AUGUSTO BACCIN … 1914-1998 …

Schermata 2016-11-14 alle 17.56.48.jpg

Augusto Baccin è stato, tra gli anni trenta e gli anni sessanta, al centro della cultura architettonica romana e nazionale; indiscusso protagonista e testimone dal suo tempo; con la sua opera ha registrato puntualmente le vicende complesse e contraddittorie del paese da un punto di vista privilegiato ed apicale prendendo parte al complesso fluire degli eventi dagli anni della grande Esposizione Universale dell’E’42 fino a quelli della grande espansione economica dei Sessanta. Nello scenario romano la figura e l’opera di Baccin ben rappresentano quindi un paradigma perfetto per verificare la consistenza di una scenario architettonico sul quale appare ancora doveroso far luce anche e soprattutto al di là dei più consueti e convenzionali luoghi della ricerca architettonica contemporanea. Ricerca che ha fin qui escluso la personalità del Nostro sulla quale invece l’attento studio di Alessandra Contessa riesce a gettare luce portando allo scoperto un’infinità di situazioni, di luoghi, di personaggi, di progetti che fanno di Baccin un punto importante di riferimento sia dal punto di vista disciplinare, ma anche quale esemplare testimone di più complesse e articolate significanze di ordine culturale, sociale, amministrativo, politico e storiografico. In particolare ci interessa qui sottolineare l’importanza di questa appassionata ed utilissima ricerca nella prospettiva di fare anche e soprattutto luce sulla nostra Scuola di Architettura che nel periodo qui trattato ha dato prova di una vitalità e di una ricchezza di interessi sui quali sarà ancora utile approfondire per chiarire ancora nel dettaglio gli accadimenti, le personalità e il reale spessore culturale dei diversi protagonisti.

Nel caso romano infatti, non si è trattato di una vicenda semplice e tanto meno univoca a dar forma ad un tendenza e neppure ad una vera e propria scuola, ma semmai della stratificazione progressiva di esperienze e di personalità, di situazioni e di specifiche congiunture, politiche, culturali, amministrative, accademiche e professionali che hanno, durante tutto il secolo scorso, determinato “a monte” i diversi fenomeni e le differenti esperienze.
Sarebbe quindi il momento di tentare un bilancio di questa affascinante vicenda cui hanno collaborato personalità di primissimo piano, ancora oggi e per la gran parte, del tutto o almeno in larga misura dimenticate, sconosciute o, peggio, addiriddura, rimosse.
Quello che ci preme, in questa sede, è il cogliere quindi l’occasione di questo approfondimento monografico per ripercorrere sia pur sommariamente il senso di una appartenenza ad una vicenda che ha radici profonde nella cultura italiana, e romana in particolare, ricordando come il suo itinerario costituisca un segmento ineliminabile della nostra storia disciplinare e come le interessate “amnesie” rispetto ad alcune presenze attive nel dibattito culturale del Novecento siano mero frutto di un annebbiamento critico e di una speciale “damnatio memoriae” e di un “fumus persecutionis” che è ormai venuto il tempo di dissolvere definitivamente.

La formazione del giovane Baccin viene qui ripercorsa a partire dai primi anni dell’alunnato presso la neonata Facoltà di Architettura con interessanti quanto inedite considerazioni relative, prima ancora della laurea, ai Littoriali di Architettura dal ’35 al ’37 che ci aprono squarci di grande fascino sugli anni della formazione e sul dibattito che si svolgeva tra le mura del nuovo istituto.

Uno splendido progetto di laurea corona poi l’iter formativo del giovane architetto che proseguirà l’approfondimento dei suoi interessi culturali con la fondamentale esperienza nell’Egeo lavorando come ricercatore presso la celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene; esperienza viva dell’archeologia classica che troverà poi il modo di riverberarsi sulle successive occasioni archeologico-urbanistiche degli anni a venire.

Ma la grande occasione si palesa in relazione agli eventi relativi all’Esposizione Universale di Roma prevista per il 1942 gestita in prima persona e dar par suo da Marcello Piacentini, vero stratega della metamorfosi urbanistica dell’intera città.

In particolare, ci piace quindi ricordare lo stretto sodalizio culturale di Baccin con Marcello Piacentini ripercorrendo il quale la sua figura s’incastona più in profondità nella vicenda remota della cultura architettonica romana dell’ultimo secolo.
In tale prospettiva le “radici” culturali di Baccin sembrano a nostro avviso farsi doversosamente ascendere almeno ancora ai maestri romani del secolo diciannovesimo con logiche e salde connessioni alla lezione di Poletti, di Koch e di Calderini per poi legarsi ancora a quella di Manfredi, di Giovannoni come altrettanto palesemente a quella di Piacentini, di Foschini, di Calzabini, di Del Debbio.
Al centro di tutto un’idea profondamente rinnovata del concetto stesso di “progetto” che si sposerà con la tesa dialettica disciplinare coeva e che andrà ponendo le basi disciplinari e specifiche di una nuova immagine dell’architettura moderna romana.

