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Non volevo toccare questo argomento anche se molti ultimi capoversi del blog mi avevano smosso assai. Mi dicevo: “Buono! Lascia perdere!”. Ma qui e adesso è rappresentato, con i nomi della gang, addirittura il luogo del delitto e dello spreco di una generazione! Guardavo il planivolumetrico di “ROMA 1967″ del 12 sett. e mi ricordava uno dei disegni per la tesi. Sta da qualche parte in cantina in un cilindro di cartone ed è tanto simile a questo elaborato. Altri colleghi di quel tremendo quinquennio avranno da qualche parte lo stess planivolumetrico in bianco e nero, con grande uso di china per le ombre e le stesse stereometrie. Chi l’avrà relegato in qualche angolo nascosto, chi ci avrà acceso il caminetto, qualcuno l’avrà pure venduto ai tempi dell'”architettura disegnata”. La “Tendenza”, linea suggestiva come poche altre, sostenuta da poderose (sic) riviste che offrivano un linguaggio sicuro dopo tanti Modernismi zeviani che oramai “risalivano in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”, ci guidava la mano. Il disegno veniva abbastanza facile, bastava riga e squadra, angoli a 90 o 45 gradi e non i laboriosi curvilinei. D’altronde eravamo pure studenti che non vedevano l’ora di chiudere quel lungo periodo di traumi. Mi ricordo che molte tesi fortunatamente finivano praticamente a questa scala o giù di lì. Io invece mi incaponii a scendere di scala. D’altronde il tema che avevo scelto sviluppava una parte del P.R.G. della città nelle Marche dove ero nato. Era stato appena approvato e avevo un pò lavorato nello studio dell’urbanista che lo aveva disegnato (poi, come il P.R.G. di Roma del 1962, venne buttato alle ortiche dalle forze politico-economiche locali, interessate a ben più concreti interessi fondiari, dimostratisi poi logicamente devastanti). Quindi ero pieno di fiducia. Scesi al Piano Particolareggiato, arrivando alla fine a disegnare il progetto architettonico vero e proprio di un importante Polo Scolastico (ne feci anche un plastico niente male che adesso, a differenza dei disegni nascosti nell’umidità, sta, ricordo di gioventù, ancora appeso proprio sopra il P.C. dove sto scrivendo). Quale era il problema, la trappola che inconsapevolmente mi ero scavato da solo? Più scendevo di scala e più gli elaborati si arricchivano di dettagli e in quei dettagli riaffioravano tutti gli insegnamenti assorbiti, dai primi corsi di Elementi di Composizione alle Composizioni successive. Succedeva, ed io ne ero consapevole per primo, che in una tavola affiorava Quaroni, in un’ altra appariva Perugini, ecc.; Saverio Muratori no, pur avendo fatto un esame con lui. Troppo intellettuale! Così, come una pallina di flipper, mi sbattevo alla ricerca di un relatore, venivo respinto, giustamente dal loro punto di vista, da un assistente all’altro. Ricordando quei giorni, la descrizione che Giancarlo Galassi, in “SCUOLE ROMANE” del 13 sett., dà della situazione e confusione in cui era facile incorrere, ne è testimonianza perfetta. Ho letto inoltre con piena partecipazione l’articolo di Renato Nicolini ed altri in “LOTUS” 1970 pp. 136 – 137 che, sempre il 13 sett., Galassi ha ricordato in “DISEGNI (degli scolarchi) ROMANI”. Soprattutto nell’ultimo capoverso dell’articolo, alla luce dei miei trascorsi strazi, ho rivisto il ragazzo scombussolato che ero.
“…..Non è un caso che proprio su Roma (ma, dico io, il discorso coinvolge ben altro che solo Roma e solo quegli anni) non sia stata fatta alcuna ricerca scientificamente fondata e che recentemente il tema dell’intervento sulla città sia stato posto e svolto unicamente nella forma dell'”ambientamento”, sia esso in positivo o in negativo, con temi progettuali la cui caratteristica è il massimo grado di genericità astratta, da cui si dovrebbe riscattare mediante la mistificata concretezza del dettaglio”.