AUGUSTO BACCIN … 1914-1998 … (2) …

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( … )  In questa particolare dinamica progettuale Marcello Piacentini seppe circondarsi di partner e di collaboratori di prim’ordine, da Werner-Marini a Limongelli, da Del Debbio a Samonà, da Piccinato a Guidi, da Minnucci a De Renzi, da Pascoletti a Fuselli, dai fratelli Rapisardi a Giorgio Calza-Bini, a Pier Luigi Nervi, i quali tutti portarono il loro contributo culturale e generazionale alla definizione di una grammatica e di un linguaggio, più volte rinnovati.

La sua passione per i grandi architetti austriaci e tedeschi del novecento, da Bohm a Schwarz, da Muthesius a Bonatz, da Behrens a Fahrenkampf, da Poelzig a Hoger, da Kreis a Messel, da Tessenow a Loos, da Wagner, a Hoffmann, a Olbrich e la sua relativa indifferenza alla metafisica e meccanica razionalità di un Gropius, di certo Le Corbusier, dei costruttivisti russi, dei neoplastici olandesi, oltre alla dichiarazione di un’appartenenza culturale precisa svela poi, al di là di ogni dubbio, la chiara individuazione di valori e personalità di grande respiro e di lunga durata.

Il suo capolavoro resta il quartiere dell’E’42 successivamente ribattezzato EUR, luogo della Esposizione Universale di Roma programmata per il 1942 e mai realizzata a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale. All’interno di questo quartiere, completato poi nel dopoguerra, trovano posto alcune delle architetture più significative di quella piacentiniana “idea di città” che l’Italia degli anni quaranta andava definendo in opposizione alle tendenze razionaliste ed internazionaliste contemporanee, altrove dominanti.   Si tratta di un nucleo urbano di grande respiro, organizzato secondo ipotesi monumentali, rappresentative e distributive prese a prestito dall’urbanistica classica, all’interno del quale vennero collocati edifici di notevole significato simbolico come il “Palazzo della Civiltà Italiana”, opera di Guerrini, La Padula e Romano, il “Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi”, opera di Libera, il “Palazzo degli Uffici” opera di Minnucci, i “Musei” della “Piazza Imperiale” cui collaborarono Fariello, Muratori, Quaroni, Moretti ed altri, l’edificio delle “Poste” di Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers, il “Museo della Civiltà Romana” di Aschieri, Bernardini e Pascoletti, i “Palazzi” INA e INPS di Muzio, Paniconi e Pediconi, la “Chiesa dei Santi Pietro e Paolo” di Foschini.

In quel contesto, l’edificio che doveva assumere il ruolo di simbolo della vicenda espositiva, cioè il palazzo della Civiltà, diventò occasione per portare ad estreme conseguenze la formula di astrazione dell’architettura classica, in altre occasioni appoggiatasi alla metafisicità del primo De Chirico. E di contro, nello stesso quartiere l’edificio di Libera, il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, pur affondando le ragioni delle proprie certezze negli stessi argomenti ideali, trovò altresì l’occasione per sperimentare (attraverso il gusto del dettaglio, la finezza delle scelte tecnologiche e certe sofisticatissime soluzioni, sospese tra alta tecnologia e filologia neoclassica) gli elementi di approfondimento che quell’architettura portava con sè. Sicuramente l’opera più importante di Libera, il palazzo dei Congressi testimonia la raggiunta maturità dell’architettura italiana del periodo e sintetizza in maniera efficace, nella sua figura ancipite, i punti diametrali del dibattito descritto finora.

E’ nell’elaborazione di questo complesso piano urbanistico cruciale per lo sviluppo successivo della città che Piacentini raccoglie intorno a se i migliori frutti della Facoltà di Architettura chiamandoli a collaborare nello speciale ufficio appositamente costituito presso il Ministero del Lavori Pubblici che doveva mettere a punto la complessa normativa urbanistica e le linee guida di progetto per connettere la zona dell’Esposizione con l’area centrale capitolina.

Come ci ricorda Alessandra Contessa: “Questo piano fu studiato e pensato dal Governatorato con il supporto di altre personalità quali l’ing. Edmondo Del Bufalo che iniziò un primo studio sul tracciato della via Imperiale, successivamente inquadrato in un progetto più definito voluto dall’allora ministro dei Lavori Pubblici Cobolli Gigli, a cura di un gruppo di neolaureati della facoltà di Architettura coadiuvati dal Preside della facoltà stessa, Marcello Piacentini. Questi giovani architetti, autori di un progetto che venne realizzato soltanto in parte, erano: Augusto Baccin, Beniamino Barletti, Adriano Cambellotti, Nello Ena, Pasquale Marabotto, Luigi Orestano, Dante Tassotti, Aldo Tomassini-Barbarossa, Luigi Vagnetti ed Otto Matelli.” Racconta poi lo stesso Baccin in un’intervista del ’95: “Eravamo un gruppo notevole di neolaureati. Una decina, capitanati sempre da Piacentini, che era stato il nostro professore di Urbanistica e che, a quel tempo, era in grande auge anche presso il Ministero dei Lavori Pubblici, da cui il lavoro dipendeva“. In questo contesto Baccin elabora diverse proposte che confluiranno poi nel progetto di Palazzo per la mostra dei Lavori Pubblici e che di fatto viene a definirsi quale punto di riferimento, snodo essenziale, per tutta la sua attività successiva. Da quel momento in poi, infatti e per almeno tre decenni, l’attività del nostro protagonista si intreccerà definitivamente con quella del Ministero seguendo, passo per passo, l’evolversi della città italiana e della sua architettura. La stessa storia del Palazzo dei LL. PP. All’E’42 potrebbe essere poi presa paradigma di una complessa metamorfosi di segni, di valori, di simboli e di significati che dagli anni littorii evolveranno, non senza asperità, verso quelli della guerra, prima, della ricostruzione poi. E proprio la cultura della ricostruzione diventerà quindi lo scenario nel quale il giovane allievo di Marcello Piacentini muoverà i primi passi che lo porteranno alla maturazione di più sofisticate e complesse esperienze di stampo amministrativo e professionale destreggiandosi con assoluta capacità e competenza nei labirinti dell’urbanistica italiana del secondo dopoguerra. Con Cesare Valle al Ministero e con Plinio Marconi nella Scuola di Valle giulia Baccin troverà quindi il modo di evolvere verso un linguaggio, una sensibilità e un metodo che diventeranno cifra specifica e riconoscibile nella città contemporanea italiana del secondo Novecento.

