BRERA …

Sandro Scarrocchia
Il negozio di Brera

“Da anni l’Accademia di Brera è al centro di attenzioni a volte encomiastiche e adulatorie, a volte non proprio benevole se non apertamente denigratorie, sempre e comunque discordanti e conflittuali.
Un’analisi dei motivi alla base di tutto questo non è stata tentata da nessuno, anche se non ci vuole Max Weber per stabilire la sofferenza di un Istituto di Alta Cultura riformato in via sperimentale quasi venti anni fa ma poi sostanzialmente abbandonato a se stesso come il resto del sistema di cui fa parte; decuplicato nelle iscrizioni e nei diplomi attivati, con un tasso di internazionalizzazione senza uguali nel sistema universitario italiano, anche se sproporzionatamente monoprovenienza, cinese nella fattispecie; con una intera classe docente di tradizione posta incredibilmente in ruolo ad esaurimento, come è accaduto in ambito universitario con i ricercatori, ma senza la benché minima ipotesi di nuovo stato giuridico e reclutamento; senza possibilità di accesso ai fondi per la ricerca e a quelli per l’edilizia. Tutto ciò, ed altro ancora che si tralascia per necessità di sintesi, in un quadro di riduzione del ruolo della formazione pubblica e della ricerca che contraddistingue il nostro Paese nello scenario europeo, condannandolo a marginalizzazione e impoverimento progressivi.
Tuttavia sarebbe un campo di analisi meraviglioso per una scuole di sociologia e basterebbe che l’Accademia di Brera estendesse a questo campo l’accordo bilaterale che ha attivato con l’Università Bicocca (per ora limitato al premio annuale Brera-Bicocca appunto, rivolto a giovani artisti) per cominciare ad avere un quadro probante di quello che rappresenta senza dubbio un caso dell’alta formazione artistica del nostro paese.
In cosa consiste il caso nazionale?
Nel tentativo che da più anni a questa parte si reitera, sotto varie forme e con diversi protagonisti (dalla Moratti in avanti), di voler fare di Brera un grande polo museale a discapito della Accademia, anzi, per la precisione, ridimensionandola a un presidio di pura facciata. I due Ministeri dei Beni Culturali e dell’Università si troverebbero in buona sostanza d’accordo nel far avere un po’ di fondi che permetterebbero all’Accademia di potersi riorganizzare in modo coerente in cambio di cessione di spazi nella sede storica, permettendo così alla Pinacoteca di crescere nelle dotazioni di cui un museo contemporaneo non può fare a meno.
La novità delle ipotesi avanzate pubblicamente dal soprintendente James Bredburne consisterebbe, rispetto alle ipotesi più grette e unilaterali precedenti che reclamavano il semplice sfratto dell’Accademia, in una diversa considerazione di questa: non più elemento di dissonante, ma riconoscimento del suo ruolo matrice, quanto al quadro storico, e vivificatore, quanto al quadro sociale e urbano. Questa diversa considerazione non si limita al solo piano culturale, ma si traduce in una precisa opzione gestionale ed economica: una serie di servizi, quantomeno il bookshop, la caffetteria e lo spazio delle esposizioni temporanee, ospiterebbero prodotti e proposte accademiche. Non solo: per accettare il negozio, cioè la cessione degli spazi per la realizzazione di questi servizi, l’Accademia riceverebbe anche dei fondi da destinare alla sua espansione metropolitana.
Cerchiamo di fare un fermo immagine.
Siamo di fronte a una proposta secondo la quale una istituzione della formazione cede spazi del luogo che la identifica e che essa contribuisce ad identificare in una simbiosi originale ed unica per la realizzazione di attività dichiaratamente commerciali che tendenzialmente ne prevedono un coinvolgimento, ricavandone fondi per l’edilizia di cui ha bisogno.
Il marchingegno che si profila non manca di originalità. Ma presenta alcuni punti deboli.
La cessione di spazi da parte dell’Accademia può avvenire, infatti, solo e unicamente o per decisione di prima istanza ma unanime del corpo docente o per decisione politica governativa, nella fattispecie (inter)ministeriale, cioè una decisione di ultima istanza, le sole, infatti, che possono giustificare la perdita di un patrimonio difficilmente quantificabile in misura monetaria per i suoi stratificati valori immateriali (collegati alla memoria storico culturale del polo dell’Illuminismo lombardo) e materiali (parti edilizie di un complesso straordinario), come hanno stigmatizzato Dante Isella e Giorgio Armani. Diversamente nessun altro rappresentante o organo, in quanto in carica temporanea, avrebbe l’autorità sufficiente.
Ma giustificare a chi? Alle generazioni future, perché esse non abbiano a fare esperienze di questo, cioè del patrimonio (dell’Accademia nel nostro caso), minori di quante è spettato a noi, suoi custodi. Così recita, infatti, l’etica della conservazione internazionale almeno dalla carta di Venezia in avanti.
Cosa potrebbe giustificare una decisione negoziale del corpo docente? Soltanto il profilarsi di una nuova “istituzionalità”, per così dire, inedita. Potrebbe essere questa rappresentata dal negozio in questione, vale a dire i servizi che dovrebbero coinvolgere l’Accademia.