Soprattutto la “miseria e la pochezza” delle nuove tendenze contemporanee, delle nuove mode spinsero alcuni alla definizione di una teoria salda e capace di dialogare stabilmente con la storia. Le antiche, ma sempre vive, certezze “vitruviane” consentiranno ai più avveduti di non aderire alle mode fuggevoli di tanti effimeri contemporanei che ai vizi tradizionali sembravano aggiungere anche quello di un’irriflessiva adesione alle mode più fatue.
La lezione “romana” porterà quindi a definire e a mantenere nei confronti dell’architettura quel solido e allo stesso tempo sottile atteggiamento “vitruviano” alieno dalle facili adesioni linguistiche, scettico nei confronti di infondate novità, profondamente radicato nei fondamenti ultimi e più intimi della costruzione edilizia che era certo in antitesi profonda con le allegorie avanguardistiche della modernità, via via, rincorrentisi anche in quegli anni lontani.
Solidità e bellezza, certezza e coerenza strutturale e tipologica, saranno così gli argomenti condivisi da intere generazioni anche di giovani progettisti romani che affondavano le loro radici ultime negli etimi della classicità, intesa nel più ampio orizzonte di modello di comportamento etico, prima ancora che stilistico.
La ricerca di un’intima coerenza tra l’organismo costruttivo e il significato profondo di un’opera architettonica, che pose quei progettisti a diretto contatto con la lezione degli antichi fecero sì che quelle ricerche architettoniche si distinguessero, innanzitutto, su un piano metodologico quale rigoroso e maturo frutto della pratica del “ben costruire”.
La loro familiarità con la ricca e consolidata tradizione manualistica, di cui furono non certo solo gli anacronistici epigoni moderni (come avrebbero voluto i loro pur numerosi detrattori), quanto i naturali e logici prosecutori consentì a molti, non ultimo lo stesso Marcello Piacentini, di lasciarci testimonianze sicure di una indiscussa e matura capacità progettuale altrimenti e fortemente innervata anche nel contemporaneo.
Da questo ricco clima culturale nasce la nuova Scuola di Architettura romana.

 Con il definitivo avvento del regime fascista l’architettura italiana risente quindi, in maniera sempre più determinante, di quel particolare rapporto tra politica e cultura che diventerà poi sempre più stretto e organico; sarà soprattutto nel decennio a cavallo tra la seconda metà degli anni venti e la prima metà degli anni trenta che se ne avrà la massima accelerazione. Va perciò senz’altro riconosciuto che l’uso strumentale e fortemente simbolico dell’architettura e per estensione delle attività artistiche, da un lato, e di quelle urbanistiche, dall’altro, operato dal regime fascista, consentì l’affermazione di uno dei periodi di massima sperimentazione nel contesto dell’architettura italiana contemporanea.

Numerosissime furono così le occasioni di confronto e di dibattito: mostre, esposizioni, concorsi, polemiche, si susseguirono incessantemente in questi vent’anni alimentando pubblicazioni di giornali, manifesti, libri e riviste che ci offrono oggi lo spaccato di una situazione in grande fermento ove le posizioni estreme degli avanguardisti e dei conservatori si definirono con sempre maggiore chiarezza per trovare, ognuno dal suo specifico punto di osservazione, forme organiche di raccordo con il potere politico dominate.

In tale contesto Marcello Piacentini, fu architetto e urbanista, da sempre, alle prese con i grandi temi del linguaggio dell’architettura e della città contemporanea e con le tendenze culturali più aggiornate, informatissimo su quanto accadeva nel resto del mondo e soprattutto capace di individuare con un intuito professionale eccezionale i canali e gli interlocutori, di volta in volta, necessari per dare corso concreto alla sua specifica “idea di città”. La sua fu una personalità che ha esercitato, tra gli anni venti e gli anni quaranta, il suo magistero nella scuola e nella professione collaborando con amministrazioni pubbliche e gruppi finanziari, costruendo, nelle grandi come nelle piccole città italiane, una massa enorme di occasioni di architettura, di nodi e di luoghi urbani, conferendo per almeno tre decenni forma e significato all’immagine stessa della “città italiana” contemporanea e, più in particolare, quindi, alla “città fascista”.   Dalla “sua” Roma, città nella quale ha realizzato alcuni dei suoi progetti più noti, quelli per la Banca d’Italia, l’INA, la FIAT e la BNL, l’albergo Ambasciatori, il Ministero delle Corporazioni, la Casa Madre dei Mutilati, la chiesa di Cristo Re, i numerosissimi villini e palazzine, i cinema Corso, Fiamma, Barberini, la Quirinetta, la Città Universitaria, l’EUR (l’ultimo, autentico, “pezzo di città”, degno di questo nome), a Milano, Torino, Bergamo, Brescia, Firenze, Trieste, Genova, Napoli, Messina, Bolzano, solo per citare qualche località dove ha lasciato tracce cospicue: strade, piazze, grattacieli, palazzi di giustizia, banche, monumenti, archi di trionfo.   Collocandosi nella grande tradizione dell’architettura moderna romana, evocando spesso i suoi mestri, dal Calderini al Koch, dal Pistrucci al Magni, dal Podesti al Sacconi, al padre Pio, Marcello Piacentini escogita nei suoi cinquant’anni di attività professionale una macchina progettuale di stupefacente attualità e di imprevista “modernità”. (continua …)

G.M. luglio 016

In:

Alessandra Contessa, AUGUSTO BACCIN architetto 1914-1998, Preprogetti ed., Roma 2016.

 

Schermata 2016-11-14 alle 17.39.42.jpg

Questa voce è stata pubblicata in Architettura, Archiwatch Archivio. Contrassegna il permalink.

2 risposte a AUGUSTO BACCIN … 1914-1998 …

  1. Maurizio Gabrielli ha detto:

    Siamo tutti debitori del lavoro del Prof. Muratore.

  2. Pingback: AUGUSTO BACCIN … 1914-1998 … (2) … | Archiwatch

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...