“ERIGERE UN MONUMENTO” … riflessioni armene dopo la polemica sulle chiese brutte …

Schermata 2013-06-14 a 17.55.36 La Capanna in Paradiso: Riflessioni dopo un viaggio in Armenia e …

“caro professore,
le segnalo queste mie memorie e riflessioni maturate durante il recente viaggio in Armenia e Nagorno-Karabakh

cordiali saluti”

Ettore

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9 risposte a “ERIGERE UN MONUMENTO” … riflessioni armene dopo la polemica sulle chiese brutte …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    grazie per la condivisione, spero che il messaggio arrivi ovunque … specie in Vaticano.

    cordiali saluti
    Ettore

  2. sergio 43 ha detto:

    Grazie Ettore. Pur essendo d’obbligo riconoscere che la nostra società è, per la sua diversa storia, così complessa, distante e acculturata nei confronti di un mondo legato a valori profondamente primari, il suo racconto ci dà molto da pensare. Qualcosa anche da noi si può ancora ritrovare in luoghi marginali e relativamente colti come attaccamento ai simboli cui, come lei dice, “identificarsi orgogliosamente”. Io nutro una affettuosa riconoscenza verso i lontani cittadini del luogo dove sono nato che difesero con forza il loro polittico che stava appeso da cinquecento anni nel loro Sant’Agostino dall’arroganza del potente Arcivescovo che lo voleva musealizzare nella sua Pinacoteca. Più recentemente, nella chiesa costruita con garbo da un mio vecchio professore di Valle Giulia, il vecchio prete che andava in pensione ha voluto regalare ai suoi parrocchiani con i soldi della sua liquidazione un imponente mosaico, forse un pò kitch, che adesso ne orna l’abside e di cui la gente del contado è molto orgogliosa come i loro antenati lo furono per il Crivelli. Un crocifisso di Guido Reni svapora nel cielo dominando la leonardesca “Ultima Cena”. Per legare di più la fede dei fedeli al loro territorio, Don Silvano ha chiesto ai mosaicisti che da una parte e dall’altra del Cristo venissero rappresentate la città capoluogo e la frazione in cui viviamo.

  3. Ma che bel reportage Ettore.
    Avrei voluto risponderti sull’altro blog (scusami con Enrico Bardellini ché forse avrei portato lurker dalle sue parti che se li merita) ma non ho tempo per un’altra identità google e visto che sei, grazie al cielo, anche qui ne approfitto per continuare un discorso sparpagliato tra diversi recenti post archiwoccici.

    Quello che trovo più interessante in quello che scrivi è il tuo “netto” che ben si distingue, e stavolta lo prendo percepisco come valido (me l’ha insegnato ’43), rispetto alla “tara “ dell’argomento in generale che è l’Architettura Armena.

    Uno degli aspetti della modernità è la coscienza dell’autore di quanto la propria autobiografia (”Autobiografia scientifica” ha scritto Rossi ironizzando su Einstein) sia decisiva per la propria opera d’arte contemporanea. Anche in architettura.

    Ti rimando volentieri al libro “Scolpire il tempo” di Andrej Tarkovsky (è fuori catalogo ma a Roma te lo prestano per un mese le Biblioteche Comunali Rugantino e Villa Mercede). In questo libro (la mia copia è massacrata di sottolineatura che feci da adolescente) è chiarissimo come per “ricercare in ogni arte o scienza la verità” (la frase te la copio dalla premessa di Rossi al proprio lavoro nel libretto Zanichelli – il migliore su di lui) occorre ripartire da se stessi, dalla propria storia personale. Occorre arrivare a progettare una casa dello studente a Chieti basandosi sui propri ricordi d’infanzia delle cabine dell’Elba altro che disciplina tipomorfologica!

