L’ARCHITETTO E’ “CREATIVO” …

Pietro Pagliardini commented on “One flew over the cockoo’s nest” …

“Fantastica riflessione pi e calzante raffronto tra il ruolo del professore e quello di Jack Nicholson (che infatti già cominciava ad avere ampie stempiature, entrando così nel personaggio).
Domanda cruciale: perchè siamo così diversi da medici, ingegneri e piloti d’aereo?
Perchè siamo indisciplinati, probabilmente, anche in senso comportamentale ma soprattutto nel senso che non abbiamo una disciplina codificata fatta di regole da applicare per ottenere un determinato risultato. Non abbiamo, in verità, nemmeno ben chiaro quale debba essere il risultato, lo scopo, il fine, la ragione per cui noi esistiamo. Perchè esistano gli ingegneri lo sappiamo benissimo e lo sanno tutti, anche l’uomo della strada: c’è un crollo e tutti pensano subito “chi è quel fesso di ingegnere?”. Dei nostri progetti non si può mai sapere a priori a chi piaceranno e a chi faranno schifo.
Qual è lo scopo prevalente dell’architetto, a parte il necessario e condiviso risultato economico che oggi è diventato invece superfluo?
All’architetto viene insegnato – senza mai dirlo direttamente, è nell’aria, è un’informazione subliminale – che il suo ruolo è creativo, che l’architetto è una specie di essere superiore che deve progettare per se stesso e compiendo questo atto piacerà anche agli altri. Agli altri architetti, ovviamente, ai critici, agli storici, al circo architetturale insomma. Se poi non piace al pubblico, pazienza, potrebbe essere addirittura un quid plus, la prova del suo stato di grazia. Mica tutti hanno accesso alla grazia! L’architetto è quindi un mistico. Perchè? Perchè non c’è regola e soprattutto non c’è regola trasmissibile e condivisa.
La centralità del progetto significa proprio questo: ogni progetto è una ricerca, una sofferenza, una fondazione di una nuova regola destinata però a durare lo spazio del progetto e della sua (auspicabile) realizzazione. Quando ctonia parla di composizione, in fondo parla di questo. Infatti dice, con umiltà e convinzione, di sforzarsi in questa ricerca, magari non riuscendoci: se ci fossero regole comuni non esisterebbe ragione per cui lui, come altri, non dovrebbe riuscirci.
Ci immaginiamo un medico che ogni volta, sui 20 o 30 pazienti che visita al giorno, avesse un atteggiamento analogo al nostro? Già morirebbe dopo un mese per lo sforzo, e la maggioranza dei pazienti camperebbe meno del medico stesso. Il medico ha protocolli da seguire. Il medico, l’ho già detto altre volte ma lo ripeto sotto voce, non deve nemmeno essere particolarmente dotato di intelligenza, gli basta la conoscenza e la diligenza (poi c’è l’umanità, quella sì è personale, ma è un optional). Anche il pilota d’aereo ha protocolli, ha un libro di istruzioni per le procedure impreviste. Ma dico di più: il ricercatore medico, quelli che vediamo in quei laboratori con tutti quegli strumenti, pensiamo forse che siano dei geni? Hanno regole da seguire e le eseguono.
Noi non abbiamo, e rifiutiamo d’avere (e questo è colpevole) un bel cavolo di niente, solo la nostra potenza creativa e immaginifica.
Perchè? Vallo a sapere!
Ho come l’impressione che la figura dell’architetto, l’averne storicizzato il ruolo nel modello di quei trenta-quaranta del passato, l’aver trasferito il suo ruolo da grande specialista-tecnico-artista per edifici specialistici o comunque singolari, mentre tutto il resto, la città, si evolveva naturalmente nella coscienza spontanea e l’architettura e la città erano “la somma di tanti gesti individuali che tutti insieme costituivano il gesto collettivo della città” (espressione quasi testuale dell’amico architetto Danilo Grifoni), abbia trovato del tutto impreparata una disciplina che non era nata per la massa prima, per l’individuo poi, ma solo per pochi esempi.
Insomma, l’architettura non sarebbe una disciplina matura, non avrebbe trovato la sua strada, anche per il fatto che si fa di tutto perchè non la trovi.
Forse è per questo che alcuni, tra cui mi metto anch’io, più o meno consapevolmente (io sono tra i meno) sentono la necessità di ricominciare dagli inizi, dai primordi, dai principi. E sentono la necessità di ritrovare una base di legittimazione in quella massa, la gente comune, che prima non aveva bisogno dell’architetto per abitare. Non è nemmeno lontanamente a parlarne populismo, tanto meno opportunismo o atteggiamento caritatevole, è avere individuato lo scopo, la ragione, il fine ultimo dell’architettura, spostandolo dal “compositore” al pubblico pagante: gli uomini, la società, la città.
Ovvai, domani vado in vacanza e già mi sono rilassato
Saluti
Pietro

