LA ROMA DI BALLA … (5) …

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La Roma di Balla;

delle vigne, degli orti, dei giardini,

delle ville e dei villini.

( …)

Girovagando nel suo quartiere, nel contesto della nuova via Veneto, Balla registra fedelmente la realtà e le contraddizioni di una città in espansione e in crisi insieme e “Fallimento” rappresenta in pieno la drammaticità di questa consapevolezza.

Sono questi anche gli anni di alcune opere fondamentali come “La giornata dell’operaio” che sintetizza una serie numerosa di riflessioni sul tema della città che cresce vista attraverso l’immagine simbolica di un edificio in costruzione, di un cantiere, di un’impalcatura. Tutti frammenti di una più complessa visione della città vista nel suo divenire, attraverso la dinamica di fasi successive del giorno scandite dalla luce e dal suo “movimento”. Le costruzioni che crescono attorno allo studio di via Piemonte, soprattutto nella zona di via Po, attraggono l’attenzione dell’artista e divengono oggetto di analisi attente e approfondite ove soprattutto gli elementi più caratteristici del cantiere edilizio: la muratura rustica, i ponteggi e le impalcature, fungono da protagonisti. Villini e “palazzine” in costruzione assurgono così al ruolo di attori vitali di un racconto urbano contemporaneo in cui tempo, luce e spazio scandiscono l’evolversi della fatica quotidiana dell’operaio. I nuovi quartieri fuori Porta Salaria sono lo scenario ove si svolge prevalentemente, in questi anni, la vita di Balla. Le vie attorno alla Salaria all’altezza di Villa Albani ospitano le amicizie più care dell’artista come anche i suoi fornitori artigiani e numerosi sono i soggetti ritratti in quei siti allora in bilico tra un’ancora sopravvivente dimensione rustica e un’ormai sopraggiunta dimensione urbana della città, via via, consolidantesi giorno dopo giorno.

E’ questa una zona particolarmente segnata dall’opera di Carlo Busiri Vici, Giulio Magni, Giovan Battista Milani, Tullio Passarelli, Gino Coppedè punto di incontro della prima espansione “fuori porta” e fuori piano regolatore fatta di caseggiati popolari e quella Roma fatta di “Villini” prima, di “Palazzine” poi che diventerà la cifra dell’espansione borghese della città nella zona Pinciano, Salario, Parioli. Soprattutto i “Villini” saranno luogo di esercitazione stilistica ove i codici storici si ibrideranno all’infinito nelle più fantasiose delle contaminazioni linguistiche, dal romanico al gotico, dal rinascimentale al barocco, dal moresco al mediterraneo, dal turco all’indo, dal rocaille al fiammingo dando spazio ad un’inesauribile formula di autorappresentazione di un ceto sociale alto borghese particolarmente oppresso dalle esigenze di un accattivante status-symbol, spesso, al limite del kitch.

Sarà questa la zona “alta” di Roma, cresciuta al di là del perimetro delle Mura Aureliane in congrua continuità con il quartiere Ludovisi, luogo della grande operazione speculativa già attivata dalla Società Generale Immobiliare a ridosso dei primissimi anni dell’Unità nazionale, ad assorbire la richiesta diffusa di immobili di pregio ad uso di una nuova società affluente ben rappresentativa delle aspettative dei primi decenni del nuovo secolo e di cui poi ci renderà conto la prosa di Alberto Moravia e di Ercole Patti. Questi saranno i luoghi che Balla frequenterà quotidianamente nei primi lustri del Novecento, questi saranno i siti delle sue più assidue frequentazioni, questo sarà lo scenario metamorfico che lo abbraccerà per oltre un ventennio. Luogo, scena e soggetto delle sue riflessioni più care che troverà negli spazi ancora incontaminati attorno alla Galleria Borghese e i suoi giardini ombrosi e segreti i momenti di maggiore incanto e riflessione. Balla si aggira in questi luoghi, sempre poco distanti dalle residenze sue e dei suoi cari e ne trae suggestioni per ragionare sulla natura, sulla città che evolve, sulla luce che si trasforma, sul tempo, sullo spazio. Quello che lo attrae è sempre il cantiere diffuso di una Roma che cresce e si sviluppa sullo sfondo, la dinamica irresistibile di un corpo urbano senza forma che fagocita i luoghi e la loro storia nell’inesorabile dinamica metropolitana della modernità. Di tutto questo Balla si fa protagonista, interprete e testimone e ce ne lascia una registrazione esemplare dei successivi eventi quotidiani. Soprattutto l’attenzione con cui guarda alla dinamica costruttiva dei cantieri edilizi ci dà conto della sua precisa volontà di indagare con precisione, al di là di una prima lettura impressionistica degli eventi e delle cose, la profondità di un processo metamorfico che fa della costruzione edilizia uno dei fattori più specifici e caratterizzanti della società contemporanea.

