I deserti metropolitani di Wenders …

Picture 3

Una bellissima mostra intitolata Wim Wenders, immagini dal pianeta Terra, è ospitata presso le Scuderie del Quirinale fino al 27 agosto …
Si tratta di una panoramica sulla produzione fotografica del grande regista tedesco che fa il punto, attraverso una sessantina di gigantesche fotografie, sulla sua specifica visione del mondo …
Un itinerario intellettuale che si rifà, in termini contemporanei, al Grand Tour, a Goethe e a Schinkel, ma anche alle illuministiche esplorazioni humboltdiane, estreme, ai limiti del conosciuto … alla ricerca di una verità più profonda, “scientifica” e “poetica” insieme, dei luoghi e delle cose … che è anche un giudizio critico, spesso inappellabile, sui limiti della modernità …

ma nelle foto di Wenders si legge anche un rinvio al Lang di Metropolis e al Mendelsohn di Amerika, qualche cenno anarchitettonico al Rudofsky, già visto da Pagano, e sicuramente più di un ricordo delle alchimie dei Becher sullo sfondo dei “paesaggi” di Smithson …
Una mostra che ogni architetto dovrebbe vedere…
anche per ri-conoscere e progettare meglio la “sua” città …

“alle volte credo che anziché produrre cose nuove, serebbe meglio favorire una nuova fruizione di ciò che già possediamo …
… Il restauro è un esercizio di equilibrio, un camminare su una fune, alla minima esagerazione si distrugge; basta eccedere nella pulizia, rendere troppo bella una facciata e ci si ritrova con una città come Disneyland.
… E’ accaduto anche a … nell’ambito del giubileo cittadino: hanno pulito e imbellettato tanti luoghi, che d’un tratto non avevano più storia, ma solo il cliché della storia …

E’ anche molto complesso affiancare un edificio nuovo ad uno vecchio. Ma è anche la cosa più emozionante delle città vedere un edificio moderno affiancarsi con naturalezza e con coraggio a un palazzo storico: lo trovo straordinario. Mentre se il nuovo cerca di mimare l’antico, di rubare a quello lo stile, di creare zone di transizione, quasi sempre è un disastro. …
Si può solo cercare di realizzare edifici moderni nel miglior modo possibile: Il risultato sarà sempre migliore di qualsiasi tentativo di plasmare il nuovo sul vecchio …”

(W.W. ’87)

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27 risposte a I deserti metropolitani di Wenders …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    La questione di accostare l’antico al moderno è certamente spinosa, ma non impossibile. Quando ero studente, presso la Federico II, un noto docente di Restauro lanciava fulmini e saette contro l’intervento di Giuseppe Vaccaro , che aveva realizzato il nuovo Palazzo delle Poste, inglobando nella facciata laterale parte dell’ antico chiostro adiacente. All’esame non osai contestare la rigida posizione e mi adeguai. Successivamente, ho apprezzato l’intervento del Vaccaro che,a Napoli, costituisce unn raro esempio di simbiosi tra l’antico e il moderno. Solo da qualche anno l’edificio delle Poste è oggetto di studio nei corsi della Facoltà d’Architettura. Nel testo di Leonardo Benevolo Storia dell’Architettura Moderna, Ed. Laterza, del 1973, Giuseppe Vaccaro è citato una sola volta con altri, per il progetto del Borgo Panigale di Bologna, nel primo settennio INA CASA 1949-56. Lo stesso Benevolo, in Storia della città , Ed. Laterza, 1975, nel capitolo “La situazione di oggi, rappresenta la città di Roma con lo scenario delle case abusive di Centocelle, Batteria Nomentana, Campo Parioli, come Lima, Caracas e Calcutta, con un salto dalla città Rinascimentale alla periferia post-bellica. Date le premesse, l’ ultimo libro non poteva essere che “benevolo” nei confronti della claritas euro-americana.