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7 risposte a L’ARCHITETTO E’ “CREATIVO” …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    ottimo Pietro, hai colto nel segno!
    Quello che sfugge a coloro i quali parlano a sproposito di “centralità della composizione architettonica” ed accusano chi non la pensi come loro di non conoscere la composizione architettonica, è proprio il loro modo di fare composizione architettonica al di fuori delle regole, oppure di farlo attraverso un processo di “regole fai da te”, molto facilone, intorno al quale è possibile costruire a posteriori una spiegazione verbale, spesso astrusa, atta a convincere la “massa ignorante” della bellezza e funzionalità della loro composizione … peccato che, regolarmente, quella spiegazione non sia mai sufficiente a dimostrare con i fatti che quella composizione fosse valida.
    Volenti o nolenti, costoro i quali accusano il mondo intero di essere ignorante, perchè non li comprende, operano nel più rigoroso rispetto del punto 8 del Manifesto dell’Architettura Futurista

    «da un’Architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell’Architettura Futurista saranno la caducità e la transitorietà. “Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”, questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del “Futurismo”, che già si afferma con le “Parole in libertà”, il “Dinamismo plastico”, la “Musica senza quadratura” e l’”Arte dei rumori”, e pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista»

    … Niente regole, dunque, siamo architetti, o meglio “artisti” o “poeti dell’architettura” come diceva qualcuno a loro tanto caro.
    Questa posizione di architetto-demiurgo impedisce a chi la impersona di accettare la possibilità di doversi rimettere in discussione, imparando a concepire l’idea di “centralità del progetto” all’interno di regole universali (che non significa essere passatisti) così, quando si trovano al cospetto di qualcuno che opera diversamente da loro, vanno in tilt, e lo accusano violentemente di essere in errore … non sia mai la gente dovesse poter fare un confronto! Questa crisi interiore li porta quindi ad utilizzare tutti i mezzi, inclusa la “macchina del fango”, per poter annichilire e ridicolizzare quel temibile nemico … ma, come si dice, a chi sputa in aria gli ricade in faccia.

    Buone vacanze

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      “Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”. A parte la sciocchezza antropologica che c’è in questa affermazione, direi, per coerenza con quanto ho scritto sopra, che i progetti dureranno ….lo spazio del progetto
      Ciao
      Pietro

  2. aldofree ha detto:

    E’ proprio la “gente” che ha determinato il proliferare dei reality show, di “amici degli amici degli amici”, delle fiction da quattro soldi, degli show “culi e tette”, insomma della peggiore televisione mai prodotta da sempre…..certo che vedere il Faust di Sokurov, o Il cavallo di Torino di Bela Tarr può in questi casi diventare un’impresa titanica.

