“Dove va la ceramica?” …

Schermata 2014-07-12 a 16.22.46Da Edoardo Alamaro (30.06.014): …

“Un mio amico di Faenza stamani mi ha inviato una mail urgente per chiedermi “una o due brevissime mie noterelle sullo spirito che anima/animava animale la mia collaborazione alla rivista “La Ceramica Moderna e Antica”, all’origine della Faenza Editrice, Faenza e poi, alla ripresa recente, odierna, per la Ediemme S.r.l di Misterbianco (Ct).

Gliele l’ho scritte subito, le due noterelle richieste, ma per la via ci ho preso sfizio e son diventate un Alamarcord ceramico più esteso. Allora ho pensato di girare il tutto a questo blog muratorino perché meritevole e benemerito del settore dell’architettura non dimentica delle arti della Terra colta nostra d’Italia. Cosi sia. Interessa l’articolo?

Ed allora se vi piace ricordo che …. Aaa avevo collaborato con la piccola rivista “La Ceramica Moderna” di Faenza saltuariamente. Il mio primo pezzo è infatti del novembre 1989 (“5 architetti ceramisti a Napoli”, nda). Il secondo pezzo è del gennaio 1990, pagina 16. S’intitola: “Palombella bianca (in margine alla Mostra di Picasso)”. Io avevo proposto invece un netto: “Se vedi Picasso uccidilo!”. Infatti così iniziava: “Se nel 1938 fossi stato un vasaio a Vallauris avrei ucciso Picasso, è certo!”. Poi la C.M. pubblicò qualche altra mia cosetta (Guido Gambone, Macciocchi alla Ceramica di Posillipo, Andrea D’Arienzo alla Faenzerella di Vietri, nonché alcune mie ceramiche d’autore, ecc …) ma …. ma tutto iniziò poi, veramente, da Elisabetta Bovina, (allora) fresca direttrice della rivista e procace donna della cer-amica.

Eravamo all’Arte-fiera di Bologna, nuovo settore sperimentale Ceramica, 1995. Elisabetta si avvicinò molto timidamente e mi chiese simpatica se volessi collaborare alla sua rivistina: accettai subito. Mi serviva una esperienza di scrittura in questa direzione (i blog non c’erano ancora, o se c’erano non erano così estesi e diffusi, e il giornalino d’informazioni tecnico-settoriali arrivava imbustata a tutti i ceramisti, e l’abbonamento costava poco, dieci numeri all’anno, nda).

Oltre quelle di Elisabetta, mi piacevano poi le forme & il formato della rivistina, la veste grafica povera e francescana, quasi parrocchiale, una sciccheria! Nonché era antica la stampa bianco e nero, con una striscia azzurra, per la verità. Il tutto mi sembrò una cosa eccentrica, in un mondo fatalmente gridato a colori patinati e patinevoli (poi dopo è andata sempre peggio nella Faenza del M.I.C., che non si è giocata la sua diversità e si è omologata al peggio, nda).

Elisabetta mi dette subito grande spazio, delle 16 pagine della rivistina del 1995, (che mi ricordava nel formato (da lontano) il vecchio “L’Espresso”, nda). Mi pagavano poco, a pagina, una miseria, metà con le tasse. Ero un volontario, un bene-fattore. Anche per questo motivo del pagamento “a pagina” non mi risparmiavo. Mi divertivo, mi allenavo, sperimentavo, scrivevo molto, kriminal-dialettevole; talvolta mi consigliavano qualche taglio per paura di querele d’artista. Querele a me e a loro editori, per sé e per i suoi sottoTerra.
Programmai subito una collaborazione incisiva e duratura con Elisabetta della C.M., a puntate, da “invitato speciale” (mi facevo invitare da per tutto con la scusa del “servizio”, e che servizio fine settimana!!). Una inchiesta, la mia, che durò molto, moltissimo tempo, dal titolo: “Dove va la ceramica?”