    Tarkovsky ci ha impostato il suo film più importante e meraviglioso che è “Lo Specchio” (anche gli altri raggiungono il cuore dello spettatore ma la poetica dell’individuale, del singolo, dell’unico, della propria originalità poetica ed esistenziale che diventa universale e di tutti, è espressa straordinariamente e in modo riuscito in questo tormentato film che ha subito molti diversi montaggi prima della sua versione definitiva – anche questo lo trovi in dvd in parecchie biblioteche comunali).

    Così nel tuo articolo la tua (tua tua tua, la senti la reitarazione) la tua patologica ossessione (lo sto dicendo in senso positivo!) per un’ideologia dell’antimoderno che coltivi, per fortunata vocazione, fin dai tempi di studente e che ti deriva da… “NON LO SO DIMMELO TE” – resto in attesa del resoconto del tuo analista in una tua autobiografia scientifica – è il tuo portato autobiografico e poetico che fa di te, malgrado te, un moderno tra gli altri moderni. Finché lo trasformerai, come fai, in architettura di nuova costruzione e non in fanatiche cariche esplosive a Corviale (perché anche le ossessioni diFiorentino hanno un valore straordinario) vai tranquillo che ti ho capito (finalmente!) e ti difendo!

    Come Aldo Rossi, del resto, mascheri la tua specificità poetica, profondamente contemporanea anche se stilisticamente non sembra, con un pastiche razionalista moderno (ora sociologico ora tecnologico) così come Rossi faceva (e anche Grassi ha fatto – poi per fortuna in vecchiaia non hanno avuto più bisogno di “Costruzioni logiche dell’architettura” o di “Architetture della città” per darsi una certa autorità accademica) mascherandolo nella tendenza neorazionalista milanese in architettura.

    Ti ringrazio molto per queste chiese armene di cui assieme a Cossu mi appassiona la sacralità. Sarebbe bello fare un viaggio culturale tutti e tre ma odio viaggiare.
    Manda le foto del cantiere in progress di Maxim Atayants che mi sembra interessantissimo per quella qualità, ripeto QUALITA’, tutta moderna di saper perdere la benjaminiana aura in architettura, una sacra perdita di aura, anche se forse lo fa anche lui nè è inconsapevole in nome di un semplicistico doveracomera, come se l’architettura moderna fosse solo luoghi e tecniche costruttive come quella classica. Ma non fa niente. Dettagli. L’ignoranza o l’incompetenza non conta in arte, vedi il finale con il costruttore di campane nel Rublev di Tarkovsky.

    Ti sono assai riconoscente per gli anni di discussione che mi hanno portato qui e per la raffica di pensieri chiarificatori sull’architettura che hai innescato in me in queste ore.

    A presto,

    Giancarlo.

    • Andrea Di Martino ha detto:

