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Io ancora sto cercando di capire non cosa ha in testa Fuksas, ma cosa ha in testa il committente di questa chiesa e cioè la CEI, i vescovi italiani… Aridatece Giulio II.
Gavino
Nel sito del progettista dove qualcuno rimandava nell’altro post, ho trovato anche il testo dello show. Forte!! In maiuscoletto ho evidenziato quelle che forse, credo, penso, immagino, siano le battute… le ho trovate veramente spassose… Gli architetti sono proprio gagliardi!
La chiesa, costituita da due parallelepipedi inseriti l’uno nell’altro, slanciati verso l’alto, è sospeso di un metro rispetto al terreno PONENDO L’ATTENZIONE SUL SENSO DI VERTICALITÀ.
Questo effetto e’ funzionale alla volontà di identificare LA CHIESA COME ELEMENTO DI AVVICINAMENTO TRA I FEDELI E DIO.
UNA SERIE DI FASCI DI LUCE ATTRAVERSANO E LEGANO TRA LORO I DUE ELEMENTI e le intersezioni prodotte, creando una serie di aperture che portano la luce all’interno dell’aula, identificano anche la struttura portante dell’edificio. I fasci di luce sono indirizzati verso gli elementi principali dell’aula: l’Altare, l’Ambone, la Sede di chi presidente e il Fonte battesimale.
Si vengono così a creare dei GIOCHI DI LUCE DI GRANDE EFFETTO E SUGGESTIONE.
Lo spazio interno e’ realizzato al fine di garantire una centralità dell’Altare mentre la Fonte Battesimale e l’ambone vengono collocati in posizione asimmetrica rispetto a quest’ultimo.
L’IDEA PORTANTE È STATA QUELLA DI SOTTOLINEARE IL RUOLO ATTIVO DELL’ASSEMBLEA CELEBRANTE.
Il primo volume, quello esterno, è di cemento armato trattato a cera, mentre il secondo è di cemento cellulare attraversato da raggi di luce provenienti da punti diversi.
Le navate laterali sono attraversate verticalmente da una struttura che sostiene lo spazio interno e da RAGGI DI LUCE CHE NELLA POETICA DELL’EDIFICIO DIVENGONO CATENE.
Pertanto LA LUCE SI MATERIALIZZA SIA STRUTTURALMENTE CHE POETICAMENTE.
L’esterno dell’edificio, come un monolite, si contrappone ad UN INTERNO PIÙ LEGGERO, DISEGNATO DALLA LUCE.
Tra la luce naturale e la luce artificiale vi è una interferenza creata dall’artista Maurizio Nannucci, nella quale sottili luci al neon scrivono frasi della Bibbia.
L’INGRESSO ALLA CHIESA È UNA PASSERELLA, UN PONTE, COSÌ DA EVITARE L’INSERIMENTO DI UNA GRADINATA E SOTTOLINEARE IL RUOLO DEL SAGRATO.
E’ un taglio orizzontale su un lato del parallelepipedo esterno, UNA SIMBOLICA FESSURA, UN CONTATTO CON L’INTERNO.
E’ vero le fessure sono sempre simboliche!!! Grande Fuffas…
Fucsas è come un cannolo ripieno di niente…stoppaccioso…
Questa cubo da cubista, non tipo Picasso ma tipo ballerina da discoteca, dovrebbe “suscitare un sussulto della coscienza civile”, come dice il nostro onnipresente e ineffabile firmatario dell’appello dei 3, ma più che mai un sussulto della coscienza religiosa delle gerarchie cattoliche che hanno perduto da tempo il senso della relazione tra architettura e sacro.
L’ultima speranza di buttare fuori i mercanti dal tempio risiede in Papa Ratzingher, che però non sembra circondato da grandi amici. Sarà dura!
Saluti
Pietro
Nel vezzo di mostrarsi artista completo, ha pescato a due mani dall’iconografia di Mario Schifano. Stessa gestualità, stessa matericità, tematiche simili (mi riferisco al ciclo delle “case sole” dipinte da Schifano sino dagli anni ’70. Unica, per alcuni forse trascurabile differenza, a questi bozzetti seguono la realizzazione di edifici. E qui incomincia a scricchiolare qualcosa…concepirli inunsessantesimodisecondo ed essere talmente fieri di questi lampi di genio al punto di organizzarci una mostra-MAXXI 2007-porta spesso, se non sempre, le architetture che ne derivano ad essere solo forma e poca, tribolatissima funzione.
Falso allarme: la chiesa non dovrebbe essere di Fuksas. Non dello stesso che nel sacrosanto “appello dei tre” scrive:
“… Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità…”
Dovrebbe essere di un sosia per di più omonimo.
Beh almeno non siete costretti a viverci e nemmeno ad entrarci se non volete, a differenza delle case di Grassi e Gregotti. In quanto alla cara RatzinGirl non saprei che dire, ma dovendo guardare le cose fatte a Roma mi pare che se le CEI avesse piu’ territorio magari molti di noi starebbero a lavorare piuttosto che scrivere su questo blog. Facciamoci annettere anche formalmente e non solo ideolgicamente, almeno, non ci faranno sposare fra uomini, ma si lavorerebbe di più. Ooops!
Mi piace la concreta visione “muratoriana” o “muratorina” o meglio ancora “murativa” della CEI proposta da marco tosi:
“la prassi come risolutrice dei conflitti e dei problemi teorici, teoretici e teologici”.
Che stia qui la chiave di lettura del cubo?
Pietro
“…essere solo forma e poca, tribolatissima funzione…”
Se un architetto scrive questo, dimentica il punto centrale: la FORMA; le architetture di Fuksas non hanno alcuna FORMA (intesa come pensiero/idea spaziale che si declina nella FORMA…) e tantomeno una funzione tribolatissima o meno che sia. L.Kahn, genio e maestro insuperato, sosteneva che non è la funzione a determinare la forma, ma la FORMA dello SPAZIO a determinare la funzione….
Khan, Terragni, Libera, Moretti….conoscevano la FORMA COMPOSITIVA. Purtroppo siamo messi così….si parla di Schifano…
Saluti
FdM
Chiesa-cult, architetto-cult, cemento rifinito a cera…E le pattine?!!! Verticali !
Il culto diventa “cult”. Ma la cultura?…
Da Kahn ne e’ passato di petrolio sotto i ponti…Oggi,per quel che mi riguarda, qualsiasi sia la funzione di una architettura, la sua FORMA non puo andare a discapito della sua funzionalita’. La responsabilita’ di chi progetta e’ talmente grande che, concentrarsi esclusivamente sulla FORMA COMPOSITIVA ignorando per esempio le ricadute energetico-ambientali che conseguono a gesti istrionici e autocelebrativi, porta a conseguenze che vanno ben oltre l’estetica del..cubo.
La chiesa di Fucsas, a parer mio, parla una lingua incomprensibile al luogo in cui sorge, e di questo se ne compiace. Il fascino che suscita nell’osservatore, se c’è, non dura più di un sessantesimo di secondo.