LA ROMA DI BALLA … (2) …

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La Roma di Balla;

delle vigne, degli orti, dei giardini,

delle ville e dei villini.

2.

… Certamente fin troppo si è detto e scritto sull’ennesimo “sacco” allora perpetrato e sulla spesso eccessiva tendenza alla semplificazione e alla schematicità di quelle ipotesi di piano allora adottate e troppo elementarmente legate ai meccanismi inesorabili del profitto e della speculazione sulle aree divenute improvvisamente ed in che modo, fabbricabili. Ma la storia della città è fatta anche e talvolta soprattutto di questo e la vicenda di Roma Capitale non poteva evidentemente restarne esente. La famosa vicenda della crisi edilizia degli anni ottanta, con i suoi micidiali crack bancari e i fallimenti a catena, i cantieri interrotti, gli scioperi e le occupazioni abusive degli edifici improvvisamente abbandonati sono la testimonianza di una realtà complessa nella quale il mercato romano si trovò coinvolto in una più vasta crisi finanziaria di dimensione europea e anche per questo restò vittima di una situazione eterodiretta della quale non aveva saputo cogliere in tempo i sintomi del collasso.

E’ ancora la prosa del Crawford a soccorrerci: “A Roma l’allegria era intensissima in quell’anno (1888), Ogni impresa sembrava prosperare, e tutti in poco tempo divennero ricchi. La gente parlava dei milioni con più impudenza di quanto pochi anni prima aveva parlato di migliaia e con minor rispetto di quanto, qualche mese dopo, avrebbe parlato di centinaia. Come la proverbiale rana punta dalla vanità, il franco si gonfiò fino al punto di scoppiare, nella speranza di essere scambiato per un luigi, e per un periodo ci riuscì perfino meglio di quanto non osasse sperare. Nessuno circolava più a piedi, sebbene la carne di cavallo fosse costosissima e il salario di un vetturino equivalesse esattamente al doppio di quello di un impiegato statale. Uomini che sei mesi prima si erano arrampicati per le scale a pioli dei cantieri, portando sulla schiena carichi di calce e mattoni, si erano trasformati in fiorenti subappaltatori, e se ne andavano in giro alla guida di eleganti calessini, ostentando la perfetta immagine della prosperità italiana, cravatte sgargianti e i sigari più lunghi e più neri che si trovassero. Ventiquattr’ore su ventiquattro, senza un attimo di sosta le porte della città rimbombavano del rumore del traffico. Da ogni parte del paese affluivano lavoratori, con un fagotto in mano e gli arnesi in spalla, per trovare un posto in quell’enorme fabbrica e guadagnarsi la loro fetta di una paga distribuita tanto liberalmente. … Migliaia di lavoratori che erano affluiti a Roma negli ultimi due o tre anni furono licenziati in tronco e si trovarono in mezzo alla strada senza un centesimo … Scoppiarono un paio di piccole sommosse e molte manifestazioni … Il governo e il comune fecero quel che poterono … gli operai affamati un po’ alla volta furono estromessi dalla città e rispediti a far la fame alloro paese. L’ondata migratoria in ognuna delle due direzioni fu gigantesca. Le banche d’oltralpe avevano deciso che non era più redditizio finanziarie quelle italiane e queste, a loro volta, non fecero più credito alle imprese edili: i lavori interrotti a metà, per mancanza di denaro liquido, e abbandonati per un periodo indeterminato, conferirono alla nuova Roma una fisionomia spettrale e antiestetica che tristemente colpiva l’occhio e il cuore di tanti suoi antichi ammiratori, ora stupiti di fronte alle macerie, tanto più rovinose, perché compiute nel nome della civiltà … Le rovine desolate della città che sarebbe dovuta sorgere ma non fu mai completata sono visibili dappertutto; case a sette piani, abbandonate a un mese dal completamento, si ergono disabitate e inabitabili, in un intrico di piante spontanee e tra montagne di rifiuti, di fronte a strade desolate in cui vigorose erbacce si fanno largo tra le pietre abbandonate e i rotoli di metallo. In mezzo a spessi muri bassi, che dovevano essere i piani terreni dei nuovi palazzi, giocano al sole dei bambini vestiti di stracci … Più in là, alte facciate si levano nel vuoto lasciando risplendere il cielo blu attraverso le finestre, mentre già cresce il muschio sulle nude pietre e sui mattoni”.

Sembra di leggere il diario romano di Zola che aveva immortalato in maniera altrettanto fotografica la drammaticità della situazione romana ripresa poi nel secondo romanzo (Rome) della sua trilogia Les villes.

Intanto all’interno di questo panorama desolato continuano a crescere i grandi cantieri publici: il Vittoriano che torreggiando con la sua mole immensa si erge sul Campidoglio ad antipolo simbolico nei confronti della cupola vaticana e, a valle, contiguo alla Mole Adriana, il gigantesco Palazzo di Giustizia a sancire di una laicità finalmente riconquistata del paese unito e della sua città capitale. E fu proprio, infatti, quella stessa crisi edilizia della fine degli Ottanta che, paradossalmente, pose le basi per la realizzazione e l’accelerazione dei lavori di quel colossale Palazzo; “La fabbrica in costruzione erigevasi, immane scheletro dall’esterna ossatura di legname, su fino a un’altezza che pareva smisurata. La luna nelle ultime notti autunnali vi batteva sopra quel chiarore di ghiaccio che par d’argento, dando alle impalcature biancastre, e segnatamente ai buchi neri delle finestre senza telai, un aspetto fantastico e sinistro. Tutto, intorno taceva. Si sarebbe detto che, immerso così nel silenzio, anche esso, l’enorme scheletro, dormisse … Ma appena l’alba s’affacciava, delineando, prima vagamente, poi con spiccata nitidezza, i contorni di Castel Sant’Angelo là giù a manca, ecco con branchi d’operai un confuso brusio di voci a poco a poco crescente … e battono i martelli, stridono le seghe, le cazzuole raschiano, spalmando la calce, tutto il rumoroso lavoro edilizio va innanzi in un’onda sempre più vasta di suoni … Quelle, prima erano estensioni di terreno incolto; ci cresceva l’erba, che a pena era buona per il pascolo delle bestie; e scava e scava, s’eran gettate le fondamenta di una casa, poi di due, di tre, di venti, poi di cento; e i palazzi venivan su come i funghi; così era sorta un’altra grande città attaccata alla città vecchia”. In questi termini nella prosa “rosa” di Evelina Cattermole più nota come la Contessa Lara, si delinea con nitidezza la dimensione concreta, confusa eppur vitale della città nuova che avrebbe dovuto offuscare e nascondere agli occhi dei nuovi italiani la mole vaticana, così si vanno a gettare le fondamenta di una nuova città moderna e cosmopolita che avrebbe dovuto soppiantare con le sue strutture funzionali il degrado, il marciume reale e metaforico dell’antico regime.

Una città nuova che avrebbe ospitato un’umanità nuova e che avrebbe ispirato almeno due dei grandi interpreti di quella temperie culturale quali D’Annunzio e Pirandello e non è certo un caso che quest’ultimo abbia ambientato proprio in questo contesto la vicenda umana di quel suo Serafino Gubbio Operatore, simbolo e metafora di quelle nuove tecniche, in questo caso, il cinematografo, che si andavano affacciando in sostituzione di “mestieri” più antichi e tradizionali.

G.M.

(continua …)

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LA ROMA DI BALLA …

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4 risposte a LA ROMA DI BALLA … (2) …

  1. Maurizio Gabrielli ha detto:

    È un piacere leggerlo.

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