  2. Salvatore Risoli ha detto:

    Non sono semplicemente immagini…
    ma bellissime IDEE

    Ha proprio ragione prof.
    IDEE che ognuno può prendere per
    ” Pensare e Concepire ”
    meglio la propria città

    saluti
    sr

  3. Cristiano Cossu ha detto:

    Mi fa piacere che si parli di fotografia in questo blog!
    E ad alti livelli, gli scatti di Wenders infatti sono affascinanti e evocativi.
    grazie
    saluti
    cristiano

  4. Cristiano Cossu ha detto:

    A proposito di Vaccaro e di fotografia: l’altro giorno ho ordinato un libro della Peliti Editore (ottima) in cui Gabriele Basilico fotografa alcuni edifici di Vaccaro. Doppia “soddisfazione”…
    buona domenica
    cristiano

  5. federico calabrese ha detto:

    come e’ possibile che la architettura migliore e di gran lunga a Napoli risalga al 1932, e mi riferisco alle sopra citate Poste di Vaccaro e Franzi?

  6. Cristiano Cossu ha detto:

    Ho l’impressione che ci siamo “fermati” negli anni trenta. Poi, dagli ottanta in poi, ci hanno pensato i nostri colleghi iberici a continuare l’opera. Facendolo benissimo e senza le nostre trappole ideologiche.
    Ferrater, Moneo, Siza, Souto de Moura, Campo Baeza e soci ringraziano riconoscenti :-)
    saluti
    cristiano

  7. pas ha detto:

    Ovviamente qualcosa di buono a Napoli, dopo Vaccaro, c’è. Ma non è il caso di fare un elenco né una cernita, è anche una questione di punti di vista (Capobianco, Rossi, de Luca). Rispetto a Roma vi è una differenza abissale. Il fatto è che l’insegnamento napoletano è (stato?) tradizionalista, per la chiara impronta data da Pane. Il restauro di Santa Chiara è l’esempio cardine della via seguita dal dopoguerra. Ma il ripristino di Santa Chiara seguì l’onda emotiva causata dalla ferita aperta dalla guerra. È molto ‘divertente’ seguire le vicende urbanistiche napoletane, con l’amministrazione laurina tanti ‘brani’ di città storica furono falciati per dar posto a obbrobi edilizi, con un’università, così tanto severa nella conservazione, inerme dinanzi ai ‘bisogni’ di una popolazione ‘bassa’, ma presa per i fondelli, per favorire una popolazione ‘alta’ che in alto rimase, grazie agli sbancamenti delle colline.

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  10. Isabella Guarini ha detto:

    Accettando l’imvito di Giorgio Muratore, dopo Ferragosto mi recherò a visitare la Mostra di Wim Wenders alle Scuderie del Quirinale. Mi incuriosisce l’ idea di un itinerario contemporaneo alla maniera del Gran Tour, ma sono scettica circa il poter della mostra di aiutare gli architetti a riconoscere e a progettare meglio la propria città. Il motivo sta nel fatto che gli architetti non sono più chiamati a progettare nuove città, perchè sono già tutte costruite da millenni, specialmente in Italia. Né, dopo la seconda guerra mondiale, vi sono state in Italia città distrutte come Berlino, che cinicamente costituisce un’ occasione per l’ideazione del cuore di una città moderna. I quartieri d’abitazione, sono le occasioni della nostra architettura contemporanea, intorno al cuore antico, che ora è a rischio di trapanto, per mandare avanti l’ industria edilizia globale.

  11. Isabella Guarini ha detto:

    Gli architetti napoletani citati da “pas”, non sono esemplari per quanto attiene alla tema dell’accostamento del moderno all’ antico. Nei loro corsi universitari hanno sempre proposto il nuovo in opposiszione all’antico. Teoria che si è tradotta in interventi periferici, lontani dal centro storico, difeso con le unghie e con i denti da Roberto Pane e dal suo Istituto di Storia dell’Architettura. Lo scontro era fortissimo, senza mediazioni, anche perché vi era lo sfogo della costruzione della periferia, nella quale si sono esercitati molti architetti portatori del linguaggio moderno, specialmente dopo il terremoto del 1980. Oggi lo scontro accademico si è indebolito, non è più ideologico, ma resta la diffidenza nei confronti degli interventi nei centro storico, anche alla luce dei risultati, come il caso della Villa Reale sul Lungomare. Le stazioni della costruenda Metropolitana di Napoli sono sotterranee, per cui gli interventi dello star system contemporaneo non sono messi direttamente a confronto con la città storica. Ora che le difese del centro storico di Napoli si sono affievolite all’interno dell’Università, si tenta con i master organizzati dalla Facoltà d’Architettura di dimostrare la compatibilità dell’architettura contemporanea con la memoria storica della città. Ma l’esempio dell’Ara Pacis è il segnale che lo scontro tra antico e moderno è ancora attuale.