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      aldofree, perchè confondere l’abitare con lo spettacolo?
      L’abitare fa parte della natura umana anche nella sua parte più animale, lo spettacolo ha a che vedere con l’espressività, figlia della cultura individuale e di molti condizionamenti nella società. L’uomo costruiva e viveva nelle belle case dei nostri centri non ancora storici ma non conosceva necessariamente la Divina Commedia, i più non sapevano nemmeno leggere e scrivere.
      Si può vivere bene anche senza il Faust ma non si vive bene in una pessima casa. E pochi potrebbero scrivere il Faust, ma molti potrebbero costruirsi una casa da soli.
      Ti consiglio vivamente di leggere la Susanna Tamaro, se non ti è troppo lieve:

      http://archiwatch.wordpress.com/2012/07/14/mitica-susanna/

      Pietro

      • aldofree ha detto:

        Si torni allora al semplice muratore, che senza bisogno del muratore che sa il latino, tramandando elementari regole del mestiere, farà tutto da solo.

  3. Pietro Pagliardini ha detto:

    aldofree, perchè no! Sempre il mio saggio amico Danilo Grifoni dice che una cosa è l’urbanistica altra cosa è il soddisfacimento di bisogni reali dei cittadini che hanno casa. Per la prima è necessaria una figura specialistica, ma che non esclude il concorso dei cittadini, per i secondi occorrono regole semplici che lascino massima libertà. Volgarizzando, della serie: chette serve fra’? Una camera in più? Falla. E’ urbanistica questa? Cosa ci impedisce di seguire questa regola? Le troppe regole, ma soprattutto la rinuncia al rischio: rischio terremoto, rischio energetico, rischio igienico-sanitario. Rischio morte in sostenza. Lo stato non accetta rischi per i propri cittadini, con ciò di fatto, possedendoli. E ci ha insegnato che non dobbiamo accettare rischi. Noi non apparteniamo più a noi stessi ma allo stato che ci vuole tutelare per forza con il servizio sanitario, la protezione civile, gli psicologi. Tutte conquiste, si dirà. in parte è vero. Fino a quando, a forza di rifiutare rischi, tutto questo ci mancherà all’improvviso, fino a quando non saremo più sull’orlo ma nel fondo del baratro, suicidati da soli, uccisi dalla nostra insipienza, dalle regole che ci siamo imposti e che l’Europa ha amplificato. Allora ci renderemo conto che può valere la pena costruirsi una casa da soli, o anche con l’aiuto di un architetto, ma senza inutili montagne di carte, senza inutili regole burocratiche. Allora daremo importanza alle cose vere, non alle cazzate che ci siamo imposti e ci renderemo conto che anche il rischio della morte rientra nelle possibilità, va affrontato, visto che comunque non si può sfuggire.
    Esagerazioni? Può darsi, anzi lo spero, ma leggendo Ida Magli, Dopo l’Occidente, mi sembra di essere stato molto ottimista. Temo però abbia ragione lei
    Pietro

    • ettore maria mazzola ha detto:

      giusto Pietro,
      ma c’è un’aggravante che t’è sfuggita:
      in queste città dove noi, per “ragioni di sicurezza”, non apparteniamo più a noi stessi ma allo stato, in realtà lo stato ci espone (specie le donne) ad un’enorme insicurezza. Nella città zonizzata in base alle idiozie normative, incluse quelle che tu hai citato, le strade sono sempre meno vissute ed esposte al pericolo. La viglianza spontanea e naturale – che nella città consolidata veniva garantita dal commercio al dettaglio e dai laboratori artigianali lungo i marciapiedi – oggi è rimpiazzata da una viglianza armata, insufficiente, costosa e inaccettabile.
      Quasi la totalità degli stupri vigliacchi degli ultimi anni si è registrata in “nuovissimi” quartieri residenziali caratterizzati da case poste al centro di un lotto recintato (con o senza giardino) … ricordo le interviste alle persone del quartiere romano dove due estati fa venne arrestato lo stupratore seriale, la risposta tipo era: “qui è tutto nuovo, pensavamo di essere al sicuro … e invece!” … è sicurezza (o è urbanistica) questa?

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