Alla ceramica moderna, come alle arti decorative, mancava (e manca, mi pare) un giornalismo d’assalto, feroce, non succube dei poteri e poderi forti delle Terre di mercato. Allora, 1995, ero molto scafato e in sintonia con Elisabetta & Pastore, mio paesano campanoramico. Eravamo molto irridenti e sfottenti, bella cumpagnia. Ci lasciarono fare, alla “Faenza editrice” di Faenza. Diventai così man mano, per questa via: “Reporter delle Terre”, cioè temerario ReporTerre, e così firmavo i miei pezzi.
Il mio primo “servizio” (C.M. n. 3, marzo 1995, pp 7 – 11, ndr) s’intitolava sfottente: “L’Alamaro-pensiero apre il dibattito sulla nostra inchiesta: dal nostro inviato speciale ad Arte Fiera ’95.” Cinque pagine fitte, complete di miei disegnini di appunti. Fu questa una bella pensata di Elisabetta, dico la scelta grafica, quella di sovrapporre i disegni al testo, dettata dalla disperazione, dalla mancanza di spazio, ma non solo. (Poco spazio e pochi soldi sono la ricetta per fare buone cose utili, nda).
La trovata, lo stile di scrittura ebbe bel successo, anche tra gli artisti che snobbavano la C.M. perché povera (in molti sensi) e settoriale.

La rivistina a direzione Bovina salì così di quotazione. L’allora direttore del M.I.C., il compianto Gian Carlo Boiani, ad esempio, la leggeva molto bene. Tanto che alcuni dei miei scritti, (tre o quattro, nda), tratte dalla C.M., con leggerissime modifiche, furono traslati con coraggio pari pari nella prestigiosa rivista scientifica “Faenza” del Museo di Faenza.
Il mio linguaggio era tagliente e spre-spre-giudicato, come oggi o peggio di oggi. Inusuale in un ambiente codino come quello della ceramica d’arte, che si vive minorato e col complesso d’inferiorità verso l’artista contemporaneo blasonato, si sa.
Iniziarono così a romperci le palle e a farci la pelle, a tradimento. Ma noi ce ne sfottevamo: la benemerita “Faenza editrice” ci fece fare e nel complesso dell’amplesso ci sorresse. (Del resto delle sue numerose riviste e collane di libri, anche d’architettura, questa era la meno impegnativa economicamente, nda).

Col numero di agosto/settembre ’95 iniziammo nella C.M. col paginone degli artisti nuostri delle Terre, a partire dalle Terre, (con mia nota graffiante a commento, ad apertura).
Il primo contributo fu quello di Ugo Marano, “vasaio dell’universo” da Cetara, costiera amalfitana; seguì a ruota Annibale Oste, di Napoli-Sanità, sul numero di ottobre ’95. Elisabetta teneva per sé tutti i disegni originali che le spedivo da Napoli e che andavano poi nel paginone. Ha quindi una bella collezione, se li ha conservati, come spero. Sia Ugo che Annibale ora ci hanno lasciato, prematuramente, poveri noi! Una prece minore ma non necessariamente minorata!!!

Finale: non ho mancato un numero per la C.M. dal marzo 1995, consecutivamente per oltre 13 anni di collaborazione, fino al dicembre 2007, quando questa rivista fece (senza di me, s’intende, io stavo bene nel b/n), il salto di qualità nel colore, nella nuova impaginazione e nell’assistenza di Stato che le finanziò un progetto per un anno o due, con un nuovo editore, (“Il sole/24 ore”, credo, non so, non seguii….). Finiti i soldi di Stato, (chi è Stato è stato…), la C.M. si spense, e così si perse una voce verycritica e criticabile, ma non scaricabile.
Ora ha ripreso con gran difficoltà, visto la situazione della carta stampata e di questo settore del piffero, a rimorchio com’è dell’artegrande contemporanea, (per i tipi della Ediemme S.r.l di Misterbianco (Ct) che edita anche la rivista D’A, che mi ha aperto una godibile “Finestra”.

Conservo di quella stagione della Faenza editrice (che pubblicava anche “C/a, Ceramica per l’architettura” e “Fashion”, alle cui testate ho molto collaborato, nda), tutti i numeri della C.M. ai quali ho partecipato, raccolti in due contenitori. Talvolta li sfoglio per cercare qualche pezzo delle mie antiche inchieste ceramiche, alcune pagine le ho ripubblicate nei prestigiosi calendari della “De Luca-Salerno 2007 – 2011.
Penso sempre che si dovrebbero mettere insieme e ripubblicarle tutte, le pagine della mia inchiesta: Dove va la ceramica?”. Ma chi lo farà mai? Che fine ha fatto? Chi l’ha vista?, la ceramica dei ceranimisti senza gli Ontani lontani dalle passioni nostre?
Saluti e grazie, besos,

Eldorado

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