    PS: Chi è pas?

  12. adalberto becchetta ha detto:

    Isabella. fai bene ad accettare l’invito del professor Muratore. Solo, ricordati, la mostra purtroppo chiude il 27 agosto. L’orario è comodo: dalle 17,00 alle 24,00 e prenotando allo steso prezzo-5 euro -si vede alle 21,00 un film del maestro tedesco.. Forse è vero non saremo chiamati a costruire città, però possiamo cercare di “cucinare con i resti” di quello che abbiamo. Wenders con le sue fotografie ci mostra le sue ricette scegliendo frammenti dei tanti alfabeti scompigliati che agitano città e territori. La mostra, per fortuna, non fa nessun punto, ma riesce a trasmettere alcuni brani di una geografia emozionale alla base del nostro operare . Per questo il lavoro del regista allude al nostro con i meccanismi propri dell’allusione. A volte servendosi del grido di un raggio di luce nelle macerie del round zero, a volte segnando un angolo urbano con la figura misura di una sola persona……. a noi, e ai nostri progetti, il saper rispondere con altrettanti sogni e segni capaci di farci ancora credere che un altro mondo è possibile.
    Buona visita e facci sapere.
    p.s. data la mia età e la mia conseguente scarsa conoscenza degli architetti mi piacerebbe conoscere i risultati delle frequentazioni wendersiane del signor pinello berti così ripetute e frequenti e i crediti del regista tedesco allo stesso berti data la familiarità tra i due.

  13. federico calabrese ha detto:

    non so se il fatto che a Napoli non si faccia della buona architettura da decenni dipenda da Pane o dalle sue impronte.
    tristemente vero e’ che su 10 docenti di progettazione della scuola di architettura napoletana, pochi, forse due,sono riusciti a mettere un mattone sopra un altro.
    per quello che riguarda l’architettura iberica,conoscendo un poco il tema, non e’ vero che le cose vanno molto meglio che da noi, forse qualche anno fa, ma adesso la qualita’ e’ tristemente bassa come da noi, salvando diversi casi, per fortuna senza dover scomodare e ringraziare l’architettura da rivista fighetta di Ferrater, quella del silenzio/morte dei portoghesi citati, o quella del cardinal Moneo.
    adeu.

  14. isabella guarini ha detto:

    Quando frequentavo la Facoltà d’Architettura di Napoli, da studente, i docenti impegnati nella progettazione e realizazione erano parecchi, anche quelli in veste di assistenti, divenuti successivamente docenti ordinari e noti progettisti. Alcuni della mia generazione sono divenuti docenti, a loro volta e, non tutti progettisti. Non conosco direttamente la situazioe attuale, ma riferisco ciò che sento dire dell’ inattività di molti ,non solo docenti, ma anche liberi professionisti.
    Non ho mai frequentato la facoltà di Roma e non conosco la situazione. Credo che non vi sia troppa differenza, perchè i motivi della decrescente attività degli architetti, non riguardano soltanto le singole sedi, ma la generale situazione, detta globale. Comunque, rovistando nella mia libreria,affollata di libri e riviste, ho trovato il mio primo libro di Storia dell’Architettura moderna di Bruno Zevi, Einuadi, 1961, dalle origini al 1950, e la successiva edizione dal ’50 al 1975. Nella prima edizione, Napoli non è nemmmeno citata, nella seconda una sola nolta a proposito degli sventramenti nei centri storici. Roma, invece, è citata molte volte!

