LA ROMA DI BALLA …

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La Roma di Balla;

delle vigne, degli orti, dei giardini,

delle ville e dei villini.

Sceso a Roma alla metà degli anni Novanta, all’indomani dello scandalo della Banca Romana, il giovane Balla si trova immerso in una città in totale dinamica e drammatica trasformazione, in un immenso cantiere senza fine.

Sbarcato a Termini a fine gennaio del ’95 vede la città con lo sguardo di Segantini, di Pelizza, di Previati e di Morbelli e lo spirito di Tolstoi.

Da poco divenuta capitale Roma è in quegli anni sottoposta a una serie di accelerazioni di stampo urbanistico e simbolico che nel giro breve di qualche lustro ne modificheranno profondamente la struttura fisica, l’immagine e la memoria stessa.

Sono gli anni delle grandi opere pubbliche che dal Vittoriano al Parlamento, al Palazzaccio segnano un’epoca, sono gli anni delle grandi operazioni urbanistiche all’Esquilino, a Castro Pretorio, ai prati di Castello, della costruzione dei muraglioni lungo il Tevere e delle grandi speculazioni edilizie come quelle relativa alla distruzione di numerose ville storiche, prima fra tutte, la splendida Villa Ludovisi.

Il giovane artista torinese appena arrivato in città, uscito dalla stazione ferroviaria, si lascia alle spalle il recente monumento ai Cinquecento caduti di Dogali, approda alle Terme e alla grande Esedra con la fontana al centro non ancora adornata dal Rutelli e gli edifici ancora in costruzione e scopre un mondo fatto di cantieri, di nuove architetture, di antichi monumenti sopraffatti da una modernità che si vorrebbe europea, ma che ancora si affanna a rincorrere attraverso l’uso acerbo dei nuovi linguaggi eclettici uno status metropolitano da grande città capitale.

Orti, vigne, ninfei, ruderi, fontane, forre, muri, edicole, antichi tracciati, ville intere, acque, pini secolari, vennero fagocitati, in quegli ultimi anni dell’Ottocento, dalla nuova trama urbana, dalla febbre edilizia, da quel disegno un po’ sommario di vie e di piazze, da quell’idea di città un po’ tetra e sicuramente frutto di riflessioni, almeno affrettate, che un manipolo di ingegneri piemontesi dal piglio a metà tra il Genio Militare e quello Civile, spesso con i caratteri anche psicologici del “travet” e del “buzzurro”, andavano approntando sul modello semplificato di esperienze, per certi versi analoghe, ma più spesso di ben altro respiro e sostanza di consimili esperienze europee di fine secolo.

Parigi, Berlino, Vienna, Barcellona, ma anche Napoli e soprattutto Torino furono i prototipi cui si fece, per l’occasione romana, diffuso riferimento, sia metodologico che formale, sia tipologico che linguistico. I modelli urbani dei nuovi quartieri, le grandi piazze, i grandi assi viari, i portici, le tipologie a blocchi compatti cercarono, ma non sempre ci riuscirono, di evocare quell’immagine di modernità e di efficienza che la cultura della nuova classe dominante inseguiva a conforto dei propri ideali politici, delle proprie ambizioni economiche, delle proprie aspettative simboliche e soprattutto dei propri interessi materiali. Già il De Merode, sulla spinta del modello Haussmaniano, aveva innescato tra l’Esquilino, le Terme e il Quirinale un radicale processo di riassetto urbano che aveva per baricentro la nuova stazione ferroviaria di Termini. A dar poi forma e significato agli aspetti figurativi di queste imponenti trasformazioni, anche le scelte di linguaggio operate dagli architetti negli anni a cavallo tra gli anni dell’Unità e quelli di fine secolo, testimoniano ancora della medesima ansia di rinnovamento.

Il dibattito sullo “stile nazionale” fu vivace e raccolse il contributo delle forze migliori convenute in massa a Roma da tutto il territorio nazionale. Le ipotesi e le interpretazioni, spesso contrapposte, dei vari artefici della nuova cultura architettonica italiana trovarono così, nel crogiuolo dell’occasione romana e nella sua differenziata articolazione, organizzata poi soprattutto attorno alle grandi occasioni concorsuali e professionali, il luogo ideale per una verifica e per una eventuale conferma. I nomi e le personalità del Promis, del Selvatico, del Boito, del Poggi, dell’Alvino, del Cipolla, del Basile, del Sacconi e del Calderini e che corrispondono, nella sostanza, alle diverse elaborazioni regionali che da Torino a Milano, da Venezia a Firenze, da Napoli a Palermo da anni si accanivano sulla ricerca di una via alla modernità espressa attraverso i vari linguaggi dell’architettura, vennero evocati dagli allievi e dagli epigoni come riferimenti culturali e disciplinari indispensabili per dare forza e sostanza alle diverse scelte di “stile” e di “linguaggio”.

