Ancora … attorno all’Ara …

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coperture archeologiche: … sostituzioni romane recenti …

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all’ombra del grande Meier … Usa e Ghetty …

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il maestro dell’ara … nel suo nuovo alloggiamento …

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altre are … altri divini …

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traffico e … inquinamento … qui ci vuole il sottopasso …

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7 risposte a Ancora … attorno all’Ara …

  1. pinello ha detto:

    Caro Giorgio Muratore,
    Un sottopasso sotto il lungotevere difronte alla ” wiev from the road ” dell’ ARA PACIS, taglierebbe il sistema idraulico del grande colettore costruito dai piemontesi insieme ai muraglioni, dopo la ennesima TRACIMAZIONE del Tevere.
    Volete finire nella m…
    p

  2. pasquale cerullo ha detto:

    Eppure la m. è meno tossica di quella mistura cancerogena. Perché non risalire alla fonte? L’auto è il fallimento della città.
    Esci dal concessionario con il fiammante suv, nuovo status symbol, e ti incanali orgoglioso nel traffico dell’ora di punta, accorgendoti di andare più piano della carretta del fruttarolo tirata da un vecchio somaro. Ma…chi è il somaro? Mah!

  3. giovanni di paola ha detto:

    “WIEV”?!?!?!?!?…Pinello Berti…ma come scrivi??…Meglio non infierire sulla nostra classe dirigente

  4. Valerio Ricciardi ha detto:

    Il sottopasso in quel tratto di Lungotevere potrebbe essere, architettonicamente, una soluzione valida per dare un po’ di “sfogo” verso fiume all’enorme contenitore di Meyer. In sé nulla di censurabile, ammesso che si riesca a fare in modo – gestendosi immissini, biforcazioni e semafori “a valle” – che lì sotto il traffico scorra, o rimarranno tutti presto intossicati.

    Ma il punto non é questo. Il fatto che resta e resterà, presumo ben oltre la mia prospettiva di vita, è che la Grande Opera Imperitura di Meyer, probabilmente monumentale e di bella prospettiva (nulla di più, però, non esageriamo coi complimenti, allora della palazzina delle Poste di Sabaudia cosa dovremmo dire?) è assolutamente fuori scala in quel punto del Campo Marzio.

    Su una collinetta dell’Eur con qualche pino marittimo sparso qua e là e sotto il praticiello tenuto rasato e brillante con tanti irrigatori da prato che fanno cifcifcifcifcifcifcifcif, l’avrei vista anche assai bene, magari non troppo distante dal Palazzo della Civiltà Italiana; ci avrebbero potuto mettere una nuova sede del Museo della Civiltà Romana, per dire.
    Ma lì, a chiudere definitivamente anche il lato verso Tevere della (già) più brutta, goffa e sgraziata piazza del razionalismo italiano, non ci sta e basta. E’ troppo lunga, troppo larga, troppo tutto. Comanda lei, è lei il protagonista, non l’Ara che ospita. Vuole essere il protagonista perché Meyer, e non l’Ara, doveva essere la primadonna. Questo è il difetto, assai diffuso fra gli architetti di richiamo. Debbono a tutti i costi “firmare l’opera”. Conta più che la gente passando guardi il ponte e faccia “ooooh” che non il fatto che il ponte risolva i problemi di traffico fra quelle due sponde, che sia solido, che non impatti troppo sul paesaggio, che non imponga una firma di architetto alla skyline, che sia armonioso.
    Questa cosa non la sopporto più come un tempo.

    Bisogna tornare a fare architettura a Roma, non solo piccoli interventi funzionali, sin qui posso essere d’accordo; non ci sono solo quadrifogli di tangenziali e arredo urbano nel futuro di una città importante.

    Ma chi ha permesso l’edificazione dell’Hotel Delta non al Nuovo Salario o all’Eur, ma a due passi dal Colosseo e incombente quasi su San Clemente, quella dei quattro livelli archeologici, quella del Mitreo, è un pazzo. Chi ha lasciato fare un edificio come quello che ospita Coin… di fronte a porta Asinaria andrebbe condannato a vivere in un centro commerciale di Pittsburgh.
    Non si stupra un tessuto urbano in questo modo.

    Gli sventramenti fascisti degli anni ’30 sono stati un crimine, far sparire Piazza Montanara pura follia, demolire la spina di Borgo azzerando il sapiente gioco di “angusto che passa a grandioso” pensato dal Bernini ignoranza fascista allo stato puro.

    Ma almeno, il palazzo dell’Anagrafe cercava col suo travertino e la sua cortina in mattoni scuri di accompagnare materiali e cromatismi dell’epoca romana. Poi, a conti fatti è bruttino e intrinsecamente triste; si poteva fare mooolto di meglio.
    Di certo, almeno, non venne imposta una borsa e una cintura metallizzata di Dolce e Gabbana su un costume di scena per una commedia di Goldoni, già è tanto.