Particolarmente interessanti e inedite le informazioni che questo volume ci offre in merito alle vicende dei primissimi anni della ricostruzione che videro la presenza del Ministero dei Lavori Pubblici in prima linea nella gestione dei diversi piani e dei provvedimenti che si susseguirono dalla fine del conflitto fino al cosiddetto Piano Fanfani e su cui le pagine che seguono forniscono informazioni di straordinario interesse. Sotto la regia politico-scientifico-culturale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), da un lato e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dall’altro, vengono così a definirsi le basi di quello che poi sarà il capolavoro della ricostruzione: il Piano INA-Casa.

Di tutto questo il capitolo sulla “Ricostruzione” ci offre un spaccato di grandissimo fascino soprattutto in relazione alla partecipazione italiana all’ Esposizione Internazionale dell’Urbanistica e dell’Abitazione tenutasi a Parigi nel ’47 e alle successive manifestazioni di Roma del 1948 e del 1950.

Sono questi gli anni delle polemiche e delle battaglie per l’affermazione dei valori della nuova architettura intesa soprattutto quale estensione dei metodi della produzione industriale all’edilizia, condotta sui temi della normalizzazione e dello standard dalle forze più attente e radicali dell’architettura italiana; basti pensare al ruolo trainante di riviste come “Casabella” e ai nomi di architetti come Diotallevi, Marescotti o Cattaneo, più di altri impegnati su questi temi, oppure al “primo” Manuale di Mario Ridolfi.

La mediazione culturale, linguistica e poetica che il neorealismo operò su questo particolare fronte meriterebbe poi di essere ancora indagata a fondo. Abbiamo accennato al problema della normativa e della manualistica perché, nelle difficoltà obiettive di quegli anni, l’ipotesi di una sistematizzazione dei dati materiali dell’esperienza costruttiva e professionale sembrava definirsi quale luogo certo e privilegiato di aggregazione disciplinare.

La grande stagione della cosiddetta “ricostruzione” appartiene quindi in buona parte al capillare programma dell’Ina-Casa, inquadrato nel più vasto Piano-Fanfani e gestito, magistralmente, da Arnaldo Foschini . Con i programmi di intervento relativi al primo settennio (1949‑1956) e al secondo (1956‑1963) venne così messo a punto un sistema capace di coivolgere, da un lato, i progettisti migliori delle generazioni emergenti e, dall’altro,   di fornire, nel suo complesso, l’immagine più tipica, sintomatica e diffusa delle aspettative culturali dell’architettura italiana di quegli anni. Saranno così i succinti volumetti contenenti i “suggerimenti”, le “norme tecniche” e le “prescrizioni tipologiche” proposte dall’ente di gestione i veri “manuali” cui l’architettura italiana si conformerà e resterà debitrice per oltre un ventennio. “Norme e Tipi” che segneranno le periferie delle grandi metropoli, come quelle dei piccoli centri disseminati un poí dappertutto e che nella specifica riconoscibilità delle nuove strutture insediative si offrono ancora oggi quali pause persuasive all’interno della più magmatica e sgangherata indifferenza del contesto edilizio che da lì in poi verrà successivamente inglobando anche i centri più antichi.

Di tutto questo le pagine che seguono ci danno ampia e spesso inedita testimonianza. Sarebbe troppo lungo e complesso esaminare ne dettaglio l’infinità di piccoli a grandi interventi che hanno caratterizzato l’attività di Baccin come urbanista e come architetto in diversi contesti regionali, ma ci piace qui concludere con un cenno, almeno, ad un altro capitolo professionale che ha visto Baccin coinvolto in prima persona come progettista di architettura sacra. In particolare, ci piace qui ricordare la sua partecipazione al concorso per la nuova chiesa di Recoaro Terme nel 1949 e la realizzazione della nuova chiesa nel quartiere di San Basilio a Roma del 1954.

Nel primo caso, il progetto propone uno spazio interno asimmetrico di grande interesse contrassegnato da un complesso intrico di capriate lignee che dialogano con uno sfondo assai rustico di pietra locale promettendo una spazialità di assai notevole suggestione. Nel secondo che tiene naturalmente conto anche della maturata esperienza precedente ci troviamo di fronte ad uno dei più maturi e significativi esempi di architettura sacra realizzati nella Roma del dopoguerra in uno dei più noti, cospicui ed estremi ambiti periferici della città. Qui emerge in pieno tutta l’intelligenza e la consapevolezza della formazione “romana” del nostro ove la cultura dell’opera muraria e dell’apparecchiatura tecnologica, dall’uso sofisticatissimo del paramento in laterizio fino alla complessa articolazione strutturale delle grandi intelaiature in cemento armato ben testimoniano, insieme, di quella cultura maturata nelle aule di Valle Giulia negli anni d’oro della sua prima formazione. Un episodio edilizio di estrema qualità che testimonia simbolicamente quanto di meglio sia stato costruito nella capitale nel secondo dopoguerra.

 G.M. luglio ‘016

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