E così gli architetti e soprattutto gli ingegneri attivi in quegli anni, dal Canevari al Koch, dal Piacentini al Sacconi, dal Manfredi al Tatti, dal Cipolla al Pistrucci, dall’Azzurri al Leonori, dai Busiri-Vici al Passarelli, dal Calderini al Barucci, dallo Janz allo Street, soltanto per fare qualche nome, cercarono di coniugare con abilità professionale e passione civile la lezione internazionale con quella nazionale, di declinare le inflessioni dialettali della provincia accademica romana con la dimensione sperimentale dei nuovi materiali e delle nuove tecnologie, per inseguire forme e linguaggi capaci di dare senso e congruità all’immagine della nuova edilizia capitolina e italiana insieme. Gli stili storici si rincorrono, si intrecciano e si ricompongono più volte nel tentativo di distillare dai vari percorsi dell’ eclettismo contemporaneo, nazionale e internazionale, un nuovo linguaggio comune per restituire universalità di significati alla nuova architettura ove non appare estranea neppure la lezione dei grandi maestri della cultura architettonica internazionale, dal Viollet-Ie-Duc al Semper, dallo Schinkel al Garnier, dall’Haussmann al Sitte.

Il risultato di questa serie ininterrotta di tentativi e di sperimentazioni è stato quello che tutti conosciamo e che in buona parte resta ancora oggi sotto i nostri occhi. Una città che ha radicalmente trasformato i suoi tradizionali riferimenti culturali i suoi consueti ritmi di vita, le dimensioni stesse delle sue vie, dei suoi spazi, delle sue piazze.

“Chi sia nato e cresciuto nella Roma di vent’anni fa e vi torni dopo una lunga assenza – scriveva Marion Crawford in Don Orsino (1892), uno dei suoi famosi romanzi di nostalgica ispirazione romana – si trova a vagare come uno straniero per strade che non aveva mai visto, tra case sconosciute, in mezzo ad una popolazione il cui accento gli suona estraneo alle orecchie. Vaga per la città dal Laterano al Tevere e dal Tevere al Vaticano, trovandosi di tanto in tanto davanti a edifici una volta noti in un’altra forma, perdendosi continuamente in deserti inutili resi ancor più monotoni dal deserto sabbioso dell’arte del costruttore moderno. … La vecchia Roma è scomparsa. Le strade anguste sono diventate larghe arterie, il quartiere ebraico è ora un polveroso lotto edificabile, la fontana di ponte Sisto è stata spazzata via, ad uno ad uno i poderosi pini di Villa Ludovisi sono caduti sotto i colpi dell’ascia e nel luogo di quel giardino incantato è sorto un quartiere mediocre e spopolato. La rete delle stradine che andava dalla chiesa dei gesuiti a ponte Sant’Angelo è stata squartata nel mezzo dal gigantesco Corso Vittorio Emanuele. Edifici che gli stranieri solevano cercare nell’ombra, mappa alla mano, sono esposti ora alla luce accecante che riempie le strade e invade lo spazio delle piazze. La nobile Cancelleria è isolata e denudata, la facciata ricurva di Palazzo Massimo espone il colonnato alla vista di tutti, l’antico arco dei Cenci esibisce il suo squallore al sole impietoso, il portico d’Ottavia si affaccia di nuovo sul fiume”.

( continua … )

G.M. agosto 016

In: FUTURBALLA (catalogo della mostra a cura di Ester Coen), Skira, Milano,2016.

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6 risposte a LA ROMA DI BALLA …

  1. Maurizio Gabrielli ha detto:

    Si sente persino l’odore della Roma di quegli anni.

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  3. Sergio 43 ha detto:

    Grazie, Prof. Mio padre mi indicò in quale palazzo di quel primo novecento, appena arrivato dalle Marche, lavorò nelle ore libere dall’altro suo lavoro di apprendista meccanico per comprare l’anello di fidanzamento a mia madre rimasta ad attenderlo al paese.

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