    Io non ce l’ho con Meyer. Ce l’ho con quella “cosa”, messa lì. E dal punto di vista esterno; una volta entrato, non mi dispiace, anche se nemmeno il Grande Genio è stato capace di pensare a una passerella, dei balconcini, un affaccio di qualsivoglia tipo per il pubblico che permettesse una visione dall’alto delll’insieme dell’Ara (anche se non sarebbe certo stata filologico, in origine l’Ara poteva essere evidentemente vista solo da livello suolo).

    Lo spazio è luminoso, chiaro, pulito, di una certa eleganza; si presta moltissimo ad operazioni collaterali che, quantomeno possono dare un ritorno mediatico al museo, all’Ara … e alle casse del Comune. Se non lo avete fatto, andate a vedere presto la mostra di Valentino, e capirete al volo cosa intendo.

    Ma lì, a Campo Marzio, già irrimediabilmente ferito dalla distruzione del Porto di Ripetta, era “troppa roba”.
    Io non sono un nostalgico ante litteram dei bei tempi antichi, ai primi anni ’90 sono andato apposta a Parigi per realizzare un servizio su La Défense, servizio (non commissionato, ricerca personale) che resta una delle cose più interessanti che abbia fatto in fotografia di architettura. Ma La Défense è una unità urbanistica organica, come da noi intese essere l’E.U.R.; non è qualcosa di sovrimposto a un tessuto storico ben diverso.

    Anche a Parigi sbagliano, a volte anche grosso; passi il Centro Pompidou, splendida “macchina per far cultura” anche se l’esterno non è andato oltre la provocazione, ma distruggere i mercati coperti di Les Halles (il trionfo della fusione in ghisa, una testimonianza impareggiabile di un epoca finita per sempre, esclusa forse per ora solo l’India) per farci quella specie di vascone idromassaggio rivestito in piastrelline è stato uno scivolone ben più grave della teca dell’Ara.

    Questo protagonismo da “ego ipertrofizzato” del designer si va diffondendo, mi sembra, anche in altri settori. Le BMW (che tecnicamente non mi piacevano, motori a parte, erano piene di difetti geometrici nei telai) per molti anni visivamente rappresentavano un elegante mix di classica sportività; poi arriva un signore di nome Chrys Bangle, che aveva già firmato una piccola sportiva (il Coupé Fiat), originale, aggessiva e certo non “già vista”, e cambia tutto.
    Guardate la Serie 5, sembra un’auto tratta da un filmetto per adolescenti della serie Batman. Fiancate troppo alte, finestratura laterale rachitica, “chiusa verso l’interno”; coda alta e massiccia, frontale disperatamente aggressivo con gruppi ottici che sembrano gli occhi cattivi di Ming, il perfido personaggio dei fumetti d’epoca di Flash Gordon. Manca solo il rimmel sugli “occhi”.
    Complessivamente, pare un collage di pezzi presi da un grande autodemolitore, giustapposti e incollati fra loro col silicone. Non c’è unità stilistica, non c’é “idea” se non quella di fare una cosa che sapesse di soldi. E la Serie 1, con la fiancata che nella parte bassa ha una specie di “festone”, come una mantovana della nonna sopra le tende? Manca solo di rifinirla con un tralcio di acanto e un paio di bucrani…
    Naturalmente, più il marchio si é “incafonito”, più le vendite vanno di bene in meglio; ma questa è un’altra storia.

    Per confronto, provate a riguardarvi bene un piccolo capolavoro di Pininfarina, come la Peugeot 406 coupé (la prima serie, quella “originale” senza la calandra allargata). Sembra essere stata disegnata senza mai alzare la punta della matita dal foglio. Pulita, senza orpelli, filante, aerodinamica senza alettoni e minigonne, essenziale. In Italia ne vendettero ben poche, eppure era più bella di una Ferrari.
    Adesso alla Peugeot hanno presentato due “fumetti” veri e propri: la 207 e la 308. Viste da davanti hanno gli occhi (arrabbiati), il nasone di Topolino e la boccaccia spalancata con tutti i denti, che sembra dire “grr, grr, adesso ti mangio!”. Per una giostra del Luna Park andrebbero benissimo; invece sono una realtà produttiva, e una “media” come la 308 scommetto si avvicinerà al milione di unità vendute alla fine della sua carriera.