  15. Cristiano Cossu ha detto:

    “per quello che riguarda l’architettura iberica,conoscendo un poco il tema, non e’ vero che le cose vanno molto meglio che da noi, forse qualche anno fa, ma adesso la qualita’ e’ tristemente bassa come da noi, salvando diversi casi, per fortuna senza dover scomodare e ringraziare l’architettura da rivista fighetta di Ferrater, quella del silenzio/morte dei portoghesi citati, o quella del cardinal Moneo.
    adeu.”

    Ciao Federico,
    leggo che il tuo giudizio sugli iberici di cui sopra è leggermente negativo. Li ho nominati solo perchè in Italia è dai tempi di Luigi Moretti che ci sogniamo una architettura di livello paragonabile.
    Nel merito non sono d’accordo con la tua “valutazione”, ma non è questo il problema naturalmente.
    saluti
    cristiano

  16. pas ha detto:

    Calabrese si riferiva alla qualità dell’architettura in generale.
    Comunque non considero l’edificio di Vaccaro un inserimento ma solo il limite di uno sventramento, quello della Corsea S. Giuseppe.
    A proposito del 1961, uscì un’interessante analisi su le sventure napoletane: “Napoli dopo un secolo”; M. Nunziata : “Nel 1931 fu studiato …un piano di di lottizzazione a maglie regolari che prevedeva una serie di di edifici pubblici…(che diede origine al Rione Carità). Il più importante di essi è il palazzo delle Poste . Questo mastodontico edificio è stato spesso citato in seguito, anche in pubblicazioni straniere come un esempio positivo di conversione al movimento moderno, ma bisogna dire, per una più equa valutazione, che esso è ‘moderno’ solo da un punto di vista esteriore. Infattti è il risultato di un rifacimento: da un monumentale fabbricato di impianto decisamente retorico con colonne, archi, lesene e cornici, come appariva nel progetto vincitore del concorso, si giunse, lasciando immutato lo spartito di vuoti e pieni, ad una superficie liscia e levigata di marmo bianco nella parte alta e nero in quella basamentale. Non fu però modificato l’impianto funzionale dell’edificio che concentra in un unico grande blocco uffici che sarebbe stato meglio distribuire in due o più fabbricati…Comunque si tratta di opera degna di menzione e di discussione, laddove, per le restanti costruzioni, non val la pena soffermarsi sui singoli episodi”. In conclusione, e ricordo ancora Zevi, i cessi eranco ancora proporzionati per dei giganti.
    saluti

    P(a)S: È Pasquale Cerullo

  17. federico calabrese ha detto:

    quando frequentavo io la facolta’ di Napoli dal 1992 al 1998, i docenti erano gli stessi di 20 e 30 anni prima, e ora i docenti sono sempre gli stessi.Inabili per l’insegnamento totalmente.
    ¿perdona, ma chi sono sti assistenti divenuti noti progettisti?, di quali realizzazioni parli ? per favore fammi almeno 5 esempi di architetture degne, costruite all’ombra
    del vulcano, recenti come dire contemporanee. io posso arrivare fino a tre come massimo.

  18. isabella guarini ha detto:

    Caro Federico, quando frequentavo la Facoltà di Napoli, il Consiglio di Facoltà era costituito dai magnifici sette, tra cui Pane, Filo Speziale, De Luca, Cocchia, Chiaromonte, Jossa Preside. Da matricola ho conosciuto anche Canino, il più contestato durante il ’68. Erano assistenti Capobianco, Pagliara, Dalisi, Siola, De Stefano, Aldo Rossi, Pica Ciamarra, Alfonso Gambardella, attuali docenti. Quando mi sono laureata con Carlo Cocchia relatore, Nicola Pagliara, era il suo primo assistente. Dei miei compagni di corso, che sono divenuti docenti, posso citare Francesco Venezia, Giovanni Di Domenico, assistenti prima e docenti dopo. Gli architetti che ho citato, hanno lasciato opere non conosciute. Di quelli che ora insegnano nella Facoltà di Napoli conosco molto poco, chiusi come sono nel loro ghetto dorato o costretti a operare fuori dalla città, in quanto il campo è stato completamente occupato dallo star system, richiamato proprio dalla stessa Facoltà con seminari, workshop, master che hanno fatto da vetrina per i politici amministratori. Nel 1987, in occasione del cinquantenario della Facoltà d’Architettura, fu allestita una mostra di venti progetti per Napoli, redatti dai docenti ordinari napoletani e da Oriol Bohigas, Mario Botta, Eduardo Catalano, Romualdo Giurgola, Richard Meier, Alvaro Siza Vira, autore del restauro del Palazzo Donnaregina ,sede del Madre, e impegnato nella realizzazione della stazione metropolitana di Piazza Municipio. Un’ opera colossale per i ritrovamenti archeologici intorno al Maschio Angioino. Del resto anche la cupola della Sala dei Baroni è opera del Sagrera, architetto catalano, operante a Napoli tra il 1445,50. E tanti altri ancora!

