“L’enigma del Laurentino 38” …

Laurentino 38

L’enigma del Laurentino 38

“Il Laurentino 38 riassume e descrive enigmaticamente in un progetto di architettura a scala urbana la tragica storia dell’affondamento della corazzata Roma, vissuta da Pietro Barucci il 9 settembre del 1943 a bordo della Vittorio Veneto.
Ponti di navi che diventano i ponti del Laurentino 38, tre torrette di artiglieria di grosso calibro ciascuna, composte da tre cannoni presenti in quelle due corazzate, tre ponti per ogni settore del Laurentino 38 uno per insula così da formare un settore che ne contiene tre (in tre casi e due in un caso). Case in linea che ricordano navi in rada, torri che ricordano torrette di quelle navi. Tre navi affondate al largo dell’Asinara (non solo la Roma, ma anche la Vivaldi e la Da Noli), tre ponti abbattuti al Laurentino 38 (dicembre 2006), il PEEP che più di ogni altro si può definire la Venezia romana.

Quel 9 settembre del 1943 l’ufficiale di Marina di complemento con brevetto in Artiglieria Pietro Barucci si trovava a bordo della Vittorio Veneto in navigazione tra la Sardegna e la Corsica, all’altezza di Calstelsardo, vede tutto in diretta ed è vivo per miracolo. Le micidiali bombe a razzo tedesche teleguidate Ruhrstahl SD 1400, conosciute dagli Alleati con il nome di Fritz X, compiono questo massacro. Nella sola corazzata Roma 1352 marinai perdono la vita e 622 naufraghi vengono recuperati dalle unità navali inviate in loro soccorso.

A “Roma” il Laurentino 38 è, per molti versi, una straordinaria testimonianza anche di questa pagina di storia, con non poche coincidenze di eventi e possibili letture dell’architettura in chiave enigmatica.”

Ruggero Lenci

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PIETRO BARUCCI AL MAXXI …

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7 risposte a “L’enigma del Laurentino 38” …

  1. Maurizio ha detto:

    Con la differenza, suppongo, che i materiali usati per le navi fossero di gran lunga migliori di quelli usati per il L. 38.

  2. Andrea Di Martino ha detto:

    Ma che belle coincidenze, quelle descritte dal Prof. Lenci… Mai analisi si rivelò più illuminante… Un’architettura la cui genesi progettuale potrebbe essere un teatro di guerra, e che, forse proprio per questo, è perfettamente conforme ad un’economia di guerra… Fate conto una frazione del frazionamento (quello già implicito nell’existenzminimum di gropiusiana memoria)… Praticamente la testimonianza di un incubo, quale quello vissuto in prima persona dal progettista, del quale, beninteso, dobbiamo rendergli merito, così come dobbiamo rendere merito a tutti coloro che hanno preso parte alla resistenza contro l’invasore nazista… Ciò premesso, me vojo augurà che il recente abbattimento dei 3 ponti sia solo frutto di una enigmatica coincidenza, piuttosto che un evento già previsto in sede progettuale (ad esempio come possibile rievocazione storica dell’evento bellico)… Ma sì, dai… Non lasciamoci ingannare dall’aspetto complessivo del quartiere (da residuato bellico, appunto)… Si tratta certamente di una coincidenza (ancorchè enigmatica)… In caso contrario, saremmo costretti a pensà che l’illuminazione del quartiere fosse stata originariamente progettata in funzione delle coeve leggi sull’oscuramento, e magari saremmo pure costretti a pensà che gli spostamenti all’interno del quartiere, almeno nella mente di Barucci, dovessero risurtà perfettamente conformi alle coeve leggi sur coprifoco… Ma soprattutto me vojo augurà che il Prof. Barucci, protagonista di una delle più cruenti battaglie della seconda guerra mondiale, non abbia subìto, a causa di essa, quei danni psichici che erano già noti sui vari fronti della Grande Guerra… Sennò giungeremmo alla conclusione (di per sè ancor più paradossale), che il Laurentino 38 altro non sia che il progetto de ‘no scemo de guera in tempo de pace…

    • Sergio De Santis ha detto:

      Il Professore Ruggero Lenci, come vettore di informazione ma non di critica “fattiva” e formazione …
      è una lettura anche interessante e colta … attenta … che qualora fosse vera (come probabilmente è) ci svelerebbe i motivi folli di un’altra di quelle straordinarie cazzate “svolte” con particolare capacità dai nostri amati Professori …
      Ci dica Lenci se ritiene valido o meno questo complesso …un si o un no …

  3. Maurizio ha detto:

    In effetti se quel troiaio fosse stato realizzato con materiali degni, con i soldi veri, con un vero committente e non con dei banditi, con tutto quello che serve per fare un intervento pubblico…e non coi fichi secchi….Balle ! C’ho pure lavorato in quel posto e non c’è angolo, torre, passaggio o anfratto che non trasudi verità di squallore, induzione al crimine, vergogna sociale. Difronte a quello non me ne frega un cazzo dei perché e dei percome. Quella roba non l’ho mai disegnata manco pe’ scherzo.