    L’Ara Pacis, non si poteva smontare da lì, Alemanno doveva documentarsi un minimo prima di parlare. La parte ricostruita nella quale furono rimontati i frammenti recuperati è in malta cementizia, demolirla metterebbe a rischio i reperti. Ma se la teca di Ballio Morpurgo era del tutto inadeguata per la conservazione, perché non sostituirla con una appena più larga e lunga, ma delle due “molto” più aperta verso l’esterno = trasparente, cioé tutta acciaio e vetro? Si sarebbe potuto realizzare coi mezzi tecnologici oggi disponibili un microclima ottimale a dispetto dell’inevitabile “effetto serra”, ma al tempo stesso rendere più visibile di prima da fuori l’Ara, che all’origine spiccava in mezzo a prati e a spazi aperti, ottenendo nel contempo la “riapertura” dello spazio architettonico di Piazza Augusto Imperatore verso il Tevere. Ma, forse, una semplice e elegante “vetrina” per l’Ara avrebbe reso troppo protagonista il contenuto, e troppo poco il (firmato) contenitore. Sono troppo cattivo?

    Scusate tutti lo sfogo e soprattutto la lunghezza, e perdonate l’ingenuità di qualche eventuale, probabilissimo “sfondone” quanto a cultura architettonica; non sono architetto, ma fotografo di architettura, arte, archeologia e ambiente e da un decennio anche giornalista specializzato in divulgazione nel settore dei beni culturali e dell’archeologia. Ora l’Ara è tornata per me alla ribalta, perché sto per completare (adesso che sono finalmente finiti i cantieri) un servizio per Archeologia Viva; di tempo per guardarmi con la mente sgombra tutta la faccenda ne ho avuto. Se volete rispondermi qualcosa (anche di assai critico, ho solo da imparare dagli altri nella vita) su questo blog, magari segnalatemelo anche su valerio_ricciardi@tiscali.it.

  5. sergio 1943 ha detto:

    Cerco di essere breve perchè l’argomento, da qualsiasi lato lo prendi, puzza oramai come il pesce marcio. Penso umilmente che il sottopasso sul Lungotevere alle spalle dell’Ara Pacis, pensato come un risarcimento alla città, sia “un tacon pejor del buso”. A parte il costo enorme, spropositato richiesto dalla stessa ditta che ha costruito il monumento alla vanagloria, avremmo, a conclusione, una piazzetta larga una diecina di metri. Caro Ricciardi, come tutti gli architetti io sogno e a volte i sogni che facciamo sono più consolatori dei nostri progetti; Che cosa sogno? Una piazza molto più grande disposta a più livelli, estendentesi dal parapetto sul fiume fino al Mausoleo che darebbe un senso anche al sottopasso! Ma, mi si dirà, di mezzo c’é l’Ara Pacis, sia nella versione Morpurgo sia nella versione Meyer! Bene! Io continuo a sognare! Riportando l’obiezione di Andrea Carandini, lei afferma che l’Ara non poteva essere oramai spostata perchè l’ottimo stucco cementizio con cui sono stati rimontati i frammenti, a parte l’intrinseco valore, una volta distrutto metterebbe a rischio i reperti stessi. Bene! Da qualche parte a casa debbo ancora avere le foto che documentano (per la sua professione le conoscerà anche lei) lo spostamento a un livello di sicurezza dei Templi di Abu Simbel minacciati dalla costruzione della diga di Assuan. Aoh! Un tempio, anzi due, scavati nella roccia! Mica pizza e fichi! Ancora me lo vedo il faccione di Ramesse II sollevato dall’enorme gru di un’impresa italiana! Quindi sogno! Una volta analizzato, studiato, restaurato, risarcito il Mausoleo e ripristinato il piano di calpestio, che era stato nel corso dei secoli giardino, orto, arena, auditorium, sostenuto, per mantenere visitabili gli spazi ipogei, con qualsivoglia struttura francamente moderna, vedo una enorme struttura ingegneristica da far rimanere a bocca aperta (ha presente, caro Ricciardi, la magnifica stampa che rappresenta lo spostamento e innalzamento dell’obelisco vaticano su progetto di Domenico Fontana?) atta a sollevare, pari pari, l’Ara Pacis, spostare e depositare l’opera sul moderno impiancito all’interno del Mausoleo dandole, chicca finale, il giusto orientamento rispetto al sorgere del sole (torno ad Abu Simbel dove il sole, alla giusta data, continua ad illuminare il sacello interno). Sogno poi il ripristino, come copertura dell’Ara, di una cupola (un’altra ad arricchire il profilo della città!) come risarcimento di quella distrutta da Mussolini.
    Boh! Nessuno che mi abbia spiegato perchè non si poteva fare! Leggiamo di opere maestose in giro per il mondo, ponti, grattacieli e da noi non si riesce ad avere la giusta fantasia per pensare, progettare e realizzare un beneamato accidenti!
    Per il resto sottoscrivo tutta la sua lettera: ancora me lo ricordo il dignitoso palazzetto su via Labicana davanti al quale passavo all’uscita dal liceo Cavour per tornare a casa, trasformato poi, da chi mi fu relatore di Laurea, nell’algido hotel Delta, così come mi ricordo il palazzetto che ospitava il cinema Massimo e che completava l’omogenea architettura di piazza di San Giovanni dove abitavo, trasformato ora nell’opaco centro commerciale Coin. Aspetto con malcelata ansia che venga chiuso il vuoto di Piazza Vittorio, al vertice su via Merulana, creato dal passaggio della metro “A” che causò lesioni sul fabbricato il quale venne frettolosamente gettato a terra. Lei pensa, caro Ricciardi, che qualcuno abbia avuto voglia di riportare la situazione “dov’era e com’era” ripristinando l’omogeneo front-line? Lo fanno a Dresda con gli edifici distrutti dai bombardamenti ma da noi la vince sempre la speculazione e non la cultura chiunque, destra o sinistra, ci governi.
    Buonanotte, caro Ricciardi! Io continuo a sognare perchè, come Calderòn de la Barca, credo che, mai come in questo mondo sempre più virtuale, “la vida es sueno”!Sergio Marzetti

