LA ROMA DI BALLA … (4) …

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La Roma di Balla;

delle vigne, degli orti, dei giardini,

delle ville e dei villini.

( …)

Sono poi questi gli anni del soggiorno parigino e della ricerca di nuovi spazi di ricerca e di sperimentazione. E se, in particolare, l’esperienza parigina sembra risolversi in una frustrante dimensione esistenziale che pone il giovane torinese, ormai romano d’adozione, di fronte ad una realtà metropolitana che, sostanzialmente, lo sgomenta, non va peraltro dimenticato quanto e come il concomitante svolgimento dell’Esposizione Universale del ‘900 possa aver influenzato la sua sensibilità di artista. La cifra di quell’Esposizione tutta incentrata sul tema dell’elettricità e quindi della Luce non può non essere stata alla base di quelle fondamentali ricerche, di quelle prototipali riflessioni dinamico-visive sullo stesso tema che Balla porterà poi avanti, e con quali risultati, negli anni a venire.

Altrettanto si potrebbe dire dell’esperienza torinese di due anni più tardi.

Punto di svolta cruciale fu, infatti, la Mostra Internazionale di Arti Decorative tenutasi a Torino nel 1902. Vero e proprio momento di rottura tra la tradizione accademica ottocentesca e le più attuali istanze innovative che, da più parti dell’Europa si affacciavano sul nuovo secolo, l’occasione della mostra torinese sintetizzò, al meglio, la complessità delle molteplici ricerche in atto la cui eredità, in buona sostanza, di lì a pochi anni, sarebbe stata reinterpretata e riproposta nelle sue varie formule dal Futurismo italiano.

Ci piace quindi approfittare di questa circostanza per allargare i termini del discorso sull’innovazione futurista ad un’area più vasta della cultura europea fino ad abbracciare gli argomenti di una modernizzazione più globale del pensiero creativo e di una ricerca estetica che affonda le sue radici nella area vasta toccata dal progresso tecnologico degli ultimi due secoli; partendo dalle dimensioni nuove della città contemporanea almeno a partire dalla metà del secolo diciannovesimo in poi. In questo senso, il fenomeno futurista toccherebbe, di diritto e per esteso, i gangli vitali della cultura contemporanea internazionale, riconnettendosi quindi ai temi benjaminiani della metropoli, del consumo e della società di massa, dell’industrializzazione, delle scoperte scientifiche e tecnologiche, della comunicazione e si innesterebbe, finalmente, concludendo il secolo, sui temi più attuali relativi al dibattito sulla città e sulla ricerca estetica ancora vivi e vivaci ai tempi di Balla. A partire almeno dalla metà del diciannovesimo secolo, infatti, si era fatto strada strada un atteggiamento di attrazione e insieme di ripulsa verso la macchina, la tecnologia e i loro derivati che ha profondamente informato di sé la ricerca estetica del tardo Ottocento e del Novecento a venire. Basterebbe citare i nomi di Verne, di Zola, di Poe, di Tolstoi, per rendersi conto dello scenario sul quale l’immaginario collettivo di fine secolo proiettava le sue aspettative e le sue paure, i suoi incubi tecnologici e le sue ansie metropolitane. Basterebbe ricordare le straordinarie esercitazioni sul tema della Città Industriale elaborate da Tony Garnier e più tardi da Auguste Perret, le contaminazioni “americane” della poetica loosiana, la dimensione metropolitana di tante architetture viennesi di Otto Wagner, le fantasie protoespressionistiche di Scheerbart, di Bruno Taut, dei fratelli Luckardt, di Mendelsohn, la vicenda fondamentale del Werkbund tedesco da Muthesius a Behrens, fino al primo Gropius e al giovane Le Corbusier, per rendersi conto del fermento culturale di questi anni e della sua evoluzione in buona parte derivabile anche e soprattutto dalla specifica elaborazione dei futuristi italiani. Lo scenario urbano funge così da sfondo per i contributi figurativi più significativi, da Balla a Boccioni, da Depero a Marchi, da Pannaggi a Paladini, da Sironi a Prampolini e gli architetti e gli scenografi aggiungono consistenza materica ai sogni dei pittori, dei poeti, degli scrittori e degli artisti. La città con la sua crescita, il suo sviluppo, le sue nuove dimensioni creative, estetiche, progettuali, fruitive, tecnologiche, diviene argomento, scenario e protagonista di una dialettica presa di coscienza dei bisogni dell’uomo contemporaneo con tutte le sue contraddizioni e la sua complessità di valori, di simboli e di significati, anche e soprattutto, ideologici.

A Torino poi tutto questo prese corpo nelle forme effimere di un’esposizione, peraltro, epocale, punto di intersezione tra le tendenze viennesi e quelle parigine ove anche la cultura italiana seppe allora ben meritare soprattutto nei padiglioni dell’auto, della fotografia e del cinematografo.

Di tutto questo, al suo rientro a Roma il giovane Balla non poteva non tener conto rielaborando e reinterpretando secondo la sua sensibilità i temi del sociale, della macchina, del tempo, della velocità e, soprattutto, della luce.

( continua … )

G.M.

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