PERDITA DELLA MEMORIA …

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SALVARE BRERA …

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4 risposte a PERDITA DELLA MEMORIA …

  1. Maurizio Gabrielli ha detto:

    Chiedo scusa per la mia tanto profonda quanto incolpevole ignoranza, ma trovo questo breve scritto bellissimo e vorrei sapere di più sul suo autore, di cui mi sembra di non sapere nulla.
    Grazie.

  2. Sergio 43 ha detto:

    Interessante articolo, con spunti importanti anche nella loro parzialità, dovuta logicamente a chi guarda la storia dal proprio “sunny side of the street” che, per chi cammina dall’altro lato, deve apparire invece “very shedy”. E “shedy” mi sembrano alcune affermazioni, alcune forzature tirate via senza neanche una vera giustificazione se non per strana polemica. Meglio sottolineare, senza presuntuoso tono didattico, alcune frasi che hanno una loro realtà in tante occasioni ma che vengono, allo stesso tempo, contraddette in situazioni che possiamo vivere quotidianamente.
    Da nonno, mi piace portare a spasso per Roma le mie nipotine, raccontando loro che quello che vedono è cosa viva da riguardare con attenzione, con passione, come fossero persone, ognuna con la sua propria storia. Visitando il Museo Boncompagni Ludovisi ho raccontato, e hanno ammirato, le pitture nel vasto salone centrale che parlavano dei vasti e lunghi viali ombrosi di una Villa grandiosa. Il loro stupore e dispiacere quando ho raccontato che quei silenziosi e vasti viali erano diventati, dopo “essere stati distrutti per mano dell’uomo”, le strade dove, tra strepiti e suoni, andavamo a spasso e che i giganteschi cipressi dipinti erano stati sostituiti da volenterosi alberelli in lotta quotidiana con i vapori che anche noi stavamo respirando.
    Qualche giorno dopo, un po’ incerto perché non vedevo che interesse avrebbero avuto a visitare una mostra all’ex-Mattatoio, invece sono rimaste meravigliate di quello strano ambiente che definirono subito: “Nonno! Sembra un campo di concentramento!”. Già avevano parlato a scuola di quell’orrendo periodo, avevano visto le immagini dei capannoni tutti in fila e soprattutto, dalla flimografia di quell’evento, avevano fatto esperienza del vissuto di uomini, donne e bambini. La loro era ancora un’esperienza essenzialmente e distrattamente visiva mentre io fui costretto a immaginare i belati, i muggiti disperati, gli strilli dei suini, le bastonate su quelle povere spalle fino al finale colpo mortale, le rotaie che trasportavano in un macabro girotondo le mezzene fino a farle arrivare sui banchi dei mercati e nelle padelle delle nostre case. Per fortuna fui allontanato da quelle immagini dalle loro più scolastiche domande, incuriosite da nuove parole; ” Nonno! Che vuol dire “pelanda”?”. Cercai di rispondere nel modo più delicato possibile, poi i disegni della mostra le interessò, i modellini le entusiasmarono cercando di carpire qualche segreto per i piccoli lavori scolastici di Plastica. Anche io passai ad interessarmi alla trasformazione di quegli spazi industriali con dello loro eleganze improvvise. Continuando la visita mi interessai alla trasformazione, al rispetto persino, per le rotaie aeree, per le colonne, le travi metalliche, per i marmi di quei capannoni diventati aule didattiche, Aula Magna, ristoranti dove le portai a pranzo. Indubbiamente, certe battaglie del recente passato avevano avuto successo e quel brano di città che era stato abbandonato e che, probabilmente, aveva risvegliato appetiti inconfessabili di distruzione e rimozione, era stato in definitiva salvato. L’unico rammarico, i lavori che non finiscono mai. Fossero dovuti alle stringenti leggi dell’economia, “nulla quaestio”. “Roma – come si dice – non è stata fatta in un giorno!”. Rimani turbato invece quando vieni a sapere quanto denaro per quelle opere è stato malversato causandone ritardi assurdi e inconcepibili in altri contesti statuali.