  19. Andrea Di Loreto ha detto:

    La mostra è bellissima, assolutamente da vedere.

  20. federico calabrese ha detto:

    ti informo, e sarai contenta, del fatto che ancora ci sono Siola, Pica, Rossi, Pagliara,Dalisi, io molto meno, mi sembra allucinante che i docenti di progettazione a Napoli siano ancora gli stessi di 30 anni orsono, purtroppo la generazione successiva e’ molto peggio, frustata dal fatto di avere avuto pochissime occasioni reali di progettare, di costruire, di essere attivi come tu dici.
    Purtroppo questa e’ la classe docente con cui ho avuto la sfortuna di trascorrere 6 anni della mia formazione di architetto. La cosa buffa e’ che l’unica persona da cui ho imparato qualcosa, anzi molto e’ uno di quelli che sono citati da te e da me, non so se’ e’ un bene o un male.
    1987, caspita sono passati quasi 20 anni!! a parte improbalbili progetti di Bagni nel centro di Napoli e altre amenita’ del genere, dal 1987 ad oggi?
    qualche stazione del Metro, scandalose tutte, una o due cose salvabili,
    e poi Siza, e poi Perrault e poi Hadid. ma dove sono gli architetti napoletani?
    quelli che si sono formati con Venezia, con Di Domenico, con Rossetti con Raffone e l’elenco puo’ essere infinito.
    Tutto sto (inutile) sproloquio e’ per dire che a Napoli l’architettura e’ morta da decenni, e non per la mala-ammistrazione, non perche’ non ci sono i soldi, non perche’ non ci sono le opportunita’,non perche’ c’e’ la camorra,queste sono le scuse che troviamo noi architetti, ma perche’ l’universita’ napoletana e non solo e’ scandalosamente vecchia!! e quelli che escono da li escono gia’ vecchi, o invecchiano li dentro, il nostro e’ l’unico paese dove fioriscono almanacchi e libercoli sulla giovane architettura under 50, sei hai piu’ di 40 e meno di 50 in Italia sei giovane architetto!!!
    viva i giovani.

  21. isabella guarini ha detto:

    Devo una risposta Pas circa l’edificio delle Poste di Napoli, che ha definito mastodontico e “limite dello sventramento”. In Napoli esistono edifici storici di respiro urbano, come l’Albergo dei Poveri, lungo circa 400 metri e il Palazzo Reale di circa 150, che collocano la città nella cultura architettonica europea, Anche Le Corbusier si ispirò all’Albergo dei Poveri per la sua Citè du Refuge.
    Invece, Mario Botta la pensa diversamente con il progetto elaborato per Napoli in occasione del Cinquantenario della Fondazione della Facoltà d’Architettura, nel 1987. Segue scheda esplicativa del Progetto di sostituzione edilizia nell’area dell’Albergo dei Poveri. Sic!

