Giancarlo Galassi :G commented on OCCIDENTE …
Grazie a 43. Ricambio con un taglio il più possibile laico (che lascio alla vostra interpretazione) con un brano di Martini di cui si celebra il passaggio a miglior vita su tutti i giornali.
LA DIMENSIONE CONTEMPLATIVA DELLA VITA
Tra le molte cose che si possono dire sulla maniera in cui è vissuta oggi la dimensione contemplativa dell’esistenza, vengono alla mente le seguenti:
– la disabitudine presso la grande massa alla pratica della preghiera e delle pause contemplative. In questo la nostra civiltà occidentale si distingue nettamente dalle civiltà dell’Oriente dove sono in onore la pratica e le tecniche contemplative e il gusto per la riflessione profonda;
– la ricerca, diversamente motivata, presso alcuni gruppi, di forme e momenti più intensi di preghiera, di esperienze di “deserto” e di riconversione alla natura;
– l’inconsapevolezza, un poco presso tutti, dell’importanza del problema, insieme con una certa nostalgia per questo valore irrinunciabile della vita. Forse la gente prega e riflette più di quanto non sappia o non dica. Si tratta di aiutarla a dare un nome più preciso, un indirizzo più costante, un contenuto più cristiano a certe provvidenziali impennate del cuore che, più o meno intensamente, sono presenti nella storia di ognuno. L’esodo massiccio dalle città nei periodi di vacanze e nei fine settimana esprime in fondo anche questo desiderio di ritorno alle radici contemplative della vita.
Lo sfondo generale di questa situazione è costituito da una cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo prevalentemente prassistico, tutto teso al “fare”, al “produrre”, ma che genera, per contraccolpo, un bisogno indistinto di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Ma entrambi gli orientamenti rischiano di rimanere superficiali. Sia l’attivismo frenetico, sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una “fuga” dal reale. Per far evolvere cristianamente questa situazione, non basterà risvegliare una ricerca di preghiera. Occorrerà anche purificare, orientare, cristianizzare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le generiche contrapposizioni tra azione, lotta, rivoluzione, da un lato, e contemplazione, silenzio, passività, dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento cristiano sia all’azione, sia alla contemplazione.
Quanto qui diremo sull’impegno per rendere più cosciente la dimensione contemplativa della vita va dunque inteso nel quadro dell’impegno generale per un’armonica crescita dell’uomo, homo faber e homo sapiens, secondo la sua piena misura e capacità.[…]
Il silenzio.
Se in principio c’era la Parola e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’e il silenzio.
Se, com’è avvenuto per Zaccaria, padre di Giovanni Battista, il secondo miracolo del Verbo di Dio è quello di far parlare i muti, cioè di sciogliere la lingua dell’uomo terrestre ricurvo su se stesso nel canto delle meraviglie del Signore, il primo è quello di far ammutolire l’uomo ciarliero e disperso (cfr. Lc 1, 20-22).
“La Parola zittì chiacchiere mie”: così Clemente Rebora, nobile spirito di poeta milanese dei nostri tempi, descrive con rude chiarezza gli inizi della sua conversione.
Possiamo anzi dire che la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità.
L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante, il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo; tutto è preferibile all’essere posti implacabilmente, quando ogni voce tace, davanti all’orrore del niente. Ogni ciarla, ogni lagna, ogni stridore è bene accetto se in qualche modo e per qualche tempo riesce a distogliere la mente dalla consapevolezza spaventosa dell’universo deserto. […]
Carlo M. Martini (1981)





Grazie :G. Citare questi pensieri, svicolando per un pò altri pensieri confusamente lucidi, è un balsamo (volevo scrivere”…per l’anima” ma vivendo in una società multiculturale non voglio offendere nessuno). Se non dispiace vorrei citare un poeta mio corregionario. Qualcuno mi dirà che, per “political correctness” e per “par condicio” (madonna, quante lingue dobbiamo usare per dire!), dovrei citare anche il pensiero di qualche sconosciuto aedo zulu, sciamano animista, mistico sufi o lama montanaro. Purtroppo, a vergogna della mia cultura, mi sono essi appunto sconosciuti come mi era sconosciuta fino a ieri financo l’esistenza di un Florenskij a meno che non mi interessi perdermi tra i file di Wikipedia e You Tube o tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale Centrale “Vittorio Emanuele II”. Mi limiterò solamente a quindici brevi endecasillabi sciolti:
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra quelle piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morti stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.”