  4. Iso ha detto:

    Che interpretazione vergognosa di un quartiere che fa semplicemente schifo perché progettato da schifo. Abbiamo capito che da un po’ di tempo a questa parte si sta cercando di riabilitare la figura di Barucci rispetto a questo progetto penoso, ma questa interpretazione di Lenci lo seppellisce definitivamente.

  5. Ruggero Lenci ha detto:

    Cosa mi piace del Laurentino 38? Il fatto che fa riflettere su più livelli transazionali, per dirla con Eric Berne. Ecco un altro di questi livelli, basato sulla vertebra urbana di Pietro Barucci, come l’ho definita nel 2009 (detto tra noi, preferisco le “transazioni lineari” a quelle “incrociate”, ma va bene lo stesso).

    Ontogenesi e filogenesi architettonica della vertebra urbana del Laurentino 38.
    Dal 1959 al 1962 Pietro Barucci aveva intrapreso per conto dell’Istituto Romano Beni Stabili tre fasi di progettazione, di cui la prima con Manfredi Nicoletti, e subito dopo la realizzazione del Nucleo Direzionale di piazzale del Caravaggio. Progetto questo ammiratissimo in primo luogo da Leonardo Benevolo, e che tanti spunti di riflessione fornirà alla cultura architettonica. La sistemazione a piastra del “Centro Direzionale Caravaggio”, ma anche la proposta del 1962 del Centro Direzionale di Torino, è finalizzata a conformare un brano stratificato di città, facente uso per i volumi a uffici del tipo edilizio del grattacielo Phoenix-Rheinrohr realizzato a Düsseldorf nel 1957 su progetto di Helmut Hentrich e Hubert Petschnigg.
    Nel progetto del Centro Direzionale romano, di almeno tre anni antecedente il piano Pampus del 1965 di Bakema e van den Broek, era già presente l’idea della vertebra urbana che, nel citato progetto per l’espansione di Amsterdam, diverrà una colonna vertebrale. Ecco i rimandi: da Düsseldorf (l’elemento), a Piazzale del Caravaggio (la vertebra), ad Amsterdam (la spina dorsale a forma di un cobra maestosamente eretto al suono del magico flauto bakemiano), al Laurentino 38 (un’area a sviluppo non lineare nella quale il “cobra” bakemiano viene avvolto su se stesso). Questa vertebra nel Laurentino diverrà l’insula, la cifra progettuale per la quale Pietro Barucci sarà ricordato nella storia dell’architettura, realtà mutevole fatta di continui rimandi, che influenza e dai quali si rimane influenzati. Tra i riferimenti progettuali non realizzati bisogna almeno citare la città verticale a circolazione e funzioni stratificate di Ludwig Hilberseimer. Tra gli effetti prodotti, i Centri polifunzionali che John Portman ha eseguito ad Atlanta e a San Francisco negli anni ‘70 e ‘80: il Peachtree Center e l’Embarcadero Center (li si confronti con i Centri Direzionali di Roma di piazzale del Caravaggio e di Torino).
    A seguito di questo breve excursus, i Ponti del Laurentino 38 vanno letti come delle “redini” che governano l’unitarietà di tutto il quartiere, riconducendone la concezione barucciana a un’idea post-illuminista, sulle orme di Boulleé e Ledoux, intenta a conferire alla tipologia edilizia una qualità morfologica a scala urbana. Oltre a quanto già detto, le idee che vi si respirano derivano anche dal futurismo di Antonio Sant’Elia, Mario Chiattone, Tullio Crali, Virgilio Marchi, dal costruttivismo di Chernikhov, di El Lissitzki, di Leonidov, dal razionalismo di Gropius. In ultima analisi esse derivano da una logica compositiva presieduta da un DNA fortemente mittle- europeo, responsabile della dislocazione dei volumi degli spazi aperti, dei percorsi, dei pieni e dei vuoti, in definitiva degli edifici costituiti da cinque corpi in linea, una torre e dal ponte pedonale attrezzato. Tale regola realizza a Roma un’ontogenesi che ricapitola la filogenesi dell’architettura contemporanea legata all’evoluzione della città e alla storia dei quartieri abitativi. Ma è impensabile che una città di oltre 30.000 abitanti (quattro volte superiore rispetto alla dimensione media dei comuni italiani) possa funzionare senza un mini-sindaco, quindi sopravvivere in uno stato di forzato isolamento e disagio sociale.

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