Il negozio vuole vendere i frutti del capitale cognitivo di cui la ricerca e produzione artistica fa parte, un po’ come una società che vendesse i concerti del Conservatorio Verdi o gli spettacoli della Paolo Grassi. Questa “nuova funzione” è inedita, è una novità, anche se si aggiunge a una tendenza in atto. Da alcuni anni a questa parte l’Accademia si è fatta locatrice dei suoi spazi come fonte di finanziamento ed ha esteso, grazie a cospicue sponsorizzazioni, le sue attività di integrazione della didattica e di produzione a un livello che ha richiamato l’attenzione dei Sindacati tutti, perché, di fatto, non inscrivibile nei rapporti di lavoro consolidati.
Questo modello in nuce ha poco a che fare con la precedente esperienza di Bredburne a Palazzo Medici Riccardi, in cui era in gioco il solo polo museale.
Semmai assomiglia alla riorganizzazione del Museum für angewandte Kunst (MAK) di Vienna realizzata da Peter Noever alla fine degli anni 80, in quanto comprendente un negozio in collaborazione con le scuole delle arti applicate annesse e facenti parte del sistema universitario austriaco.
Il fatto che a Milano si arrivi a riproporre il modello viennese e per di più con trenta anni di ritardo è certamente una pietanza non facile da digerire. Inoltre a questo punto si dovrebbe anche spiegare la necessità di realizzare il negozio, in tutte le sue articolazioni e potenzialità, nel palazzo storico e non in una sede ad hoc, più idonea e più aperta alla logica di sviluppo metropolitano che la città si sta tentando di immaginare. Insomma: guardando all’innovazione anche nel modo di pensare la localizzazione!
Ma prendendo per buona una volontà governativa, per quanto ovattata e poco trasparente, di voler creare a Brera questo polo innovativo di cui l’Accademia non potrebbe non fare parte, il problema si sposta da quello della difesa del patrimonio, per il quale valgono precedenti nostre iniziative di vasto richiamo, come il convegno internazionale “Per Brera sito Unesco” (atti scaricabili da sito dell’editore Sestante) e l’appello “Brera: ascolta il tuo cuore” (pubblicato sul sito “patrimonio sos”), a quello della gestione dei beni culturali.
Gestione è parola di tradizione della cultura italiana dei beni culturali, dalla Commissione Franceschini in poi. In quanto appartenenente a questa tradizione fa parte del senso comune e ha il 99% della popolazione come referente, per ricorrere a un’immagine dell’occupy movement. La gestione del negozio comprendente l’Accademia dovrebbe significare qualcosa di inedito anche rispetto al merchandising museale, che invece risponde alla logica del libero mercato e del restante1%. Tra capitale e capitale cognitivo c’è conflitto. Nessuno può azzerarlo, perché tutti sanno che è quello cognitivo che vincerà, anche se oggi la voce grossa la fa il capitale e basta. E’ solo questione di tempo. E questo tempo è il conflitto.
Il protocollo di intesa tra i ministeri e, per loro, tra le istituzioni della sede storica è ancora una pagina bianca.
Potrebbe essere una piccola pagina storica. Per questo abbisogna della più larga partecipazione e dei più approfonditi contributi alla sua elaborazione. A cominciare dal coinvolgimento dei sostenitori dei beni comuni sul piano giuridico e dello Stato innovatore su quello economico; su quello culturale di tutti i soggetti e organizzazioni facenti parte delle varie istituzioni del polo braidense.
Sarebbe un sogno l’apertura di un centro della cooperazione sociale nel cuore di Milano, un centro della riappropriazione del valore culturale e artistico attraverso inedite forme di partecipazione dal basso.”

BRERA …

CAMPUS BRERA … CAMPUS ARTI …

BRERA … SPAZIO ACCADEMIA …

SALVARE BRERA …

ANTONI MUNTADAS BRERA …

PERDITA DELLA MEMORIA …

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