Di questo testimonia autorevolmente “La giornata dell’operaio” nella sua metamorfica, dinamica e realistica descrizione di un cantiere, montaggio triplo di due fabbriche distinte, l’una presumibilmente all’incrocio di via Po con via Salaria, a pochi passi dalla casa dei Marcucci e quindi della bottega del falegname a via Basento, l’altra, probabilmente, attigua allo stesso studio di via Piemonte.

L’occasione poi del trasferimento nella sua nuova residenza, la manica lunga del vecchio convento dei frati della Vittoria su quella che poi prenderà il nome di via Paisiello, allora ancora via Parioli, ottenuta per l’intercessione del sindaco Nathan nei confronti della famiglia Sebastiani, allora proprietaria dei terreni circostanti, sarà per il nostro pittore un evento capace di riverberarsi nel tempo e in profondità sull’intero evolversi del suo lavoro.

Luogo di vita e di lavoro, scenario domestico ed esistenziale, la nuova casa diventa insieme osservatorio per guardare alla città da un punto di vista assolutamente privilegiato e, più tardi, storico cenacolo delle avanguardie romane. La sua collocazione lungo un asse di sviluppo fondamentale per l’evoluzione della Roma moderna, a ridosso di una delle ville storiche di maggior pregio della capitale, con vedute che si spingono oltre Villa Balestra fino alle pendici di Monte Mario e della cupola vaticana, ne fa un punto cruciale per comprendere dall’interno le dinamiche di uno sviluppo che nel giro breve di un ventennio farà di quell’area periferica e ancora agricola segnata dalle vigne, dai campi, dagli orti, dai pagliai, dalle osterie “fuori porta”, uno dei quartieri residenziali più ambiti e prestigiosi della capitale. Balla vive, gode e soffre di tutto questo, ne registra le piccole e le grandi trasformazioni, e ci lascia nell’infinita produzione di questi anni cruciali una specie di diario per immagini capace di testimoniarci nella maniera più persuasiva e affascinante la definitiva perdita, la scomparsa di un mondo, di una storia, di una memoria, per far posto alla nuova realtà del secolo breve. La rustica “casa rossa” di Balla, nel giro di pochi anni, viene circondata, assediata e poi finalmente distrutta da un’edilizia alla moda, eclettica e spesso volgare, realizzata sull’onda di un’irrefrenabile espansione speculativa. Protagonista di questa pagina esemplare di storia urbanistica romana proprio quel Sebastiani, “Il proprietario”, oggetto del famoso omonimo ritratto, che lottizzando, con il contributo del figlio ingegnere, l’intera area tra viale Rossini, via Mercadante e viale Parioli, innesca una delle operazioni immobiliari più fortunate di questo inizio di secolo. In un’area già segnata dalla presenza di progettisti di fama come Koch, Pistrucci, Sleiter, Piacentini, Pincherle, Busiri Vici, Galassi, i Sebastiani affidano a tecnici di loro fiducia, Frezzotti prima, Foschini, poi, la realizzazione di una serie di villini di pregio destinati, in parte, anche alla famiglia. Il paesaggio nel giro breve di pochi anni perde definitivamente le sue caratteristiche panoramiche, rurali e agresti per diventare il luogo di un anonimo, ancorché pretenzioso, quartiere borghese così come ben testimoniano anche alcune vedute di Casa Balla realizzate, a più riprese a cavallo del ’20, dal suo vicino e dirimpettaio, Armando Spadini residente anch’egli lungo l’asse della via Paisiello all’incrocio con via Porpora.