      Se, per quanto mi è dato di capire, ogni “specificità poetica contemporanea” è (o deve essere) di natura meramente autobiografica, allora ne dovremmo dedurre che esistono tante “immagini di contemporaneità” quante sono gli architetti, quindi infinite; il che è come dire che non ne esiste nessuna. In pratica, è la stessa obiezione che può avanzare un ateo nei confronti di chi rivendica come verità assoluta l’esistenza di Dio, giacchè, come tutti sanno, la verità scientifica è una sola, mentre le verità religiose sono infinite (cioè tante quante sono le religioni). Ma allora, tornando allo specifico architettonico, se non esiste nessuna “immagini di contemporaneità”, non si capisce come possa esistere una qualsivoglia forma di “anti-contemporaneità”. Quindi domandare da cosa derivi la (presunta) anti-contemporaneità di qualcuno (o di qualcosa), è una pura contraddizione in termini, indipendentemente dal tono serioso o sarcastico di chi pone la domanda. Il mio intervento finirebbe qui, se non fosse che chi ha posto la domanda ha parlato di “semplicistico dov’era com’era”, dove l’aggetivo “semplicistico” deriverebbe (anche qui cito testualmente), dal concepire la contemporaneità solo come “luoghi e tecniche costruttive, alla stregua dell’architettura classica” (ammesso e non con(cesso) che i classici l’abbiano davvero concepita così). Ebbene, qualora una concezione di questo tipo fosse davvero implicita nel “semplicistico com’era dov’era”, allora sono io che, con cognizione di causa, potrei chiedere (non solo a Galassi ma a chiunque voglia rispondermi): “In cosa consiste la contemporaneità”? Forse in un (non meglio precisato) “zeitgeist”? Quelli che la pensano così, dovrebbero spiegarci una volta per tutte il motivo per cui tale concetto, ritenuto figlio della scienza e della tecnica, e quindi dell’attività umana (a dispetto del suffisso “geist”), debba relazionarsi (secondo loro), sempre e soltanto alla forma, e mai a quei problemi di ordine pratico (costi, tempi, prevenzione degli infortuni), la cui risoluzione dipende dal progresso tecnico-scientifico nella stessa misura in cui tale progresso influenza le forme stesse dell’architettura. Come se gli stessi progressi dell’ingegneria meccanica (gru mobili, scavatrici, trivellatrici e altre macchine edili) fossero mero appannaggio di edifici futuribili. Come cioè se la cantierizzazione del processo edilizio basata su tali macchine non costituisca già di per sè una naturale forma di adesione al progresso tecnico-scientifico. E quindi allo “zeitgeist”. Già queste semplicissime considerazioni ci danno l’esatta misura della pretestuosità di certe critiche (ovvero l’equazione (ormai trita e ritrita): dov’era com’era = semplicistico = classico = anti-contemporaneo). In tal senso, è significativo già solo il fatto che il Galassi, dopo aver sollevato la questione del semplicismo in architettura (identificato, lo ripeto ancora, col dov’era com’era), liquidi subito dopo la questione con la frase: “Ma non fa niente. Dettagli”: una formula perfettamente complementare con la frase: “…ti ho capito (finalmente!) e ti difendo!”, attribuendo poi ad una (non meglio precisata) “sacra perdita di aura” il motivo per cui si può “difendere” un “nemico ideologico”. In pratica, una forma retorica intrinsecamente classica (come suggerisce la stessa locuzione latina con cui è giunta fino ad oggi: “captatio benevolentiae”), pretenderebbe di irridere (pensate un po’) la classicità stessa (conformemente alla succitata equazione, che ripeto ancora: dov’era com’era = semplicistico = classico = anti-contemporaneo). Paradosso nel paradosso. Come dire che dopo aver sollevato una questione si rifugge (consapevolmente) da una qualsivoglia domanda inerente la stessa. Un atteggiamento il cui livello di evasività mi ricorda quello del prof. Lenci nella sua “forbitissima” critica al mio progetto (per inciso, neorossiano) di composizione 3, fermo restando il fatto che Lenci, in quanto docente universitario, e quindi “accademico” (sic), non aveva alcun motivo di rendere accettabile la sua “sentenza” per mezzo della captatio benevolentiae, per il semplice motivo che la sentenza di un docente si può soltanto accettare in quanto tale, indipendentemente dal suo effettivo livello di obiettività (https://archiwatch.it/2012/10/23/beato-chisselofa-r-sofa/)

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Splendido e puntuale Andrea!
        Hai colto perfettamente il punto
        Ciao
        Ettore

  4. ctonia ha detto:

    Ah meravigliose architetture armene, viva l’Armenia!
    Spero anch’io un giorno di fare il viaggio di Ettore…

  5. michele granata ha detto:

    Magnifico testo complimenti professore!!!…….e anche i commenti
    MG

  6. ettore maria mazzola ha detto:

    ringrazio tutti per i bei commenti, per chi fosse interessato al viaggio – molto conveniente in questi tempi di magra – posso mettervi in contatto con la nostra (mia e di Maxim) guida che ci ha portato in luoghi inaccessibili (o quasi) con percorsi da Camel Trophy in un ambiente naturalistico assolutamente meraviglioso

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