    Un altro punto cui vorrei muovere una critica è quello del Fascismo che dopo settanta anni non sarebbe stato ancora elaborato dall’anima di questa nazione (ci sono riusciti gli spagnoli dopo una vera guerra civile durata tre anni di battaglie tra due eserciti e quasi mezzo secolo di dittatura franchista. Ci sono riusciti i greci dopo un vero Colpo di Stato e una dittatura militare durata sette anni) che ancora ne sarebbe per buona parte pervasa quando invece viviamo ogni giorno la mancanza di ogni centro decisionale di carattere politico, economico, in cui non scorgi più un centro di responsabilità ma solo un quieto vivere, un laisser faire generalizzato salvo alcuni organi autonomi in cui sei o attentamente cooptato o astutamente annichilito. Questo fascismo, che può essere una categoria dello spirito individuale ma non può assurgere più a pensiero collettivo, è solo il punto d’appoggio per esistere di un marxismo che sembra persistere come conformismo protettivo solo in questo paese cui non sono stati sufficienti Rinascimenti, Risorgimenti, Resistenze per affrancarsi da uno spirito del proprio eterno “particulare” in costante ricerca del Protettore, sia un idea che assurge a Ideale sia un uomo che “Vede e Provvede”.
    Poi inopinata scivolata d’ala, chissà perché, (forse il discorso era più ampio e questo è solo uno stralcio) “la strumentalizzazione delle Foibe” quando, strumentalmente, non se ne era parlato per decenni. Anche io, antifascista nato non me n’ero curato più di tanto, fino a quando mia moglie mi portò in visita a casa di una sua collega nel quartiere giuliano-dalmata dell’EUR. Per me era al massimo una strana comunità “Little Italy” coinvolta politicamente con un passato da cancellare. Trovai tutt’altro. Profughi, migranti per un cognome.
    Poi si cala l’Asso di Cuori in un argomento in cui inizialmente regnava l’Asso a Bastoni e si estraggono le polemiche sul film “La vita è bella” come esempio di “revisionismo ipocrita” e di strumentalizzazione della tragedia dei Lager. Credevo si volesse parlare delle discussioni di una qualche importanza sulla banalizzazione delle sofferenze di migliaia di esseri umani usati come figuranti di una commediola comica. Io, al contrario, ero fortemente a favore della delicatezza e insieme profondità nella rappresentazione della voglia di vivere al di là di ogni speranza, fino al sacrificio di sé stesso nel film di Benigni. Benigni in questo film sta alla pari di un comico come Ettore Petrolini che seppe rappresentare il buio della vacuità esistenziale del Ventennio. di un comico come Charlot che seppe rappresentare il ridicolo in fondo di ogni “Dittatore” pur nel potere indiscusso su un popolo, di un comico come Danny Kaye che seppe raccontare la sconfitta dell’anti-semitismo ottuso del Colonnello Curd Jurgens soltanto con la mitezza e la ragione dell’uomo comune. Invece più banalmente si contesta come falsificazione della storia l’ingresso liberatorio nel lager del carro armato con la bianca stella americana perché il lager, “nell’immaginario generalizzato”, o è Auschwitz liberato dall’Armata Rossa o non è. Evidentemente si dimentica il senso di vana attesa per mesi e di improvvisa esplosione di gioia, come quella del bambino Giosuè, quando alla periferia, lungo la Via Appia Nuova, apparve ‘sta benedetta stella bianca. E’ questo momento che il regista Benigni ha voluto raccontare e ciò non “est disputandum” a meno che non si voglia guardare il dito invece della Luna. Chiudo con un divertente aneddoto che sentii in famiglia negli anni in cui si parlava delle paure, delle fughe, della Roma di Via Tasso fino all’entrata della V armata. Quel giorno di Giugno ’44 tutto il quartiere scese in strada. Oramai la voce si era diffusa: “Arrivano! Arrivano” (“Arrivano i nostri” lo imparammo al cinemetto parrocchiale). Infatti il primo carro armato apparve….dalla Via Tuscolana, alle spalle della folla. La folla si girò sorpresa e, vista la stella americana, circondò festante il carro e i più spavaldi si arrampicarono fin sulla torretta. Il povero carrista doveva unirsi al resto della truppa che marciava verso San Giovanni ma, per quanto lui e i suoi colleghi si sbracciassero, non riuscivano a liberarsi da quella folla. Allora il cannoniere mise un proiettile a salve e sparò un colpo. In un attimo la folla volò via come uno stormo di piccioni, urlando certi trucchi risaputi: ” So’ tedeschi travestiti d’americani”. E anche questa è storia.

    • Maurizio Gabrielli ha detto:

      Una sola annotazione : la villa Ludovisi non fu distrutta da una generica “mano dell’uomo” ma da una specifica mano di “speculatori” con nome e cognome. E mai confondere il “Sovietismo” con l’analisi “marxiana”.

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