  6. Valerio Ricciardi ha detto:

    Caro Sergio Marzetti,

    leggo solo ora (per caso, non son capitato sul blog di Muratore da tantissimo tempo, praticamente da quando scrissi il mio commento) la sua articolata risposta, che ha anche il pregio di essere ben meno logorroica della mia: sono davvero contento di quel che scrive.

    Forse il suo è davvero un sogno possibile – non mi sbilancio troppo, da geologo, perché il problema non si riduce solo in termini di tonnellate e di portata di carro-ponte, è anche un problema di coesione statica del manufatto… non sono all’altezza di pronunciarmi – sia pure con un esborso di quattrini imponente.

    Di certo, alcune cose sarebbero davvero impossibili (come ricollocare l’Ara in posizione “filologicamente” originale); ma situarla ad una quota inferiore, abbassando un poco la collinetta rimasta dove una volta si stagliavano armoniosamente gli edifici di Busiri Vici sopra il Porto di Ripetta, quello sì, penso che con un po’ di buona volontà si poteva fare. Tanto più che la megateca-ludoteca di Meyer non è costata precisamente pochi paoli…
    E a quel punto, tanto valeva anche riorientarla in modo corretto. Voleva ripeter l’effetto dell’ombra dello gnomone dell’Horologium Augusti anche Meyer, che deve essersi intrigato sentendo la storia; ma per fortuna il “provvisorio” monolite bianco in cartongesso che avevano piazzato sull’aia antistante ha avuto vita breve, ci mancava pure quello.
    Un ultima annotazione: fermo restando che si deve avere, col dovuto tatto, il “coraggio dell’architettura”, cosa aveva fatto di male a Meyer il collega Valadier? Badi, non è che io ami molto il neoclassico; trovo orribile la Casa Bianca, tristissimo il Panthéon di Parigi, e non amo neppure quella che è considerata l’opera più significativa a Roma del Valadier, la chiesa proprio vicino alla “teca” voluta da Rutelli.
    Ma bella o meno bella che sia, è un’opera di un collega, che aveva davanti il suo spazio prospettico, pur non profondissimo (c’era il Tevere, prima dei palazzi di Busiri Vici); adesso, per veder tutta la facciata, devi affacciarti dalla terrazza davanti al Museo dell’Ara. Passando con l’auto, ne vedi solo la parte superiore, da oltre metà portone in su. E’ giusto?
    Prima o poi voglio fare un servizio sistematico sugli accostamenti-stupro fra antico e moderno; mi divertirò a leggere le letteracce di quanti mi daranno del conservatore retrogrado che non capisce l’innovazione.
    Tanto non ho niente da perdere, se le foto renderanno l’idea sarà solo pubblicità per il mio lavoro di fotografo, e non c’è “barone” che possa legarsela al dito frenandomi una carriera accademica che non ho mai iniziato…
    Oltre a Coin e all’Hotel Delta, Teca meyeriana a parte, mi viene in mente anche uno spaventoso edificio in curtain-wall a fianco di una porta antica di Napoli, la fallace memoria non mi aiuta sull’istante a citare quale con esattezza, ma son certo che l’immagine del misfatto sarà ben nota anche a lei.

    Un carissimo saluto

    valerio_ricciardi@tiscali.it

  7. sergio 1943 ha detto:

    Un carissimo saluto anche a lei, caro Ricciardi, e complimenti per il suo lavoro che rende limpidi e comprensibili i manufatti architettonici. Quien sabe? Forse avremo modo di confrontare di nuovo le nostre idee in questo blog, in questo porto di mare dove, come marinai stanchi, approdiamo per trovare voci amiche.
    sergio 1943

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