    “The area proposed for planning development is situated in a strategic position in between the site of the new municipal administrative centre and the city’s old town.
    The «Albergo dei Poveri» is a complex of buildings that was built between the second half of the 18th century and the beginning of the 19th century to meet contemporary social needs (providing housing and employment for the poor of the Kingdom of the Two Sicilies), and it can be considered an agglomeration of considerable dimensions even by today’s standards.
    Behind the façade looking into Piazza Carlo II!, an impressive and monumental frontage nearly 400 metres long, the buildings (which represent three fifths of the original project) are in a highly precarious condition and many are, indeed, on the verge of collapse: the internal courtyard structures, the precarious state of the buildings and the compromised quality of the open spaces, disproportionately small in relation to the volume of buildings make any project of restoration extremely problematical.
    The present project rules out the possibility of reconverting the existing buildings by means of a simple modification of their use and of their internal architectonic structures, but, instead, aims to exploit this unique opportunity to completely transform what is today an urban wasteland, by first demolishing the whole complex, and then redesigning it as a self-contained district which would interact with the adjacent turban areas.
    The clearly delimited perimeter is regarded as fundamental both to establish the spatial parameters of the projected intervention, and to define the functional, distributive and spatial roles of the area in relation to the surrounding environment.
    The project envisages a sort of “citadel” within the city itself: a new complex which would extend, enrich and consolidate the existing urban structure. .Nowadays, however, it seems difficult, to undertake large-scale interventions while maintainin the highest standards of quality: several recent experiences in which the overall dimensions have got beyond the planner’s architectonic control are the regrettable evidence of this.
    Thus the aim of the «large-scale projects for Naples» has been corrected and geared towards an intervention characterised by specific and objective factors. The projected intervention on the site of the former «Albergo dei Poveri» proposes the creation of a new urban structure comprising residential activity in the central area, commercial activity along the road at the front of the complex, and cultural and recreational activities in the interlying areas. The overall layout would be divided into sectors, allowing traffic to pass along ring roads, which would then join up in the part of the city situated on the hillside, and thence flow into the existing road network.
    The buildings would be sited along these ring roads at even distances for lower dwellings («villas») and in a linear fashion for talI constructions («stacks»). A cross-section of the projected area would reveal a residential system with three levels of dwellings at the bottom, a suspended pedestrian walkway above the roofs, and other two residential levels in the covering superstructure. This stratified typology conceives the pedestrian walkway as a spatial separation imparting uninterrupted transparency to the intervention as a whole.
    The integration of the various activities – commercial activity along the road (where would also run a wide gallery), residential activity behind this, and cultural-recreational activity on the upper level – is fundamental to the project’s intention of avoiding the ghetto effect resulting from the zoning techniques that were adopted in the last decades.
    A vast green open space would maintain the spatial continuity of the urban structure which traces an important axis from Piazza Nazionale through Piazza Poderico and Piazza Carlo III”
    Peiora cucurrebunt!

  22. valentino ha detto:

    Scusate il ritardo nel commento…facevo il mio Grand Tour estivo…ma le persone che scrivono e parlano di Aldo Rossi come attuale prof. ordinario alla Facoltà di Napoli dimenticano che l’ Architetto in questione è morto prematuramente nel 1997 (nove anni fa per chi non sa fare i conti) e , vabbè che adesso i professori so’ tutti vecchi, ma addirittura morti !!!.. e non stiamo parlando dell’ ultimo arrivato ma di Aldo Loris Rossi (cito il nome per intero perchè non vorrei ce ne fosse un altro (!)). A voi architetti attenti alle cronache mondane è sfuggito questo particolare di non poco conto… Capisco che il punto del post e dei commenti non era questo, ma l’ errore mi sembra talmente clamoroso che evidenzia un’ attitudine precipua negli architetti e negli storici che scrivono ciò che noi studenti studiamo (o dovremmo studiare): quella della superficialità … prendere sfilze di nomi (che poi nessuno conosce per quanto ti ostini a cercare per approfondire) e buttarli lì … che tanto quando si parla di architettura tutto fa brodo… anche compositori classici nelle illustri introduzioni o “guide” a vedere l’ architettura che, conoscendo per aver suonato e non ascoltato, non c’ entrano nulla…ti chiedi ad un certo punto se ciò che leggi corrisponde a quanto lo scrivente conosce o a quanto mette insieme prendendo indiscriminatamente qua e là…il lettore rimane un po’ vergognoso della sua ignoranza per non averci capito molto… riferimenti assurdi a persone fatti cose o animali che in quell’ argomento non avrebbero mai pensato di finirci… e così all’ università quando l’ assistente giovane intellettualoide rampante si lancia in citazioni proibite che, ai più mettono quasi paura, ma a chi sà di cosa parla suonano un po’ strane, mi chiedo se un giorno gli esimii della mia generazione di ventenni arriveranno a dimostrare che anche i Puffi hanno a loro modo influenzato l’ architettura e l’ urbanistica del XXI secolo. Anche in questo blog, che stimo molto e seguo quotidianamente, mi capìta di leggere commenti con riferimenti che sembrano quasi voler infondere autorevolezza con eccessiva pedanteria e sproposito nelle osservazioni. Ripeto che non sto a sindacare l’ errore, di cui mi sono servito per prendere la palla al balzo, che potrebbe essere figlio di una svista, ma una certa attitudine. Non so…prendetelo come un commento ai commenti o come lo sfogo di uno studente “a Valle Giulia” che più cerca di capirci qualcosa più non ci capisce nulla.
    Saluti Valentino