Balla, evidentemente, soffre di questa violenta, ineluttabile metamorfosi ambientale e ne registra puntualmente le sofferte trasformazioni. Esemplare in tal senso l’episodio ricordato nelle memorie della figlia Elica: “Poco lontano … sorgeva un magnifico pino e là si doveva fare una piazza e allora il pittore d’accordo con gli uomini che lavoravano nelle strade fece inchiodare intorno all’albero un recinto di tavole e riuscì a salvare il magnifico pino di quella che si chiama ora piazza Pitagora”.

Anche l’occasione della grande Esposizione nazionale del 1911 realizzata a ricordo del cinquantenario dell’Unità lascia tracce importanti nell’opera di Balla che ne riprende, anni dopo, il cantiere della sistemazione delle scalee esterne di fronte alla monumentale Galleria d’Arte Moderna realizzata per l’occasione espositiva da Cesare Bazzani.

L’abbandono drammatico della “sua” casa di via Paisiello vede Balla poi ancora alle prese con l’ossessione di una Roma che cresce e che continua comunque a gravitare attorno a quel focus simbolico rappresentato da Villa Borghese e dalle sue immediate e limitrofe circostanze. Trasferitosi per qualche tempo dopo lo sfratto e la demolizione in situazioni di fortuna, ma, comunque, in zone non lontane, come villa Ambron, sempre ai Parioli, approda poi finalmente, attraverso i buoni uffici dell’amico Biancale, all’isolato di via Oslavia recentemente realizzato nei primi anni Venti poco distante da piazza Mazzini dall’Istituto romano per le Case Popolari allora condotto con grande capacità da Alberto Calza-Bini e che riservava una piccola quota dei suoi alloggi agli artisti capitolini; anche l’amico Cambellotti aveva usufruito di questa possibilità installandosi già da qualche tempo con la sua casa-studio in un isolato affacciato sul Lungo Tevere Flaminio all’altezza di piazza Perin del Vaga.

Da quella postazione al centro del quartiere delle Vittorie il panorama era ormai ben diverso dalle rustiche visioni di via Paisiello, siamo nel cuore della città compatta, prova ne sia l’inquietante scorcio su via Montello immortalato nel famoso “In fila per l’agnello”.

Ma Balla ancora nelle sue opere più recenti insegue con realistica determinazione quel suo ideale urbano che lo aveva affascinato fin dai primissimi anni del Novecento e nella sua formidabile vista del lungotevere traguardata attraverso un drammatico intreccio metallico in primo piano con sullo sfondo i pini di Villa Balestra ci restituisce, ancora una volta, quell’idea di città “che sale” che tanta parte già ebbe nella definizione degli orizzonti poetici, linguistici e teorici del primo futurismo.

Lasciandoci la registrazione più viva e autentica della nuova Roma a cavallo tra i Trenta e i Quaranta ove ritroviamo, incastonati in ampio tratto del nuovo waterfront tiberino, anche i segni della nuova architettura con le recenti palazzine di Rossi, Di Castro, Gra e De Renzi, Balla ritorna alle origini delle sue visioni ove i pini di Roma fanno ancora da scenario, ma, questa volta alla città ormai consolidata, costruita, compatta; Balla ritorna, ormai anziano, sui luoghi dei suoi primi affetti romani proprio lì dove trent’anni prima, nell’undici, aveva realizzato insieme ai suoi amici, Marcucci, Cambellotti, Cena, Celli, Aleramo, quella famosa Capanna che aveva ospitato, tra i materiali relativi alle neonate scuole per i contadini dell’Agro, uno dei suoi ritratti più drammatici e inquietanti: il monocromo di Leone Tolstoi.

 G.M. agosto 2016

 

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