LA ROMA DI BALLA … (3) …

BALLA - Il Pertichino, 1900 .jpg

La Roma di Balla;

delle vigne, degli orti, dei giardini,

delle ville e dei villini.

( … )

I primi passi di Balla a Roma li immaginiamo quindi come quelli di colui che si incammina tra Termini e il Quirinale dove alloggiava lo Zio, Cacciatore di Sua Maestà, passando attraverso il cantiere interminabile di una città amministrativa e residenziale che ancora vedeva crescere le grandi fabbriche ministeriali delle Finanze, dell’Agricoltura, del Commercio, dell’Industria, della Guerra, della Banca d’Italia insieme ai palazzi borghesi fatti a immagine e misura di una piccola borghesia impiegatizia chiamata a far girare la macchina burocratica di uno stato ancora in costruzione, non lontano dalle grandi ville e dagli eclettici villini dell’aristocrazia, dei banchieri, degli industriali, degli imprenditori d’ogni risma che affollavano la nuova capitale.

La precarietà del lavoro e la situazione di autentica indigenza costringono quindi il giovane Balla ad accomodamenti di fortuna nella zona di Termini a due passi dalla Stazione ferroviaria, tra piazza delle Terme prima, via Montebello poi, in un contesto di vecchie e nuove edificazioni spesso destinate ad ospitare i recenti immigrati in cerca di fortuna con sistemazioni molto economiche, spazi angusti, camere ammobiliate, spesso, al limite della precarietà. Anche la successiva, più definitiva, sistemazione in via Piemonte denota ancora di una situazione di palese difficoltà ove la piccola bottega su strada si presta a stento ad ospitare le attività quotidiane della piccola famiglia di nuovo riunita dopo la discesa della madre nella capitale.

Sono questi gli anni in cui si confermano e si maturano anche alcune componenti sociali della pittura di Balla evidentemente sopraffatto da quelle esperienze “di strada” che in una zona come quella nella quale abitualmente viveva erano, di necessità, quotidiane; lo spirito dei bozzetti con le scene di strada e l’atmosfera angosciosa, allucinata e drammatica che ritroviamo ancora ne “Il pertichino” ci confermano in tal senso.

La Roma frequentata dal pittore in questi primi anni ha poi ben poco di “romano”, trattandosi, per lo più, di situazioni di marginalità, di periferia, di recente immigrazione, di cantiere, attraverso quei quartieri nuovi che definiranno infatti quella che a lungo è andata chiamandosi la Roma “piemontese”.

Negli anni successivi lo stesso “studio” di via Piemonte 119, ricavato in un locale al piano terra affacciato su strada di un anonimo fabbricato umbertino, ove Balla esercita da “Architetto-Pittore” come recita puntualmente il suo biglietto da visita, a partire dagli ultimi anni del secolo, sarà poi un utile osservatorio, ancorché precario, sicuramente privilegiato per leggere la città in un suo punto di flesso significativo a ridosso dalle mura aureliane, al centro di un quartiere destinato ad ospitare le nuove residenze della più ricca borghesia spesso appena approdata dalla provincia alla capitale e insieme gli studi di numerosi artisti, spesso, come lui, in cerca di fortuna, praticamente affacciato sulla campagna all’altezza di quello che diverrà poi uno dei suoi soggetti preferiti, uno dei suoi luoghi d’elezione e d’affezione, quella Villa Borghese ancora immersa nella sua aura originaria, ancora assai rustica e suburbana.

In tale contesto trovarono spazio, a pochi passi dalla bottega di Balla, il sontuoso studio del senese Cesare Maccari, autore dei grandi affreschi del Senato e del Palazzaccio, ospitato nel villino neogotico appena costruito a ridosso dell’antico ninfeo deli Horti Sallustiani come pure la “Bottega mistica” di Francesco Randone, il “Maestro delle Mura”, grande amico e conterraneo di Balla, ospitata in due torri delle antiche mura Aureliane che si ergevano proprio di fronte allo studiolo di via Piemonte, ove erano ospitate la “Scuola di Arte Educatrice” e la fornace; qui l’esoterico maestro era spesso coadiuvato dalla cerchia di amici artisti tra i quali Giovanni Prini, Ettore Ximenes, lo stesso Giacomo Balla e più tardi Ferruccio Ferrazzi e Lorenzo Cozza, Raffaele De Vico.

Il quartiere sorto brutalmente là dove si estendeva uno dei parchi più rinomati della città, quello di Villa Ludovisi, rappresenta infatti un campionario inesauribile di tipi, di modelli, di stili e di linguaggi edilizi cui contribuirono i migliori ingegneri e architetti del tempo a dar forma e sostanza alle aspirazioni di una classe sociale che aveva al tempo le redini della politica, dell’economia, dell’imprenditoria e della cultura dell’intero paese. Tra i progettisti attivi in questo contesto troviamo Ernesto Basile, Garibaldi Burba, Carlo e Andrea Busiri Vici, Filippo Galassi, Giovan Battista Giovenale, Gaetano Koch, Aristide Leonori, Giulio Magni, Giovanni Mascanzoni, Giovan Battista Milani, Tullio Passarelli, Pio Piacentini, Carlo Pincherle, Quadrio Pirani, Giulio Podesti, Luigi Rolland, Giovanni Sleiter, solo per citarne qualcuno, che ci danno, da soli, il tono di una classe professionale di notevole livello.

G.M.

(continua …)

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