  23. federico calabrese ha detto:

    perche’ non hai continuato il tuo grand tour!!
    perdona la omissione del pezzo del nome di Aldo (Loris) Rossi.non pensavo che fossi cosi’ attento.
    mi dispiace dirti che avendo studiato a Napoli,mio malgrado, conosco la differenza tra i sig.ri Rossi menzionati.
    studia di piu’ e sfogati meno, o perlomeno con intelligenza e con ragione.

  24. valentino chiapparelli ha detto:

    scusate per la confusione tra nomi che ho fatto…
    Magari è meglio che segua il consiglio di federico calabrese.
    cordiali saluti…
    Valentino Chiapparelli

  25. pinello berti ha detto:

    Gentile Adalberto Becchetta,
    Mi può visitare sul Sito dei Laboratori della mia Scuola, ( Facoltà ) alla Valle Giulia della ” Sapienza ” di Roma, oppure per confidenze personali Wendersiane, sempre che ne valga la pena, mi trova ogni semestre a tenere i miei Laboratori di Progettazione Architettonica e Urbana ( ICAR 14 ) da 15 anni.
    Prima – dal 1970 – tenevo seminari ( veri e propri corsi nei corsi ) con Maurizio Sacripanti, Ludovico Quaroni e per ultimo Carlo Aymonino, quando da Venezia (ex preside), tornò nella Sua città a fare l’ Assessore per ” Le Trasformazioni del Centro Storico” con il Sindaco Giulio Carlo Argan, primo “laico”al Comune di Roma. Durò soltanto 5 anni… le conseguenze di quella stagione mancata, ibernata dalla politica successiva è materiale per gli storici degli anni 1981-85.
    Auguri ,
    v.g.berti

  26. Filippo De Dominicis ha detto:

    Stranissimo impatto il mio ,con Aldo “Loris” Rossi..Valentino.Esercitazione d’esame di geometria descrittiva,Valle Giulia,come te pensa.. casa del portuale..pensa,a Calata Marinella ci sono anche venuto da Roma,per vederla..occasione per una bella gita a Napoli..anche io mille dubbi in testa,caro Valentino, me l’hanno dovuto confermare in tanti questo stranissimo caso di omonimia..davvero strano perchè non sembra che quel solo LORIS di differenza possa colmare cosi tanta “distanza”,no?E addirittura toppa anche l’indice analitico della mitica storia di Benevolo,che all’Aldo Rossi il milanese aggiunge quell’improbabile Loris..e che fai,non te fidi di Benevolo?!Eppure…eppure a me la Casa del Portuale è sempre piaciuta..fascino strano il suo,abitata da strani tipi che giocano a tresette in quella sala a sbalzo del settimo piano,e quel vano scala cosi “triangolare”(scusate ma nn trovavo altri aggettivi..)..peccato non gli abbiano fatto costruire il resto.Sarebbe stato un bel frammento.Lo è comunque.
    Beh, buoni grands tours, studenti architetti e professori.E grazie per l’inquietante Perugini.Quella sfera….
    saluti,filippo

  27. Masterni ha detto:

    Greetings
    I shall do posts and to read this forum

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