveva criticato aspramente quella americana carità pelosa! Dopo tanti anni compresi il perchè di tutta quella paterna esortazione chiesastica. Nessuna improvvisa conversione ma, poveri genitori miei!, in quel buco di casa erano le uniche poche ore tutte per loro e la loro privacy (parola di cui allora non conoscevamo neppure l’esistenza!).